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CAMBIO DI SCENARIO

Silicon Valley addio? Da Phoenix a Baltimora, le città Usa verso il podio hi-tech

04 Apr 2014

La company Gigya si è trasferita in Arizona perché si pagano meno tasse ed è business-friendly. L’imprenditore Renny McPherson suggerisce il Maryland, dove lo Stato investirà in innovazione. Mentre San Francisco sta diventando sempre più cara per i giovani innovatori

Una company statunitense dell’hi-tech, Gigya, ha scelto di recente di aprire una sede a Phoenix, in Arizona, perché il costo della vita è più basso e si pagano meno tasse. Renny McPherson, co-founder di Red-Owl, suggerisce alle neo-imprese americane di basarsi a Baltimora, dove c’è tutto per mettere in piedi una startup di successo. La Silicon Valley californiana, che ha generato la  Internet economy e tuttora ospita i big del settore, è ancora il centro del mondo hi-tech? Di recente anche Enrico Gasperini, fondatore e presidente del venture incubator Digital Magics, ha osservato: “Negli Usa stiamo assistendo a una distribuzione dei gruppi di eccellenza nelle varie aree. Non è più vero che è tutto nella Silicon Valley”.

I fatti sembrano confermarlo.  In piena fase di espansione e dopo aver raccolto 25 milioni di dollari in nuovo venture capital, Gigya, che offre servizi digitali per il marketing, doveva scegliere dove aprire la nuova sede oltre al quartier generale a Mountain View e altri uffici-satellite a Londra, Parigi e Tel Aviv. “Ci siamo resi conto – ha ditto il ceo Patrick Salyer – che dovevamo guardare oltre la Silicon Valley per ottenere quello che cercavamo”. La scelta è caduta su Phoenix per alcuni ottimi motivi: “È a un’ora d’aero dalla Baia di San Francisco,  è business-friendly, qui un buon ufficio si affitta a 25 dollari al mq mentre nella Silicon Valley ne chiedono almeno cento, una casa di medie dimensioni può costare 272mila dollari contro i 585mila della Baia e le tasse, sia individuali sia per le aziende, sono tra le più basse del Paese”.  

Sono le ragioni per cui questa città di 1,5 milioni di abitanti si è espansa negli anni più recenti grazie alla creazione di nuovi stabilimenti di Boeing, Motorola, Honeywell e di altre multinazionali americane che hanno creato posti di lavoro. Tutto questo ha provocato una forte migrazione di famiglie giovani e neo laureati, soprattutto dalla California e dal Midwest.

Ma c’è chi è pronto a scommettere tutto su Baltimora. È Renny McPherson, Co-Founder di  RedOwl Analytics, una startup hi-tech basata – guarda caso – a Baltimora, nel Maryland, che sviluppa piattaforme per l’analisi dei big data.  In un recente articolo sull’Huffington Post, edizione americana, ha tessuto le lodi della città spiegando perché è il luogo ideale per una startup. Per esempio perché ha istituzioni prestigiose in grado di formare grandi cervelli, come la John Hopkins University. Ma anche perché lo Stato del Maryland ha annunciato 84 milioni di dollari di investimenti per l'”economia dell’innovazione”. Oltre a vantare già diverse startup operative in tutta l’area.

C’è addirittura Washington, considerata da sempre il cuore della politica e della pubblica amministrazione Usa e perciò meno disruptive di San Francisco, che invece non teme di candidarsi a luogo di innovazione tecnologica. Quando nel 2011 Savi Technologies, che produce device per il tracking del wireless, decise di lasciare la Silicon Valley, finì per optare proprio per Washington, nonostante molti la sconsigliassero: invece non ne rimase affatto delusa. Trovò ingegneri qualificati e un luogo dove continuare a crescere e rafforzarsi.

Queste le scelte più inedite. Ma in Usa ci sono già grandi città che un domani potrebbero comodamente scalzare San Francisco e la Silicon Valley dal podio dell’innovazione. Los Angeles sta andando molto forte, New York è la capitale mondiale delle imprenditrici donne nell’hi-tech e anche Boston attira numerose startup.

Del resto San Francisco, come detto anche sopra, sta diventando inaccessibile soprattutto a causa dei costi  elevati, un elemento in grado di innescare quel fenomeno tipico delle economie occidentali mature per cui aumenta il divario tra molto ricchi e molto poveri, mentre si sgretola progressivamente la classe media. Il 55% dei lavoratori di San Francisco non arriva ai 90.000 dollari necessari a mantenere una famiglia di quattro persone. Il prezzo medio di una casa è 550.000 dollari, l’affitto di un bilocale è 2000 dollari al mese. Un lavoratore medio ne guadagna 20.000 l’anno. Così si verifica il paradosso per cui, al centro della città, sorge l’accampamento The Jungle, il più grande rifugio per homeless d’America. Centinaia di disperati si muovono ogni giorno lungo le stesse strade calpestate poco prima da Mark Zuckerberg di Facebook o Tim Cook della Apple. E oltre un migliaio di bambini vive per strada. Più che innovazione, in questo caso, servirebbe innanzitutto una redistribuzione della ricchezza.

di Luciana Maci

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