L’ANALISI

Se l’Italia investe poco in innovazione dipende (anche) da pensioni e mercato del lavoro



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L’Italia destina alla spesa pensionistica il 16% del PIL, mentre investe in ricerca e sviluppo l’1,33%. Il segno di un equilibrio economico distorto, in cui spesa pubblica, mercato del lavoro e politiche industriali riducono sistematicamente concorrenza e innovazione. I numeri e l’analisi

Pubblicato il 23 mar 2026

Andrea Savi

Professionista dell’asset management e startup founder

Umberto Bertonelli

divulgatore e data & risk analyst

Nazareno Lecis

statistico e risk analyst



spesa in ricerca e sviluppo in Italia rispetto al PIL
Spesa in ricerca e sviluppo nei Paesi europei rispetto al PIL

Punti chiave

  • Le risorse sono assorbite dal passato: la spesa pensionistica vale circa il 16% del PIL mentre la ricerca e sviluppo è solo l’1,33%, mostrando uno sbilanciamento verso il presente.
  • Il venture capital è sottodimensionato (VC/PIL ≈0,06%) e la massa critica di startup è debole, aggravata da un elevato cuneo fiscale e da un tessuto di microimprese che scoraggia la crescita.
  • Serve una riforma olistica: ridurre il costo del lavoro riformando i contributi, potenziare la previdenza complementare e i fondi pensione per mobilitare capitali a lungo termine e rendere sostenibili rischi e fallimenti.
Riassunto generato con AI

Una parte enorme delle nostre risorse fiscali viene assorbita dal passato, invece che essere usata per costruire il futuro. L’Italia destina alla spesa pensionistica circa il 16% del PIL, mentre investe in ricerca e sviluppo l’1,33%, laddove la Francia spende il 14% in pensioni e il 2,2% in R&D e la Germania il 12% e il 3,1%. Questo è uno degli elementi che, tra le altre cose, frena l’innovazione in Italia. Il ritardo italiano, infatti, non può essere attribuito principalmente alla carenza di incentivi fiscali, come lamentano alcuni. Pesano molto di più il ritardo nello sviluppo del venture capital e la limitata massa critica di startup innovative, ma anche questi fattori sono a loro volta l’espressione di vincoli più profondi, legati alla qualità della ricerca, del sistema educativo e del quadro regolatorio. Il risultato è un equilibrio economico distorto, in cui spesa pubblica, mercato del lavoro e politiche industriali riducono sistematicamente gli incentivi alla crescita dimensionale, alla concorrenza e all’innovazione.

Ma partiamo dal venture capital e dalla sua intrinseca debolezza.

Venture capital in crescita, ma il divario europeo resta strutturale

Innegabilmente, il 2025 ha rappresentato un anno record per il venture capital italiano. Gli investimenti hanno raggiunto 1,7 miliardi di euro distribuiti su 436 round, con due mega-round (Bending Spoons da 234 milioni e Aavangarde da 122 milioni) per un totale di 356 milioni di euro, secondo i dati di Italian Tech Alliance. Per un ecosistema che fino a pochi anni fa faticava a superare la soglia del miliardo annuo, si tratta di un segnale incoraggiante.

Eppure, facendo i conti con la realtà, il confronto europeo mostra però un divario ancora molto ampio. Nello stesso periodo la Spagna ha raggiunto 2,6 miliardi di euro di investimenti. Se si guarda al rapporto tra venture capital e PIL, il divario diventa ancora più evidente. Negli ultimi cinque anni, tra il 2019 e il 2024, il rapporto VC/PIL in Italia si è attestato in media intorno allo 0,06%. Francia e Germania si collocano tra lo 0,26 e lo 0,27%, mentre il Regno Unito arriva allo 0,78% (vedi Figura 1).

Figura 1: Rapporto tra investimenti in venture capital e PIL dal 2019 al 2025 per Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e Italia, evidenziando l’andamento comparato nel tempo tra i diversi Paesi. Dati di Dealroom.

Questo significa che, in proporzione alla dimensione della propria economia, la Spagna investe circa il doppio dell’Italia in venture capital, Francia e Germania quattro volte di più e il Regno Unito addirittura quattordici volte di più.

Il divario appare sempre più chiaramente come un fenomeno strutturale che, anno dopo anno, continua ad ampliarsi. Mentre in Italia celebriamo il traguardo degli 1,7 miliardi raccolti dal venture capital, il gap con gli altri ecosistemi europei continua ad aumentare in termini relativi.

Il venture capital, per sua natura, si concentra dove i rendimenti attesi del capitale di rischio sono più elevati. In un’economia in cui la produttività totale dei fattori è sostanzialmente ferma dagli anni Novanta, quei rendimenti sono strutturalmente più bassi.

La dimensione del mercato dei capitali dipende quindi dalla capacità complessiva dell’economia di generare crescita e opportunità di investimento. Per questo la domanda che dovremmo porci non è se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto, ma perché l’ecosistema italiano dell’innovazione continui a crescere meno degli altri. Cosa ci è sfuggito finora?

Il limite delle politiche per l’innovazione

Negli ultimi anni la risposta più frequente a questa domanda è stata quasi sempre la stessa: incentivi fiscali. Nel dibattito italiano rappresentano spesso la soluzione privilegiata, una sorta di medicina universale applicata a problemi molto diversi tra loro. Lo si è visto con lo Startup Act del 2012, che ha introdotto il regime di agevolazioni fiscali per le startup innovative e per i loro investitori. Negli anni successivi la misura è stata progressivamente rafforzata – in particolare con l’aumento della detrazione fino al 30%, rimasta in vigore fino al 31 dicembre 2025 – e affiancata da ulteriori interventi normativi, come la Legge sulla Concorrenza del 2024, che ha introdotto nuovi incentivi fiscali per gli investitori, tra cui la possibilità di beneficiare di una detrazione fino al 65% per gli investimenti effettuati nei primi tre anni di vita delle startup e vantaggi fiscali per Casse di Previdenza e Fondi Pensione che investono nel venture capital (rimasti però in larga parte lettera morta). Queste riforme, è bene ricordare, si inseriscono nel più ampio tentativo di evolvere lo Startup Act verso un vero e proprio Scale-up Act, cioè un insieme di incentivi pensati non solo per favorire la nascita di nuove startup innovative, ma anche per sostenerne la crescita dimensionale e l’accesso ai capitali nelle fasi successive di sviluppo.

Sono misure che, almeno sulla carta, possono sembrare utili, ma che alla prova dei fatti si rivelano spesso di difficile efficacia, anche perché prive di coperture strutturali e quindi soggette a continui cambiamenti da una legge di bilancio all’altra.

Gli incentivi fiscali, infatti, agiscono a valle di un problema che sta a monte. In Italia il cuneo fiscale sul lavoro supera il 45%, tra i più alti dell’area OCSE, e i contributi previdenziali ne rappresentano la componente principale. Questo significa che il costo di assumere un lavoratore (in particolare se qualificato), e di conseguenza il costo di avviare e far crescere un’impresa, è strutturalmente più alto che nella maggior parte dei Paesi con cui ci confrontiamo (vedi Figura 2). Nessun credito d’imposta sugli investimenti in startup compensa questo svantaggio di base. Il problema, in altre parole, riguarda il costo complessivo del sistema economico in cui quegli incentivi si inseriscono.

Figura 2: Il grafico ci mostra che all’aumentare del reddito la pressione fiscale cresce più rapidamente che altrove, rendendo più costoso il lavoro qualificato e meno competitivo il sistema nel trattenere talenti. dati di Eurostat.

​​Il limite principale delle politiche implementate finora è che tendono a intervenire su un singolo segmento dell’ecosistema, senza affrontare le interdipendenze che ne determinano il funzionamento complessivo.

L’innovazione, infatti, non è il prodotto di un solo attore. Nasce dall’interazione tra università capaci di valorizzare la ricerca, imprenditori disposti a sperimentare, investitori pronti a impegnare capitale nel lungo periodo, istituzioni in grado di garantire regole stabili e una spesa pubblica (in particolar modo pensionistica!) equilibrata.

Quando uno di questi elementi manca, l’intero sistema fatica a crescere. Le politiche per l’innovazione richiedono quindi una visione di ecosistema e interventi coerenti lungo tutta la catena dell’investimento, che riducano, permanentemente, il rischio per chi investe. L’obiettivo è creare le condizioni affinché il capitale venga allocato in modo efficiente, permettendo a imprenditori e investitori di assumersi il rischio senza essere penalizzati eccessivamente quando le cose non funzionano.

Ciò implica riconoscere che il fallimento non è un’anomalia, ma una componente fisiologica dell’innovazione. In questa prospettiva, lo Stato può contribuire condividendo parte del rischio, invece di scaricarlo interamente su chi investe.

Un sistema efficace dovrebbe, di conseguenza, facilitare gli investimenti nelle fasi iniziali, ridurre il costo economico del fallimento (ad esempio attraverso procedure concorsuali rapide e prevedibili, che limitino la durata dell’insolvenza e consentano una riallocazione efficiente del capitale e del lavoro, riducano i costi amministrativi e giudiziari e permettano all’imprenditore di tornare rapidamente sul mercato) anche alla luce della durata ancora elevata dei procedimenti civili in Italia, che prolunga l’immobilizzazione delle risorse e aumenta il costo complessivo dell’insuccesso imprenditoriale, e premiare il successo imprenditoriale.

Tuttavia, questa prospettiva, per essere attuabile, deve prima affrontare e risolvere un vincolo più profondo che raramente entra nel dibattito sulle politiche per l’innovazione.

Il triangolo tra previdenza, lavoro e innovazione

Uno degli aspetti meno discussi nel dibattito sull’ecosistema delle startup riguarda il rapporto tra sistema pensionistico, mercato del lavoro e capacità di innovazione di un Paese.

Il sistema previdenziale italiano è stato progettato in un contesto demografico ed economico completamente diverso da quello attuale. Durante i decenni del dopoguerra funzionava perché la produttività cresceva rapidamente e la popolazione in età lavorativa aumentava in modo significativo. In quel contesto molti giovani contribuivano a finanziare le pensioni di relativamente pochi anziani.

A partire dagli anni Settanta e Ottanta questo equilibrio ha iniziato a deteriorarsi, e non si è più invertito. La natalità italiana è oggi tra le più basse al mondo: nel 2024 sono nati circa 370.000 bambini, meno della metà rispetto ai primi anni Settanta. Nello stesso anno i decessi si collocano stabilmente sopra le 650.000 unità, determinando un saldo naturale fortemente negativo. Il tasso di fecondità si attesta intorno a 1,2 figli per donna, ben al di sotto del livello di sostituzione generazionale (circa 2,1). L’immigrazione, variabile politicamente volatile, non ha raggiunto stabilmente i livelli necessari a compensare il declino demografico. Il risultato è che il rapporto tra contribuenti e pensionati continua a peggiorare strutturalmente, e le proiezioni demografiche non lasciano margini di ottimismo senza interventi radicali.

Questo ha condotto a un sistema insostenibile. La spesa pensionistica supera i 341 miliardi di euro all’anno e, se si includono le componenti assistenziali e le diverse forme di welfare, il totale supera i 400 miliardi. A fronte di circa 237 miliardi di contributi versati all’INPS, oltre 160 miliardi devono essere coperti ogni anno dalla fiscalità generale. Negli ultimi dieci anni questo si è tradotto in più di 1.345 miliardi di trasferimenti statali (vedi Figura 3).

Figura 3: Evoluzione dei trasferimenti dal bilancio dello Stato tra il 2011 e il 2023, evidenziando un aumento progressivo nel tempo con una crescita più marcata a partire dal 2020. Fonte: INPS

Per dare una misura del trade-off: l’Italia destina alla spesa pensionistica circa il 16% del PIL, mentre investe in ricerca e sviluppo l’1,33%. La Francia spende il 14% in pensioni e il 2,2% in R&D. La Germania il 12% e il 3,1% (vedi Figura 4). In proporzione, per ogni euro investito in ricerca l’Italia ne spende dodici in pensioni. Francia e Germania ne spendono rispettivamente sei e quattro (vedi Figura 5).

Figura 4: Spesa pensionistica in percentuale del PIL nel 2022 tra diversi Paesi europei ed extraeuropei. Fonte: Eurostat.

Figura 5: Spesa in ricerca e sviluppo in percentuale del PIL tra i Paesi europei nel 2014 e nel 2024. Fonte: Eurostat.

Questa struttura della spesa pubblica incide direttamente sulla capacità di un Paese di investire nel futuro. In pratica, una parte enorme delle nostre risorse fiscali viene assorbita dal passato, invece che essere usata per costruire il futuro. Ciò dipende dal fatto che il nostro è un sistema a ripartizione (pay-as-you-go): le pensioni di oggi non sono pagate con risparmi accumulati, ma con i contributi di chi lavora oggi. Chi lavora versa circa il 33% di contributi (23,8% a carico del datore di lavoro e 8,9% a carico del lavoratore), contro il 20% di chi lavorava nel 1980.

Una riforma olistica del sistema pensionistico, che includa la razionalizzazione delle prestazioni sociali e il successivo potenziamento della previdenza complementare, potrebbe contribuire a riequilibrare questo rapporto. Nei paesi caratterizzati da una maggiore componente di previdenza a capitalizzazione, gli attivi dei fondi pensione superano spesso il 100% del PIL e possono raggiungere il 150–200% nei sistemi più sviluppati, mentre in Italia si collocano intorno al 10–15%, evidenziando un significativo sottosviluppo della componente a capitalizzazione. L’accumulazione di risparmio pensionistico nei fondi favorirebbe infatti tre effetti economici rilevanti: a) un aumento strutturale della liquidità e della profondità dei mercati dei capitali, b) una più elevata probabilità per i lavoratori di ottenere pensioni adeguate e c) fondi pensione di dimensioni più ampie, con una conseguente maggiore disponibilità di capitale di lungo periodo per finanziare imprese innovative.
A livello OCSE, i fondi pensione gestiscono complessivamente oltre 50.000 miliardi di dollari di attivi e rappresentano una delle principali fonti di finanziamento dell’economia reale. Nei sistemi con maggiore accumulazione previdenziale, una quota significativa di queste risorse è allocata in strumenti di lungo periodo, inclusi private equity e venture capital.

A questo quadro si affiancala struttura del tessuto produttivo che amplifica il problema. L’Italia è uno dei Paese europeo con la più alta concentrazione di microimprese: oltre il 95% delle imprese ha meno di dieci dipendenti e assorbe circa il 45% dell’occupazione. All’estremo opposto, la presenza di grandi imprese è particolarmente ridotta: la quota di aziende con più di 250 addetti è tra le più basse in Europa e contribuisce in misura limitata all’occupazione complessiva.

Figura 6: Il grafico mostra che in tutti i principali Paesi europei la grande maggioranza delle imprese è costituita da micro-imprese (0–9 addetti). Le imprese di dimensione medio-grande restano una minoranza, indicando una struttura produttiva fortemente frammentata. Fonte: Eurostat.

Queste imprese presentano livelli di produttività sistematicamente più bassi rispetto alle medie e grandi, e tendono a rimanere piccole, a differenza di quanto accade in Germania o nel Regno Unito. Il cuneo fiscale elevato, le soglie dimensionali nella normativa del lavoro e l’accesso difficoltoso al credito creano un sistema che scoraggia la crescita. Il risultato è un’economia in cui la maggior parte delle imprese non ha le dimensioni per investire in innovazione, attrarre talento qualificato, competere sui mercati internazionali e fornire da “exit” per le startup.

Figura 7: Il grafico mostra che il valore aggiunto per addetto cresce con la dimensione d’impresa in tutti i Paesi. Le imprese più grandi risultano sistematicamente più produttive, mentre quelle piccole presentano livelli significativamente inferiori. Fonte: Eurostat.

Quando l’economia protegge il passato più del futuro

Ogni sistema economico compie una scelta, implicita o esplicita, su come distribuire le proprie risorse tra presente e futuro. L’Italia destina alla previdenza e all’assistenza oltre 400 miliardi di euro l’anno, pari a più di un sesto del PIL. La spesa in ricerca e sviluppo, che dovrebbe alimentare la crescita futura, vale circa un dodicesimo di quella cifra.

Nel frattempo, le proiezioni del Ministero dell’Economia indicano che il tasso di sostituzione, ossia il rapporto tra il primo assegno pensionistico e l’ultimo stipendio, passerà dal 75-70% delle generazioni andate in pensione tra il 2010 e il 2020 a circa il 55-60% per chi oggi ha venticinque anni. Questo andamento suggerisce che il sistema pensionistico tende a ridurre progressivamente il livello di copertura per le generazioni più giovani.

Tabella 1: La tabella mostra una riduzione progressiva dei tassi di sostituzione nel tempo per tutte le categorie di lavoratori. Il calo è più marcato per i lavoratori autonomi e nelle ipotesi basate sull’anzianità contributiva, indicando una minore generosità del sistema pensionistico futuro. Fonte: Ragioneria Generale dello Stato.

Tale squilibrio non ha solo un impatto sui conti pubblici, ma influenza anche il funzionamento del mercato del lavoro. In un contesto economico caratterizzato da bassa mobilità, elevato costo del fallimento imprenditoriale e carriere relativamente rigide, il numero di persone disposte ad assumersi il rischio di avviare nuove imprese tende inevitabilmente a diminuire.

Per questo, il ritardo italiano nell’innovazione non può essere attribuito principalmente alla carenza di incentivi fiscali. Pesano molto di più il ritardo nello sviluppo del venture capital e la limitata massa critica di startup innovative, ma anche questi fattori sono a loro volta l’espressione di vincoli più profondi, legati alla qualità della ricerca, del sistema educativo e del quadro regolatorio. Il risultato è un equilibrio economico distorto, in cui spesa pubblica, mercato del lavoro e politiche industriali riducono sistematicamente gli incentivi alla crescita dimensionale, alla concorrenza e all’innovazione.

Senza un intervento ex ante su questi fattori strutturali, ogni nuova misura a sostegno di startup e investimenti rischia di produrre effetti marginali. L’Italia non ha bisogno di incentivi fiscali dalla sostenibilità incerta nel tempo, ma, innanzitutto, di ridurre il costo del lavoro attraverso una riforma dei contributi previdenziali, liberare risorse pubbliche per la ricerca e creare condizioni che consentano alle imprese di crescere oltre la soglia della microimpresa.

Senza queste condizioni, introdurre un meccanismo di protezione lungo l’intero processo di investimento in startup, come nel Regno Unito, non avrebbe senso. Occorre prima costruire un sistema economico meno sbilanciato sul passato e più orientato agli investimenti per la crescita futura.

Referenze

OECD (2025), Pensions at a Glance 2025: https://www.oecd.org/en/publications/2025/11/pensions-at-a-glance-2025_76510fe4/full-report/assets-earmarked-for-retirement_089c3f13.html

Growth Capital & Italian Tech Alliance. (2026). Venture Capital Report – Italy Q4-25 & FY-25. https://www.innlifes.com/wp-content/uploads/2026/01/Venture-Capital-Report-Italy-Q4-25-FY-25-Final.pdf

Dealroom. (n.d.). Dealroom – Global startup and venture capital data platform. Recuperato da https://dealroom.co

Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS). Dati e bilanci. Accesso il 17 marzo 2026. https://www.inps.it/it/it/dati-e-bilanci.html

Commissione europea. Eurostat – European statistics. Accesso il 17 marzo 2026.

https://ec.europa.eu/eurostat

Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ragioneria Generale dello Stato. Accesso il 17 marzo 2026.https://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/home.html

Intesa Sanpaolo Innovation Center. Scaleup Act: come cambia la normativa per le startup innovative. 9 aprile 2025.

https://www.intesasanpaoloinnovationcenter.com/it/news-ed-eventi/news/2025/04/scaleup-act-come-cambia-normativa-per-startup-innovative/

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