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Perché l’Italia è più attrattiva di quello che dicono le classifiche sull’Italia

10 Ott 2016

Uno studio di The European House Ambrosetti “smonta” le statistiche degli organismi internazionali secondo le quali alcune economie in via di sviluppo sarebbero più competitive della nostra. Invece siamo al 14esimo posto per capacità di attrarre capitali. Ecco il rapporto completo

Valerio De Molli, Ceo di The European House Ambrosetti
L’Italia è al 45esimo posto nella classifica mondiale della facilità di fare business stilata per il 2016 dalla Banca mondiale, dopo Paesi come la Macedonia, che risulta al 12esimo posto, la Malesia al 18esimo e addirittura le Mauritius, che si conquistano un degno 32esimo posto. Eppure è ottava in tutto il mondo per prodotto interno lordo, nona per export e 13esima per Gfcf (Gross Fixed Capital Formation). A chi dare ascolto? Alle statistiche che collocano spesso il nostro Paese su posizioni arretrate, dietro a Stati che riteniamo generalmente meno avanzati del nostro? Oppure a quei numeri che evidenziano la nostra forza nello scenario europeo e in certi casi mondiale? A smontare drasticamente una serie di luoghi comuni sull’immagine dell’Italia – ma soprattutto a portare avanti una riflessione su come vengono elaborate le statistiche internazionali – è Valerio De Molli, Ceo di The European House Ambrosetti, che a Tech Insights, l’evento che a Milano ha visto riuniti imprenditori, startupper e innovatori, ha presentato una ricerca sul livello di attrattività degli investimenti in Italia. (Qui è possibile scaricare la ricerca completa intitolata Tech Insights 2016 UV Day –  Global Attractivness Index-The true measure of a Country’s attractiveness)

“Nelle classifiche internazionali o europee – dice De Molli – risultiamo spesso in fondo alla lista per livello di competitività, attrattività e facilità di fare business, ma non è così: in queste indagini vengono compiute delle distorsioni” ha affermato De Molli, a capo del think tank internazionale. “Molte sono basate su ricerche qualitative e non su fatti, alcune introducono elementi oggettivi di valutazione, altre sono deboli o autoreferenziali”. In realtà, prendendo come principi base per definire l’attrattività di un Paese quattro elementi quali apertura, innovazione, efficienza e talento, l’Italia risulta 14esima nel Global Attractiveness Index 2016. Una posizione tutto sommato significativa se si considera che la lista è internazionale.

Ma vediamo passo per passo il ragionamento di The European House Ambrosetti.

Il centro studi ha preso in esame le più rilevanti classifiche pubblicate negli ultimi dieci anni dai più prestigiosi organismi internazionali quali Banca Mondiale, World Economic Forum, IMS ecc. ecc. I risultanti sono scoraggianti per l’Italia. Oltre all’Ease of Doing Business Index 2016 citato sopra, l’Italia risulta 43esima nel Global Competitiveness Index 2015-2016 del World Economic Forum elaborato su 140 Paesi: prima di lei la Thailandia, il Cile e l’Indonesia.  Il World Competitiveness Scoreboard 2015  dell’IMD su una sessantina di Paesi non è meno tenero con gli italiani: siamo 38esimi e meglio di noi fanno Thailandia, Repubblica Ceca e Kazakhstan.

Per quanto riguarda l’area specifica dell’Industria manifatturiera, è noto che siamo secondi in Europa dopo la Germania. Ma il Global Manufacturing Competitiveness Index 2016  di Deloitte, elaborato su 40 Paesi del mondo, ci colloca a sorpresa 28esimi dopo Messico, la solita Thailandia, Polonia, Turchia e Malesia. Anche sulla corruzione andiamo malissimo, o almeno sulla percezione della corruzione. Il Corruption Perception Index 2015  di Transparency International ci colloca al 61esimo posto. Meno corrotti di noi sarebbero, secondo queste cifre,  Botswana, Rwanda e Ghana. Analoghe statistiche finiscono per ribadire lo stesso concetto.

È possibile, o perlomeno plausibile, tutto questo?

The European House Ambrosetti parte da un dato universalmente riconosciuto: l’Italia è terza a livello mondiale per numero di pubblicazioni scientifiche. Non solo: è quarta in Europa per valore della produzione nei settori high-tech. Inoltre, per quanto riguarda l’industria manifatturiera, è addirittura al quarto posto a livello mondiale e settima per export di manifattura.

Il centro studi smonta le classifiche internazionali attraverso una diretta comparazione tra il nostro Paese e alcuni di quelli che ci precedono nelle liste stilare dagli organismi internazionali. Un esempio: come detto, per competitività, secondo il Wef, veniamo dopo Malesia, Repubblica Ceca, Thailandia, Cile e Indonesia. Ma il nostro prodotto interno lordo e le nostre esportazioni superano di gran lunga tutti questi Paesi, come si vede in questa tabella.

Lo studio ha analizzato gli indici elaborati da 80 Paesi e ha rilevato distorsioni nelle cifre fornite dovute a una serie di motivi: indagini di scarsa qualità che introducono elementi oggettivi di giudizio, l’utilizzo di “modelli ottimali” che però non sono altro che quelli del Paese dove viene elaborata la classifica, dati non omogenei, mancata considerazione delle effettive dimensioni di un Paese, ecc. ecc.

Un caso particolarmente significativo riguarda la classifica sulla facilità di fare business in Italia. La ricerca ha scoperto che le persone intervistate in Italia per capire quanto il Paese fosse libero di condurre gli affari e quindi attrattivo nei confronti degli investitori esteri erano quasi tutte poco conosciute, se non del tutto sconosciute, tra i player del settore. E certamente non erano i Ceo, o i Cio, o i top manager delle principali aziende.

The European Studio Ambrosetti sostiene che l’Italia è ancora viva e vegeta nel panorama internazionale. E porta a conferma alcune cifre: è il primo Paese europeo per pmi (403mila), il doppio di Francia e Germania; è il primo Paese europeo per numero medio di citazioni in pubblicazioni internazionali dei ricercatori; è il secondo Paese europeo per valore aggiunto prodotto dall’industria manifatturiera. Altri dati sono consultabili nel report.

In definitiva l’Italia è al 14esimo posto sulle prime 20 nazioni nel Global Attractiveness Index 2016 .

Il rapporto conclude citando una frase di William Watt: “Non fidarti delle statistiche finché non hai preso attentamente in considerazione quello che non dicono”.

di Luciana Maci

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