Nicola Palmarini: ecco perché l’invecchiamento è la nostra migliore opportunità di innovazione - Economyup

TECNOLOGIA SOLIDALE

Nicola Palmarini: ecco perché l’invecchiamento è la nostra migliore opportunità di innovazione



Dopo il Giappone, l’Italia è il secondo Paese con il più ricco “serbatoio”al mondo di anziani. Si potrebbero aggiungere fino a 8 punti al PIL con un’industria che pensi a loro, dice Nicola Palmarini, direttore National Innovation Center for Ageing del governo inglese. Ma bisogna investire in startup e tecnologie

di Antonio Palmieri

25 Feb 2022


Nicola Palmarini, direttore National Innovation Center for Ageing del governo inglese

“Se esistesse un pulsante del progresso, se conoscere il percorso da seguire e disporre degli strumenti necessari fosse sufficiente, i condotti del gas non esploderebbero, le economie non collasserebbero, i cieli sarebbero tersi, non ci sarebbero pandemie, incendi o siccità, non ci sarebbero atti di terrorismo né guerre.”

Con queste parole Nicola Palmarini inizia il nostro dialogo, a poche ore dall’attacco di Putin all’Ucraina, un appuntamento che avevamo preso da tempo per parlare di innovazione e longevità, dato che lui dirige a Newcastle il NICA, National Innovation Center for Ageing del governo inglese…

“…e parliamone lo stesso. Per due motivi: né io e nemmeno tu abbiamo il potere per risolvere la situazione, quindi ciò che possiamo e dobbiamo fare è continuare a lavorare al meglio, secondo la nostra responsabilità. Secondo, tu hai da poco compiuto 61 anni e quindi devi iniziare ad esplorare le opportunità che presenta il tuo futuro…”

Mi convince più il primo motivo, del secondo…

Tu, come me, cerchi di aver cura di te stesso e fai bene. Però consideriamo le cose da un punto di vista generale. In primo luogo, alla luce del fatto che vivremo più a lungo e verosimilmente in salute nei prossimi decenni, forse dovremmo riconsiderare le segmentazioni generazionali fatte fino ad oggi e, di conseguenza, i bisogni, i desideri e – certo – le capacità e conoscenze di noi Boomer.

Mi stai dicendo che dobbiamo considerarci “diversamente giovani”?

Sto dicendo che queste donne, questi uomini che sono considerati anziani già oggi da parte della narrativa dello stereotipo in quanto, appunto, Boomers in realtà hanno ben titolo di essere anche loro una “next-generation”. E non è un modo di dire.

Non so in Gran Bretagna, ma in Italia molti sono convinti che le nostre generazioni siano un ostacolo al futuro dei giovani, chiusi in una situazione di peggioramento della loro condizione e in una assenza di prospettive e insieme che la vecchiaia, con le sue inevitabili criticità, a partire dal tema della salute, sia un costo troppo alto per il welfare pubblico. 

A mio modesto avviso va sviluppata una narrativa di incontro, anziché di dicotomia generazionale. In secondo luogo, finora abbiamo privilegiato un concetto di sanità basato sulla cura ex-post, anziché su un radicale concetto di prevenzione, ovvero di stili di vita. Basta guardare i dati di spesa ogni Paese e confrontare la differenza di spesa tra la cura e la prevenzione

A tuo giudizio, volendo sempre trarre da un male un bene, il Covid ha forse fatto emergere l’importanza del concetto di prevenzione?

Spero di sì. Non c’è niente come stare bene per evitare di stare male. Siamo sempre troppo concentrati sulla cura anziché sull’evitare di doverla applicare. O meglio, siamo concentrati sul concetto di “cura sanitaria”, e poco sulla cura dell’anima, dello spirito, di noi stessi, delle nostre passioni, del nostro amore, della cura delle cose che ci fanno stare bene, compreso il curarsi dell’altro, una delle medicine più potenti anche per noi stessi. Per tutto questo mi chiedo: proprio perché, dopo il Giappone, abbiamo il secondo “serbatoio” più ricco al mondo di anziani perché non coinvolgerli anziché escluderli?

Mi stai dicendo che avendo a disposizione un grande “tasso di anzianità” dovremmo avere il coraggio di valorizzarla e celebrarla anziché denigrarla?  

Credo che se investissimo in longevità (essendo noi gli indiscussi maestri mondiali, i numeri non mentono) al pari di moda, design, cibo e arte, avremmo un driver di crescita di PIL che in UK i miei colleghi dell’ILC si sono presi la briga di calcolare definendo il cosiddetto “Longevity dividend”

Lo avevo letto. Però è un calcolo che risale al 2019 ed è bene considerarlo collocato storicamente …

Certo. Però lasciami citare un solo dato: se entro il 2025 potessimo sostenere le persone di 75 anni e oltre per eguagliare la spesa dei 65-74enni, potremmo aggiungere l’8% all’anno al PIL entro il 2040. Il calcolo si concentra su aspetti macro-socio-economici, fortemente legati ai consumi e lavoro degli anziani…

Capiamoci. Per sostenere le persone intendi misure assistenziali?

No. È chiaro che le persone anziane, sole, in difficoltà economica, vanno aiutate. Accanto a ciò, suggerisco di immaginare quanto PIL si potrebbe generare dalla creazione di un comparto di industria che ancora non riusciamo nemmeno ad immaginare. Ridicolizziamo Bezos che dice di voler investire 3 miliardi nel settore della longevità. Parlo di dare supporto all’innovazione, parlo di “start-up”, “ricerca”, “intelligenza artificiale”, “cloud”, “lifestyle”…la parola “longevità”, per come dovremmo correttamente interpretarla, le interseca tutte e maledettamente bene in Italia, se solo qualcuno volesse accorgersene.

Intanto però a Newcastle tu guidi una  agenzia nazionale finanziata dallo Stato inglese con 40 milioni di sterline. Noi qui non abbiamo un equivalente…

Questo é il punto. ll Covid ha esponenzialmente fatto emergere quello che sapevamo già: l’ageismo è forse la discriminazione più bastarda di tutte, perché è dentro il nostro più intimo e profondo impianto culturale, ha a che fare con l’età, non con “una” età. In questa fase fa danni devastanti soprattutto verso le fasce d’età più avanzate…

Ti riferisci al fatto che da inizio pandemia la parola “anziano” è associata a “fragile”, e, surrettiziamente, poi a “inutile” e, infine, al terribile “sacrificabile”, come si è purtroppo verificato nelle tragiche condizioni degli ospedali di due anni fa…

Sì. Aggiungo: in questi due anni erano, siamo davvero tutti così vulnerabili, da dover essere confinati per partito preso? Lella Costa ha proposto riflessioni meglio espresse delle mie. Credo che la pandemia ci abbia suggerito che sia arrivato il momento di recuperare il senso della complessità delle cose e la necessità di saperle leggere e affrontare in modo nuovo.

Tu chiamala, se vuoi, innovazione… Non rischia di essere un termine vuoto, che appiccichiamo un po’ ovunque “per dare all’oggi una spruzzata di domani”, come mi hai detto una volta?

Guarda, qui al NICA prendiamo molto sul serio la parola innovazione. Ricercare le leve dell’innovazione nel settore della longevità e dell’invecchiamento è la nostra missione e attività quotidiana. Abbiamo definito una metodologia chiamata Ageing Intelligence® e l’abbiamo registrata come marchio perché crediamo che manchi un approccio che cerchi sia di sfruttare che sviluppare una intelligenza condivisa.  Vogliamo combinare intelligenza delle persone, della ricerca e dei dati, per trasformare in una dimensione coordinata e correlata quello che sappiamo già o di cui dobbiamo ancora capire gli impatti sul corso della nostra vita. Vogliamo identificare in anticipo le tendenze che possono portare a cambiamenti radicali nelle nostre abitudini e costumi, per fornire ai nostri clienti e alle organizzazioni che lavorano con noi gli strumenti per intercettare sia il significato, sia l’opportunità.

Cosa significa, in concreto?

Contiamo su una comunità di circa 8.000 over 65 con cui collaboriamo su ogni progetto, ben distribuiti su tutto il territorio inglese a rappresentare una “omogenea diversità” se mi passi l’ossimoro…

Ossimoro accettato…

Non appena arrivato ho lavorato per trasformare questa comunità in un network internazionale. Nonostante la Pandemia, nel 2021 abbiamo aperto il primo chapter negli Stati Uniti, abbiamo firmato con il Canada (dove inizieremo ad operare a metà 2022), speriamo di aprire in Italia in autunno e abbiamo due pre-accordi con Singapore e l’Australia.

Del resto, almeno in Occidente, l’invecchiamento è un tema ineludibile…

Non solo in Occidente. In Cina stiamo realizzando per il governo britannico un programma di innovazione e commercializzazione del business da diversi milioni di sterline, come parte del Fondo per la collaborazione internazionale. Il programma adotta un approccio da ecosistema a ecosistema, sostenendo i cittadini di entrambi i paesi a invecchiare meglio e a vivere in modo più indipendente. È un programma pilota di un modello potenzialmente replicabile di fornitura di servizi con benefici commerciali a lungo termine e prevede la collaborazione con una serie di partner cinesi

Oltre a questo, nel 2022 quali sono i progetti che ti appassionano, sui quali state scommettendo di più?

Sono due. Il primo si chiama Internet of Caring Things ed è un programma per il quale siamo stati finanziati, giusto a fine Gennaio con 5 milioni di sterline dalla North of Tyne Combined Authority.

Il nome evoca un concetto noto. In cosa consiste?

Costruiremo qui nel nord-est dell’Inghilterra un epicentro industriale di innovazione centrato sull’internet delle cose legato all’invecchiamento e alla longevità. Ci tengo a chiarire il senso della parola “caring”. Non stiamo parlando qui dell’associazione logica (ma anche stereotipata) che associa “vecchiaia” a “healthcare”, quanto invece intendiamo esplorare il senso profondo della parola “cura”. Non soltanto qualcosa che si prende cura di me, ma anche il valore che si sprigiona attorno alle cose di cui io mi prendo cura, le cose che hanno un significato per me, o per me in relazione alle persone di cui mi curo.

Mi sembra un modello molto interessante e “contemporaneo”, rispetto al consueto approccio, di cui pure ho presentato negli anni diversi esempi in Tecnologia Solidale….

Lo è. Vogliamo capire – attraverso i dati – cosa impatti il nostro benessere e come i fattori indiretti di benessere – il nostro cane, le piante sul balcone o l’ambiente di cui ci curiamo – si prendano cura del nostro benessere inteso nella sua dimensione più olistica. Le ricerche ci dicono che la almeno la metà delle persone over-50 non mai usato nella propria vita una tecnologia per la gestione della propria salute e quando lo fa, si stufa dopo poche settimane, anche in casi di patologie conclamate come il diabete dove sensori e app sono innegabilmente d’aiuto.

Il punto quindi non sarebbe la disponibilità di tecnologia, ma il fatto che essa sia collocata come fuori dal contesto di vita delle persone… 

…Come se mancasse una ragione profonda del perché farlo, come se mancasse quel qualcosa capace di spingerci ad agire, che incontri un senso più ampio ed extra-funzionale, di cui ci curiamo senza che diventi un obbligo, per quanto utile, ma sempre un obbligo.

Bene. Hai parlato di due progetti. Il secondo di cosa tratta? 

Si chiama City of Longevity e rappresenta una serie di toolkit per permettere alle città – con un particolare focus sulle città intermedie così come le definisce la World Bank con cui abbiamo co-firmato un rapporto sul tema – di sviluppare politiche di promozione di stili di vita più salutari attraverso le infrastrutture esistenti come ristoranti, musei, negozi. Ci sono troppe raccomandazioni disponibili e pochi programmi facilmente adattabili e misurabili, che possano permettere di disegnare una città capace di andare oltre a programmi storicamente fondamentali ma datati come le WHO Age Friendly Cities o i più recenti paradigmi della città dei 15 minuti.

Cosa non ti convince della città dei 15 minuti?

È un bel concetto di prossimità dei servizi, tutto sommato esistente dalla notte dei tempi da noi in Europa, diverso se lo applichi agli Stati Uniti. Ha preso subito un afflato di marketing, che ne ha permesso la diffusione, ma lo ha anche portato ad essere anche un esempio di come contribuire alla gentrificazione e paradossalmente all’esclusione. Non per l’idea in sé, ma per come viene rappresentata. Nel nostro lavoro ci siamo confrontati ad un certo punto con il gruppo della Professoressa Bandini alla Bicocca, che sta sviluppando un progetto con molte ambizioni coincidenti alle nostre, chiamato “Longevicity” centrato fortemente sulla mobilità.

Visto il nostro lavoro con Piaggio Fast Forward (siamo l’unica entità fuori dagli USA ad avere i loro walking robots Gita) sulla mobilità urbana e il nostro lavoro sul pedestrianismo all’interno della City of Longevity stiamo provando a far diventare i due progetti un unico grande progetto, non solo europeo.
Torniamo in Italia. Che rapporti ha il tuo centro con il nostro Paese? Hai già citato qualcosa…

Sono italiano e, per ovvie ragioni, porto con me 30 anni di relazioni personali e professionali che non si sono certo assopite quando mi sono trasferito in USA oltre sette anni fa e non hanno smesso di fiorire quando sono venuto a lavorare qui in Inghilterra. Questo nostro dialogo lo testimonia…
Grazie…

… nonostante una certa (condivisa globalmente per carità) cecità politica e imprenditoriale sul tema – sempre confinato nella parentesi pensioni e assistenza – ci sono comunque in Italia molti attori consapevoli dell’importanza dell’opportunità sociale ed economica del tema.
Esempi?

Noi collaboriamo con Fondazione Ravasi Garzanti, con Università Cattolica, con Bicocca, con Bocconi, con il PoliHub guidato dal bravo Deluchi e con molti altri. Lavoriamo con Piaggio con cui stiamo esplorando la mobilità over-65. Con Chiesi Farmaceutica e Mondadori abbiamo discusso di luoghi di lavoro intergenerazionali. Stiamo supportando la milanese Solongevity a disegnare la loro offerta di longevità a 360 gradi, un approccio completamente innovativo, che li porterà da Milano a Newcastle. Poi ci sono attori come CDP o Quadrivio che credo possano dare una reale svolta sostenendo quell’innovazione che citavo prima.
Mi sembra un buon inizio e anche un buon modo di salutarci…

Lasciami però dire la cosa che ripeto da 13 anni: l’invecchiamento è la migliore opportunità di investimento, ricerca, sviluppo, impresa che l’Italia abbia davanti a sé. E lo è anche perché credo sia la piattaforma su cui costruire una interazione sociale, esperienziale, culturale, professionale tra le generazioni. Se appare un sogno, l’unica cosa che dovremmo fare allora è avere il coraggio di sognarlo. Per giovani e vecchi.
Antonio Palmieri

Antonio Palmieri, sposato, due figli, milanese, interista. Dal 1988 si occupa di comunicazione, comunicazione politica, formazione, innovazione digitale e sociale. Già deputato di Forza Italia