L’ESPERIENZA

Matteo Mingardi: cosa ho sbagliato nel mio primo anno da CEO (e cosa rifarei) dopo anni di innovazione



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Più cambiamento non significa più valore, scrive Matteo Mingardi, CEO di Nespak dopo otto anni a capo dell’innovazione in Pelliconi. Che qui racconta tre errori fatti, frequenti nelle aziende. “Il vero change management sia aiutare un’organizzazione a scegliere cosa non cambiare”

Pubblicato il 11 mar 2026



Matteo Mingardi
Matteo Mingardi, CEO di Nespak Imballaggi

Per anni ho lavorato su innovazione e trasformazione organizzativa. Entrare nel ruolo di CEO, però, cambia radicalmente il punto di vista.

Con la responsabilità piena su persone e risultati, ho capito una cosa semplice ma scomoda: il change management raramente fallisce per mancanza di idee. Fallisce per cattiva allocazione di attenzione, capitale ed energia manageriale.

Nel primo anno ci siamo concentrati su focus operativo, disciplina decisionale e scelte difficili. I risultati economici sono arrivati, con un miglioramento significativo della redditività a doppio digit.

La lezione più importante non è stata cosa cambiare. È stata cosa smettere di fare. Più cambiamento non significa più valore

Nel dibattito sull’innovazione industriale si tende spesso a sovrastimare la quantità di cambiamento necessaria. Nella pratica manifatturiera, però, ho visto l’effetto opposto: troppe iniziative contemporanee riducono il focus operativo, aumentano il debito organizzativo e consumano l’energia delle persone chiave.

Il cambiamento ha un costo umano e gestionale che raramente compare nei business case, ma che incide direttamente sulla capacità di creare valore nel tempo.

In molte organizzazioni il problema non è la mancanza di idee o di progetti. È l’accumulo di iniziative che competono tra loro per le stesse risorse: tempo manageriale, capitale e attenzione delle persone migliori.

La vera domanda, quindi, non è “quanto cambiare”, ma cosa smettere di fare.

Nel mio primo anno da CEO ho commesso almeno tre errori che oggi riconosco con maggiore lucidità — e che rivedo spesso anche in altre aziende industriali

Ho sottovalutato la fatica cumulata del cambiamento. Non la resistenza, che è naturale, ma l’accumulo di iniziative. Singolarmente sensate, ma complessivamente superiori alla capacità di assorbimento dell’organizzazione.

Ho finanziato troppe iniziative “ragionevoli”. Molti progetti erano difendibili, pochi erano davvero decisivi. Ho imparato che finanziare tutto ciò che ha una buona logica significa non puntare davvero su nulla.

Ho rimandato decisioni che sapevo sarebbero state impopolari. Nel change management il tempo non è una variabile neutra. Rimandare non riduce il costo di una decisione: spesso lo aumenta, in termini di credibilità e impatto finale.

Guardando a posteriori, una parte rilevante dei risultati ottenuti quest’anno deriva proprio dall’aver preso alcune decisioni difficili: poche, ma asimmetriche, sufficienti a cambiare la traiettoria dell’azienda.

Il passaggio più rilevante non è stato metodologico, ma mentale. A un certo punto ho smesso di chiedermi cosa dovessimo cambiare e ho iniziato a chiedermi dove stessimo davvero creando valore

In un intervento che mi ha colpito molto, Sundar Pichai ha sintetizzato questa sfida con un’espressione semplice: “signal over noise”. Ridurre il rumore per far emergere ciò che conta davvero.

In un contesto industriale questo significa qualcosa di molto concreto: meno iniziative simultanee, più priorità chiare e maggiore disciplina nell’allocazione delle risorse.

Portata nella realtà delle aziende manifatturiere, questa logica significa accettare che non tutte le iniziative meritano attenzione e che la leadership consiste spesso nel togliere complessità prima ancora che introdurre cambiamento.

Il CEO non è il chief change officer. È, prima di tutto, il chief value allocator: colui che decide dove concentrare risorse, attenzione e capitale, accettando il costo dei “no” necessari per rendere possibili pochi “sì” davvero trasformativi

Ho capito che il cambiamento efficace non è quello che si racconta meglio, ma quello che resiste alla pressione dei primi trimestri difficili.

La legacy come responsabilità, non come ostacolo

C’è un elemento che spesso viene sottovalutato nel dibattito sul cambiamento industriale: la legacy.

Guidare un’azienda con decenni di storia — nel mio caso oltre settant’anni — significa confrontarsi ogni giorno con competenze, processi e identità che non sono un freno, ma un capitale accumulato nel tempo.

Nelle aziende industriali la storia non è solo memoria: è esperienza tecnica, relazioni costruite negli anni e una cultura operativa affinata attraverso cicli economici e trasformazioni del mercato.

La vera responsabilità del CEO non è cancellare la storia dell’azienda, ma decidere con precisione chirurgica cosa preservare e cosa trasformare. Cambiare tutto è relativamente facile. Governare il cambiamento rispettando ciò che funziona davvero è molto più difficile

Le regole operative che applico oggi

Oggi applico alcune regole semplici — e molto rigorose — a ogni iniziativa di trasformazione:

• ogni progetto deve avere un responsabile con esposizione diretta su P&L
• se non migliora produttività o marginalità, non è una priorità
• meglio completare una trasformazione che avviarne molte
• se non è spiegabile in pochi minuti a un consiglio di amministrazione, non è sufficientemente chiara

Queste regole non rendono il cambiamento più facile. Lo rendono più disciplinato.

L’innovazione resta essenziale per la competitività industriale. Ma senza disciplina decisionale rischia di diventare rumore.

Oggi credo che il vero change management sia aiutare un’organizzazione a scegliere cosa non cambiare, proteggendo ciò che funziona e intervenendo con decisione dove il valore è reale.

In fondo, il lavoro del CEO si può riassumere così: ridurre il rumore, proteggere il segnale e concentrare l’energia dell’organizzazione su ciò che crea davvero valore.

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