La figura del Pro Player: cosa significa davvero essere un giocatore professionista di eSport? | Economyup

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La figura del Pro Player: cosa significa davvero essere un giocatore professionista di eSport?



Guadagnare giocando ai videogiochi? Fare il giocatore professionista sembra un sogno: nessuna fatica, nessuno stress. Ma è davvero così? In realtà no, ecco perchè

29 Apr 2021


Quando si parla di giocatori professionisti degli esport, ci si riferisce ad un numero ristretto di persone che sono riuscite a farsi notare nel settore competitivo dei videogame. Difatti, rispetto agli sport tradizionali poter emergere in questo settore appare molto difficile e a volte quasi impossibile, dovendo differenziarsi tra i milioni di giocatori che si sfidano online cercando di dimostrare che le proprie abilità siano superiori a quelle di chiunque altro.

Diventare un giocatore di esport non è perciò facile e aggiudicarsi un premio ancora meno, soprattutto se si considera che per divenire un professionista a tutti gli effetti è spesso necessario concentrarsi esclusivamente su un videogame. Di solito sono previste tra le sei e le dodici ore di allenamento al giorno (sia in team che in singolo), bisogna studiare strategie e tattiche, relativamente ad un unico titolo e a un unico ruolo di gioco, al fine di primeggiare nel minor tempo possibile, a maggior ragione perché il ciclo di vita di un videogioco è molto più breve che negli sport tradizionali.

eSport, una carriera per pochi

Certo è che si può entrare nel mondo competitivo fin da bambini: diventare un’icona degli esport è possibile anche in giovane età (questo è il caso di Fortnite, gioco pubblicato dalla Epic Games a luglio 2017, che vede giocatori giovanissimi famosi in tutto il mondo. Tra questi ricordiamo Joseph “33 Gosu” Deen, che è entrato a far parte del Team 33 a soli 8 anni) sebbene nella maggior parte dei videogame l’età minima richiesta per il gioco e la competizione sia 17 anni.
L’importante è diventarlo in fretta, prima che il gioco muoia e venga rimpiazzato da un sequel o da un titolo più famoso.

Questa è una delle motivazioni per cui molti giocatori cercano di raggiungere la vetta e fare quanti più soldi possibile in un breve lasso di tempo. Inoltre, si tratta ora di un periodo in cui la fama degli esport sta avendo una crescita esponenziale determinando al contempo un aumento proporzionale anche degli stipendi dei giocatori; i professionisti si trovano dunque nella posizione di prediligere contratti a tempo determinato (solitamente della durata di un anno), a volte anche “opportunistici”. Un esempio è League of Legends, gioco per il quale in Europa un giocatore guadagna circa 80 mila dollari l’anno, in Nord America nel 2017 avrebbe accumulato la cifra di 105 mila per poi arrivare a circa 320 mila dollari durante il 2019.

Uno dei più famosi giocatori di LoL è Lee “Faker” Sang-hyeok, membro, e co-proprietario, degli SK Telecom T1. Il ragazzo sudcoreano si è classificato 52esimo come giocatore professionista più pagato nel mondo degli esport, con un patrimonio netto di circa 4 milioni di dollari nel 2019; inoltre, ha vinto più di un 1.2 milioni di dollari in 46 tornei e parte dei suoi guadagni sono derivati da sponsorship (su Twitch è seguito da 1.5 milioni di persone, sebbene solo in quattrocento sono iscritti al suo canale).

I premi in denaro dei vari tornei sono una delle principali fonti di guadagno dei giocatori eppure, secondo lo studio di Zach Cabading “What are the Average esports Earnings for Top Competitors?”, “nel 2019, i guadagni mediani degli esport sono stati di appena 673 dollari. Questo studio si basa su 3.433 tornei con 19.567 partecipanti. Non sembra un gran numero, ma le entrate medie degli esport per il 2019 sono molto più alte: 8.885,75 dollari. I numeri rivelano che i migliori giocatori di esport guadagnano molto più di altri”.

Perchè i Pro Player ripiegano sullo streaming

Negli esport, uno dei modi in cui molti giocatori cercano di tutelarsi nel tempo, inseguendo una sorta di stabilità nei guadagni, è con lo streaming. Attraverso piattaforme come Twitch è possibile avere entrate più o meno regolari, e si ha la possibilità di costruirsi un’alternativa ad un lavoro fin troppo incerto: la pubblicazione di video può costituire fino al 30% delle entrate di un pro-player, contro il 25% dei premi in denaro. Lo stipendio vero e proprio derivante dalla competizione, invece, costituisce il 50% delle loro entrate.

Molti giocatori, come “A_Seagull”, membro del team Dallas Fuel, hanno smesso di giocare in tornei competitivi proprio per concentrarsi unicamente sullo streaming. Decisioni come queste possono essere dettate anche dai ritmi troppo stressanti di allenamento che si nascondono dietro un campione di esport: la routine di un professionista prevede moltissime ore di allenamento, affiancate da esercizi fisici e di respirazione, yoga, esercizi per allenare i riflessi e/o specifici per i gamer. Mikkel Hjuler, esperto in terapia fisica sportiva, ha guidato nell’allenamento alcune squadre di esport affidandogli esercizi che prevedevano l’esercizio dei muscoli delle mani.

In ogni caso attraverso lo streaming, alcuni degli streamer più famosi, come Tyler “Ninja” Blevins, il più conosciuto giocatore di Fortnite, riescono a guadagnare circa 500 mila dollari al mese; ovviamente si tratta di cifre rare, dal momento che di media un giocatore con circa 2mila iscritti sul proprio canale Twich riesce a portare a casa circa 60 mila dollari all’anno, una valida alternativa alla competizione se pensiamo che un pro-player di Overwatch guadagna “solo” 50 mila dollari.

eSport, il braccio di ferro tra individuo e team

Sicuramente è importante sottolineare come al momento il potere decisionale e di contrattazione è completamente in mano alle squadre e non ai singoli giocatori. Questi ultimi rimangono una categoria svantaggiata e fin troppo numerosa, tanto che vi è un surplus di giocatori che tentano di diventare professionisti.

Un esempio di tale squilibrio lo abbiamo con Turner “Tfue” Tenney che nel 2019 ha aperto una controversia contro il suo team, i FaZe Clan, denunciando di essere stato privato di alcune opportunità commerciali, di non aver ricevuto lo stipendio in alcune occasioni, e dichiarando che l’80% dei suoi guadagni spettassero al team, con una divisione degli utili tra FaZe e Tfue dell’80/20.
Questa vicenda dà un’idea del quasi inesistente potere contrattuale dei giocatori (almeno in alcuni casi), e allo stesso tempo ha determinato ad un numero maggiore di professionisti che ha richiesto lo status di “impiegato”, ricevendo quindi maggiori tutele legali (come minimi salariali, giorni di ferie, e così via).

Stefania Barbato

Appassionata di musica, libri e tech, contribuisce a sviluppare l’ecosistema startup italiano con progetti innovativi, creatività e go-to-market