Federico Frattini (MIP): lo smart learning oltre il coronavirus, flessibilità e inclusione | Economyup

L'INTERVISTA

Federico Frattini (MIP): lo smart learning oltre il coronavirus, flessibilità e inclusione



Il Dean del MIP racconta il modello che ha portato l’International Flex MBA della School of Management del Politecnico di Milano nella top ten mondiale. “Fare smart learning significa riprogettare l’esperienza didattica, usando la tecnologia per non escludere nessuno”.

di Giovanni Iozzia

06 Mar 2020


Federico Frattini, Dean del MIP

Smart learning, scuola on line, formazione a distanza. “La crisi del coronavirus è l’estremizzazione di una tendenza, l’emersione forzata di un fabbisogno: dare a tutti la possibilità di accedere alla formazione, anche in situazioni di difficoltà”. Incontro Federico Frattini, docente di Strategic Management and Innovation e Dean del MIP, per commentare l’ottimo posizionamento dell’International Flex MBA della School of Management del Politecnico di Milano nella top ten mondiale dei master on line del (unico italiano, nono al mondo, quarto in Europa), e inevitabilmente si finisce per parlare dell’alternavita alla formazione tradizionale che il digitale può offrire e sta offrendo nella situazione di emergenza determinata dalla diffusione del COVID-19. “Questa è l’occasione, purtroppo in un momento drammatico che non avremmo voluto vivere, di mostrare il valore che le tecnologie possono esprimere”.

Professore, cominciamo a intenderci sulle parole. In questi giorni si parla tanto di formazione a distanza ed e-learning. Lei preferisce parlare di smart learning. Perché?
È dal 2010 che metto la testa su questo tema e oggi dovrebbero essere tutti consapevoli che una lezione di mezza giornata in presenza posso farla anche su Teams (il collaboration hub di Office365, ndr.) o altre piattaforme simili: questo è solo un primo passo, che può andare bene in situazioni di emergenza, come quelle che stiamo vivendo. Ma lo smart learning è un’altra cosa.

Che cos’è lo smart learning?
Riprogettare un’attività formativa per renderla più flessibile e inclusiva. Insomma, usare la tecnologia per ripensare il modo di insegnare e il modo di fruire l’insegnamento.

Che cosa bisogna riprogettare per fare smart learning?
Di solito l’attività formativa ha tre ingredienti fondamentali: le conoscenze; la loro applicazione a casi per trasformarle in competenze; il coinvolgimento di chi mi sta davanti, che cerco di ottenere con la discussione e le esperienze personali. Queste tre cose in una lezione vengono plasmate e integrate dal docente, anche in modo istrionico, Con la tecnologia si devono ripercorrere questi tre momenti ma senza poterli mescolare come avviene in un’aula.

E allora come si fa formazione con le tecnologie?
Bisogna riproporre i tre momenti fondamentali in altro modo. Le conoscenze le dai prevalentemente con contenuti digitali asincroni, che siano proprietari o presi dai mooc (massive open on line courses, ndr.): comunque sono contenuti che si possono fruire in autonomia, quando si ha tempo ma in un periodo di tempo definito. Poi per trasformare le conoscenze in competenze servono altri strumenti. Noi lo facciamo in maniera efficace con Teams: il docente può stare dove vuole, la classe è divisa in sottogruppi che lavorano su casi, analisi o documenti. In momenti definiti il docente apre la sessione, riassume le conoscenze chiave, entra nei gruppi virtuali, vede quello che stanno facendo, si ricompone poi la sessione virtuale plenaria, ogni team presenta il suo lavoro, il docente fa il debriefing.

C’è poi la terza gamba: il coinvolgimento dell’aula. Come viene gestito?
Con la social discussion. Almeno ogni due settimane è in programma un videoforum dove il docente commenta un fatto di attualità o un evento del mondo del business e incoraggio le persone a commentarlo, ad analizzarlo, insomma a discuterne usando gli strumenti interpretativi che sono stati acquisiti nelle precedenti fasi. Lo smart learnging non è quindi la trasposizione a distanza della lezione in presenza tramite un canale digitale, con centinaia di persone a seguire in contemporanea, cosa che oltretutto può creare problemi di connettività”

La posizione conquistata nel FT Online MBA 2020 Ranking dice che questo modello funziona. Come ci siete arrivati?
La tecnologia è una grande abilitatore e noi l’abbiamo adottata con convinzione e la collaborazione di Microsoft. Ma dietro c’è e ci deve essere la comprensione di un fenomeno, di un cambiamento determinato dalle tecnologia. Il nostro vantaggiop è stato aver cominciato nel 2013, abbiamo provato, poi ci siamo organizzati, abbiamo coinvolto i docenti. Tutti abbiamo ci siamo preparati allo switch dalla lezione classica face to face a quella smart.

Sono necessarie competenze diverse dei docenti per fare questo switch?
Replicare una lezione frontale classica, poco interattiva, è molto più semplice di quanto si possa pensare. Le cose cambiano quando si vuole salire di livello e accrescere l’efficacia. Per esempio, ci sono metodi per mantenere l’attenzione di chi segue a distanza. Per fare una sessione on line efficace è importante sapere che cosa dire nei primi due minuti, come impostare i moduli, cosa dire a metà, magari lanciare un poll per mantenere l’attenzione di chi non è presente fisicamente. Ci sono delle tecnicalità, servono linee guida che al MIP abbiamo definito e condiviso con i docenti.

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Qualche numero sull’Internation Flex Mba?
Dalla prima edizione del 2014 a oggi abbiamo avuto circa 550 studenti nelle due aule (Italia e inglese). Ne partono circa 100 all’anno che per una scuola come il MIP che ha circa 1900 studenti è un risultato notevole. Va ricordato che è il nostro prodotto più costoso, posizionato in alto: quindi sono numeri importanti.

Chi sono i 100 studenti che scelgono lo smart learning?
L’aula italiana è composta prevalentemente da studenti che arrivano da Milano e dalla Lombardia: sono persone con agende incompatibili con qualsiasi formato di corso in presenza. Questo è un dettaglio importante: per noi non c’è stata alcuna riduzione nei master tradizionali, anzi le aule puramente face to face sono aumentate, a dimostrazione che quello digitale è un mercato diverso, fatto da persone che danno la priorità alla flessibilità nella scelta di un corso. Siamo riusciti, inoltre, ad attirare diversi expat, ogni aula italiana ne ha circa cinque, che lavorano temporaneamente all’estero ma vogliono frequentare un nostro corso.

Quali sono i profili professionali che preferiscono la formazione digitale?
Queste sono le aule dove abbiamo più imprenditori e amministratori delegati e questa è una delle ragioni del ranking che abbiamo ottenuto, visto che tra gli elementi di valutazione ci sono anche le carriere e le retribuzioni di chi frequenta il corso. Parliamo di figure professionali per cui il tempo e la flessibilità hanno un valore altissimo. Invece nell’aula inglese il 40% arriva da fuori Italia, un mercato che apprezza molto la formazione a distanza. Per un Executive Master in Business Administration non avremmo mai attirato stranieri chiedendo la presenza fisica. Su questo target di manager e imprenditori, che sta intorno ai 40 anni, solo uno strumento on line che ha permesso di diventare interessanti per chi vive fuori dall’Italia.

Questo master non prevede momenti fisici?
In realtà quelli valutati e classificati dal Financial Times sono corsi blended con una forte prevalenza di on line, almeno l’80%. In presenza si fanno le parti del corso dedicate al leadrship development, circa una settimana.

Programmi 2020?
È appena entrato in funzione la nuova piattaforma LMS (learning management system, ndr.) che supporta questi master: si chiama DHub, l’abbiamo fatta noi e integra i servizi cognitivi di Eclexia di Vetrya, che permettono una gestione dei contenuti video e audio molto evoluta: tieni conto che tutte le lezioni anche quelle in presenza vengono registrate e caricate sulla piattaforma. Abbiamo poi completato la libreria di contenuti multimediali: il MIP adesso ha circa 1000 contenuti che coprono tutti i temi di management che sono quel pezzo di conoscenza che dicevo all’inizio.

Professore, che cosa ci lascerà l’emergenza coronavirus?
La risposta a questa emergenza lascerà certamente qualcosa al sistema della formazione, a tutti i livelli. È aumentata l’attenzione per il tema, si sono sensibilizzati i docenti, che hanno imparato a confrontarsi con la tecnologia. In sole due settimane sono state fatte tante cose buone, anche se non sempre è stato fatto vero e-learning. Importante è capire la lezione che ci sta dando il virus: le tecnologie sono utili per aumentare flessibilità e inclusione. Mi spiego con un esempio: un nostro studente per motivi di salute è rimasto bloccato a casa, come qualcuno che oggi si ritrova in quarantena in zona rossa. E ha potuto continuare a seguire i corsi a distanza. Siccome per me l’individuo conta come le migliaia, dico che le tecnologie possono aiutarci a far sì che nessuno resti escluso. La tecnologia è democratica per questo, perché è scalabile as a service e una volta che ce l’hai tu usarla per essere inclusivo per una peresona, tre o mille.

 

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.