RESTARTUP

Dialogo tra un commercialista e uno che ne sa su smart working e quel che resterà dopo il coronavirus

Non è facile per uno studio professionale far tutto in smart working. Perché? “Non è una scelta”, dice Alessandro Donadio, HR Transformation Leader di EY. Serve disciplina e delega. “Ma se riusciremo a capitalizzare questa esperienza di necessità, consolideremo la trasformazione e niente sarà più come prima”

Pubblicato il 31 Mar 2020

Photo by Hunters Race on Unsplash

Da qualche settimana io e i colleghi del nostro studio siamo operativi in modalità smart working o meglio lavoriamo da casa. È una esperienza nuova, già provata saltuariamente ma è la prima volta che tutto lo studio lavora da casa e per un periodo di tempo che immaginiamo non sarà brevissimo. Affrontiamo questa nuova avventura con curiosità ed accettiamo volentieri la sfida.

Sfida non facile sia chiaro perché, al di là dei primi entusiasmi e dei soliti racconti degli inguaribili ottimisti, è difficile mantenere gli stessi ritmi sia per banali esigenze organizzative (es. assenza di stampanti professionali in casa), sia perché non è facile lavorare ascoltando le notizie alla TV e con i bambini che richiedono attenzione. Detto questo, noi professionisti siamo sicuramente avvantaggiati essendo da tempo abituati a lavorare presso il cliente o comunque fuori studio.

Ci proviamo, ripeto, con riunioni in videoconferenza la mattina, usando la chat di whatsapp per gli avvisi veloci, cercando di essere presenti coi clienti nonostante la distanza.

Tutto questo però non è esattamente smart working ed allora ho chiesto aiuto ad Alessandro Donadio, HR Transformation Leader di EY ed autore dei libri HRevolution e SmartingUP. Con Alessandro in questi giorni stiamo organizzando un webinar gratuito per aiutare le PMI clienti di Studio Panato ad approcciare lo smartworking. Ho colto quindi l’occasione per fargli qualche domanda. Le risposte credo potranno essere utili a molti.

Alessandro, come sta vivendo questi giorni di reclusione forzata una persona come te abituata a fare smart working e a gestire gruppi di lavoro in smartworking?
Domanda complessa. Io sono piuttosto irrequieto a dire la verità. Intanto perché uno degli elementi di base dello smart è la scelta, che in questo caso è negata. Quindi non possiamo in senso stretto parlare di smartworking ma di remote working forse. Ma non voglio attardarmi sulle parole. Irrequieto anche perché l’attuale situazione mi porta da un lato a sentire, come tutti del resto, il peso dell’esperienza che stiamo vivendo, fatta di storie umane in difficoltà estrema. Ma anche a pensare al futuro e a domandarmi che forma avrà. Come sarà la società, le relazioni, l’economia, le organizzazioni. Perché è impensabile che tutto torni come era prima.

Sul piano più pratico so come fare, ecco: le videocall, gli one to one con i collaboratori, i documenti condivisi. Questa cosa funziona perché funzionava già prima. Ma le relazioni soffrono però, e per questo spesso mi rendo conto che i miei colleghi qualche volta hanno bisogno di una mia telefonata in più. Di un messaggio anche solo di saluto. Di compensazioni di cui ho bisogno anche io.

I team leader credo stiano “soffrendo” particolarmente, dovendo garantire continuità operativa, indirizzo, motivazione dei collaboratori in un contesto nel quale non sono preparati neanche loro. Io sono fra questi ecco.

Nel nostro studio stiamo lavorando da casa ormai da qualche settimana. Siamo abbastanza convinti che quello che stiamo facendo non sia esattamente smartworking ma rappresenta per noi comunque un primo passo importante. Ci aiuti a capire le differenze?

Si, come dicevo prima lo smartworking va inteso come una “liberazione” dal vincolo del tempo e dello spazio. Con questo nuovo modo di pensare al rapporto fra persona ed organizzazione, spostiamo l’attenzione dai vincoli esterni, che a questo punto diventano risorse (come l’ufficio per esempio), alla responsabilizzazione individuale rispetto agli obiettivi professionali che ha il tuo ruolo.

Un’organizzazione diventa smart quindi quando le persone crescono in questa consapevolezza tale per cui stare in luogo o un altro non cambia l’effetto. Lavorare in una fascia oraria o l’altra non deprime ma anzi in qualche caso aumenta la produttività.

Quindi non è che demonizzi questa situazione in sé che stiamo vivendo; anzi a questo punto ben venga se accelera un processo di delega, ma sono convinto che stressi il tema tecnologico e non quello della responsabilità individuale. Ecco perché dicevo che i capi subiscono tanta pressione in questo momento, dovendo presidiare tutto, a distanza, e con i collaboratori non tutti realmente consapevoli di essere nodi professionali cruciali per far funzionare le cose, mai come in questo momento.

Dopo questa esperienza credo saremo diversi, sembra strano ma, dovendo sintetizzare in poche parole, ti direi che stiamo lavorando molto di più in ottica finanziaria (per tutelare la cassa delle imprese), cerchiamo di avere maggiore empatia per compensare la distanza fisica e le incertezze del periodo. Uno strano mix di rigore organizzativo e maggiore umanità che richiama in qualche modo la bella intervista a Corrado d’Elia contenuta nel mio libro “RESTARTUP”: “Ci vuole disciplina per vivere di poesia”. Che ne pensi? L’innovazione, il cambiamento, il nuovo più in generale ci chiedono un approccio più rigoroso?

La disciplina è davvero la chiave in effetti. O meglio, è l’elemento che rende concreto un cambiamento. Anche l’empatia ne beneficia. In questo momento dobbiamo stare molto vicino alle “nostre” persone che sono a casa in una situazione di ansia per il futuro, di costrizione nel presente, e per farlo serve una qualche disciplina nel sentirli tutti i giorni (ne troppo ne poco), nell’organizzare il lavoro con loro (senza prevaricare ne eclissarsi), ricordarsi anche di un compleanno, o di qualcuno che sappiamo ha una situazione personale particolare. Si, insomma, serve del rigore anche per restare umani.

Molto cambierà anche nel modo di fare formazione (penso all’interessante trend della micro formazione), ai nuovi e forse più stretti rapporti che si andranno a definire coi partner della filiera, insomma un’importante accelerazione di molte tendenze già presenti ma che oggi diventano radicali (ecommerce, nuovo design degli uffici, ecc.) e ci costringono a scelte non più rimandabili. Sempre alla ricerca della creazione del valore. Sapremo vincere la sfida?

Guarda, come persona oscillo fra il #celafaremo e la paura, continuamente. Come professionista tendo a dire che se apriamo un confronto su futuro, sembra paradossale ma non rimandabile se ci pensi bene, sapremo usare le risorse tecnologiche (Microsoft sta regalando utenze a tutti per esempio), le competenze e la voglia di rinascere, che sempre emerge quando una crisi come questa taglia il presente, possiamo vincere la sfida.

Ora si tratta di tenerci insieme confrontando esperienza di “resistenza”, che da più parti si leggono e si ascoltano, scambiare un po’ di aiuto con altro aiuto, costruire il senso di comunità entro il quale può crescere una nuova idea di economia di sistema.

Poi appena tireremo su la testa capitalizzare queste esperienze magari creando dei poli di competenze territoriali, in cui grandi imprese aiutino PMI a consolidare la trasformazione che ora sono costrette a fare per necessità.

In effetti “niente sarà più come prima” è forse proprio quello che ci dobbiamo augurare.

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Andrea Arrigo Panato
Andrea Arrigo Panato

Dottore Commercialista e Revisore Legale, ha maturato una particolare esperienza nella gestione ordinaria e straordinaria d’impresa. È docente presso le scuole di specialità in Procedure Concorsuali e Risanamento d’impresa e in Finanza Aziendale e presso la Scuola di Alta Formazione Luigi Martino dell’Ordine di Milano. Autore di “Restartup. Le scelte imprenditoriali non più rimandabili” (EGEA).

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