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Cybersecurity: cosa fare se un’app per l’allenamento mette a rischio la sicurezza nazionale

di Cristina Pozzi

29 Gen 2018

Uno studente australiano ha scoperto che, dalla condivisione dei dati su un’applicazione per il fitness da parte dei militari, era possibile rintracciare basi e spostamenti con precisione sconcertante. Un caso che fa riflettere sulla necessità di un uso più responsabile delle informazioni da parte di aziende e utenti

Cosa c’entra il fitness con le missioni militari? Da oggi c’entra moltissimo.

Strava, un’app per l’esercizio fisico e il tracking della salute, ha rilasciato a novembre una heatmap degli allenamenti dei suoi utenti. Si tratta di una mappa interattiva che permette di navigare tra gli allenamenti che sono stati caricati dagli utenti e nella loro localizzazione al momento dell’esercizio fisico. Uno strumento di marketing veramente ben fatto che risponde perfettamente alla nostra neonata passione per i dati.

Ma chi avrebbe pensato che questo strumento potesse mettere in pericolo la sicurezza nazionale di un Paese? Qualche giorno fa qualcuno se lo è chiesto e ha deciso di provare a verificare quanti fossero gli utenti di questa app tra i militari, e la risposta è: molti. Questo qualcuno è uno studente di National Security all’Australian National University, Nathan Ruser, che ha postato online la segnalazione sottolineando che, grazie ai dati disponibili, è possibile rintracciare le basi militari e monitorare gli allenamenti di coloro che vi lavorano.

Se i dati, a una prima occhiata, non sembrano rivelare molto di più di quello che è possibile scoprire attraverso Google Map, in realtà forniscono molte più informazioni: le abitudini di vita e allenamento, gli spostamenti delle truppe, e una precisione sconcertante nella localizzazione.

Ad esempio ci sono immagini che mostrano chiaramente il numero di allenamenti che sono passati dal vialetto di ingresso di una casa e, quindi, permettono di risalire in modo molto preciso all’utente individuale che ha prodotto quei dati con le sue rilevazioni.

L’analisi Nathan Ruser, e degli utenti del web che hanno deciso di mettere alla prova il sistema ed evidenziarne le criticità, pone l’accento su un questione importantissima che ci riguarda tutti da vicino.

Oggi siamo costantemente localizzati, in primo luogo dal nostro smartphone, e spesso anche da altri device, ma non prestiamo una grande attenzione a quei dati, che raccogliamo per il puro piacere di vedere statistiche e mappe su di noi e sulla nostra vita.

Molte app che scarichiamo gratuitamente per i più svariati motivi hanno di default impostata la localizazione anche se, all’apparenza, quella localizzazione non serve a nulla. Ebbene, molte di queste app raccolgono dati su di noi e sulle nostre abitudini che poi rivendono a terzi per la profilazione dei clienti, proprio perchè dai nostri spostamenti si possono ricostruire dati molto precisi su di noi. Che lavoro facciamo, dove ci rechiamo più spesso a cena, dove facciamo la spesa e quanto tempo trascorriamo in un locale.

Il “caso Strava” ci insegna dunque due cose: certamente, da un lato, gli utenti dovrebbero essere più responsabili e (resi) consapevoli del tracciamento cui si sottopongono con questi strumenti e di cosa possano rivelare queste informazioni, dall’altro lato, per quanto la heatmap siamo molto bella da vedere e da navigare, si tratta probabilmente di dati che non dovrebbero essere condivisi online con questa leggerezza.

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Cristina Pozzi

Co-founder e Amministratore Delegato di Impactscool. Speaker, Advisor e Angel Investor. In passato è stata co-fondatore e Direttore Generale di Wish Days

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