Crowdfunding per progetti scientifici: case study e istruzioni per l’uso - Economyup

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Crowdfunding per progetti scientifici: case study e istruzioni per l’uso



In Italia i fondi per la ricerca sono esigui, perciò chi vuole finanziare progetti scientifici si rivolge sempre più spesso al crowdfunding. Qui gli esempi degli atenei di Pavia, Ferrara, Milano Bicocca e alcuni suggerimenti per gestire al meglio la raccolta fondi online

di Stefania Ragusa

15 Apr 2021


Crowdfunding, progetti scientifici

Nel campo della ricerca scientifica trovare finanziamenti è sempre più difficile. In Italia la spesa pubblica destinata alla ricerca è ormai attestata da vari anni intorno allo 0,5 per cento del Pil. Una percentuale che ci pone al di sotto della media Ue ( 2,2 per cento) e tradotta in euro significa circa 9 miliardi. La flessione dei fondi pubblici per la scienza rappresenta tuttavia  un trend generale e anche dove non ce l’aspetteremmo (gli Stati Uniti o il Regno Unito, per esempio) sta creando forti preoccupazioni.  È anche per questa ragione che negli ultimi anni si è cominciato a guardare con interesse al crowdfunding.

A livello internazionale esistono piattaforme specializzate nelle sovvenzioni “dal basso” per la ricerca scientifica. Per esempio CrowdScience  o DigVentures , che è focalizzata su progetti che riguardano gli scavi archeologici. E sono spesso le università a incoraggiare i propri ricercatori a avviare le campagne, appoggiandosi a piattaforme generaliste che hanno sviluppato canali ad hoc, oppure dotandosi di strumenti propri.

Crowdfunding per progetti scientifici: il caso Università Bicocca

La prima strada è stata scelta dall’Università Bicocca, che ha avviato una partnership con Produzioni dal Basso e proprio in questi  giorni ha presentato l’ultima idea progettuale in cerca di finanziamenti. Si tratta di una app ribattezzata Mind your time, che permette di modulare la propria presenza in rete disinnescando i rischi legati all’iperconnessione.

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In due anni l’ateneo milanese si è visto finanziare nove progetti per una raccolta complessiva che ha sfiorato i 70mila euro e che ha coinvolto quasi 900 donatori. #BiUniCrowd, questo l’hashtag scelto per i social e il web, si presenta come il “primo programma di crowdfunding universitario che adotta le vere regole del gioco del finanziamento dal basso”: campagne di raccolta con durata dai 45 ai 60 giorni, ricompense per i sostenitori, modalità di raccolta “tutto o niente”. O si raggiunge il tetto fissato dal proponente per far partire il progetto, oppure i contributi raccolti ritornano indietro.

La piattaforma dell’Università di Pavia

Altre università hanno preferito dotarsi di una propria piattaforma per realizzare le iniziative di crowdfunding destinate a progetti scientifici. Pavia ha fatto da apripista nel 2014 con Universitiamo, che si è dato come logo un simbolico innaffiatoio. Da quando è entrata in funzione la piattaforma ha ospitato 75 progetti di ricerca. Di questi, il 68% è riuscito a raggiungere e in alcuni casi a superare il goal del budget richiesto: una percentuale superiore alla media nazionale della performance di piattaforme di crowdfunding. Universitiamo ha raccolto a oggi più di 1milione 300mila euro da oltre 3200 donatori.

“Inizialmente anche Pavia aveva scelto la formula del tutto o niente”, spiega la responsabile del fundraising di Ateneo, Ilaria Cabrini. “Poi, tenendo conto anche dell’ammontare elevato di alcune ricerche, abbiamo optato per  la linea più pragmatica del “prendi tutto””.

La pandemia, che inizialmente aveva rallentato e penalizzato tanto la presentazione di progetti quanto l’organizzazione degli eventi volti alla loro promozione, sembra aver portato adesso a una nuova fase, in cui l’attenzione è ovviamente focalizzata sul Covid.  “L’attività dunque prosegue. E stiamo pensando alla creazione di un crowdfunding network con altre università”.

Crowdfunding per progetti scientifici: Ferrara contro il Covid19

Anche Ferrara ha scelto di agire in proprio, all’interno però di una cornice di comunicazione più ampia e articolata.  Il sito Unifeel, avviato nel 2019 in collaborazione con una agenzia di comunicazione,  riunisce un negozio fisico e digitale dove si possono acquistare gadget e capi di abbigliamento legati all’università, un canale di news e uno di crowdfunding gestito in autonomia. Al momento si possono sostenere tre progetti che hanno come denominatore comune il covid-19. E tre progetti sono stati presentati nell’anno del debutto. Sono stati tutti chiusi con successo e avevano temi differenziati: una malattia rara, la decontaminazione delle acque, l’efficienza energetica.

“Eravamo indecisi inizialmente sul tipo di piattaforma”, spiega Fulvio Fortezza, docente delegato al rafforzamento dell’immagine e del posizionamento dell’Ateneo. “Affidarci a una realtà esistente o farcene una tagliata su misura? Abbiamo optato per questa seconda possibilità, pur sapendo che sarebbe stata più complessa, perché era funzionale al nostro piano di comunicazione integrata e,  se le cose fossero andate bene – come in effetti stanno andando –, ci avrebbe consentito costruire e mantenere una rete di contatti”.

E se c’è una cosa su cui gli addetti ai lavori convergono è che, anche nel caso del crowdfunding finalizzato alla ricerca, la quantità e la qualità dei contatti sono fondamentali per la riuscita.

“A decretare il successo di una campagna di finanziamento è la forza del brand (in questo caso la reputazione dell’ateneo) e la partecipazione del pubblico”, dice ancora Fortezza. “L’oggetto, ossia il contenuto intrinseco della proposta, ovviamente conta ma se gli altri due fattori non sono ottimali difficilmente si raggiungerà l’obiettivo”.

Uno studio realizzato da #SciFund Challenge  e basato sull’esperienza di 159 scienziati che hanno tentato di finanziare le proprie ricerche attraverso il crowdfunding, conferma la rilevanza della comunicazione per il crowdfunding destinato a progetti scientifici.

“!La nostra analisi mostra che il coinvolgimento di un vasto pubblico è la chiave per il successo del crowdfunding scientifico. Per impegnarsi, uno scienziato deve prima creare un pubblico per il proprio lavoro, si spera prima che inizi la sua campagna di crowdfunding, ad esempio attraverso le reti Twitter e Facebook”, scrivono gli autori.

«Costruire un pubblico o “fanbase” e impegnarsi attivamente per coinvolgerlo e ampliarlo aumenta indirettamente i livelli di finanziamento ».

Il coinvolgimento del pubblico, a sua volta, dipende da vari fattori.

  • Una chiara ed efficace esposizione del progetto e della sua rilevanza: bisogna spiegare in modo chiaro e rifuggendo dai tecnicismi cosa si vuole fare e quali saranno le ricadute positive di quella ricerca per la collettività o anche per un gruppo di persone, come può accadere per esempio se ci si sta occupando di una malattia rara.
  • Una possibilità articolata di partecipazione: sia che si scelga la formula  “tutto o niente” o la più pragmatica “prendi tutto”, bisogna considerare le differenze di portafoglio e di interesse che caratterizzano i potenziali donatori e immaginare per tutti un’opportunità, dallo squattrinato che vuole esserci per ragioni ideali all’azienda che ha un obiettivo di visibilità. E per ciascuno va immaginato un sistema di  ricompensa mirato.
  • Un aggiornamento costante e multicanale, che comprenda l’uso dei social ma anche eventi in presenza: l’evoluzione della raccolta e del progetto va accompagnata giorno per giorno. I social come facebook, twitter, linkedin ma anche youtube, vimeo e, per particolari progetti, pinterest vanno aggiornati con regolarità e strategia, impegnandosi a rispondere con puntualità ai commenti del pubblico. È importante tuttavia programmare, quando possibile, anche presentazioni e momenti di incontro in presenza.
  • Metterci la faccia: l’appeal e la credibilità dei proponenti possono fare la differenza. Il ricercatore che racconta in prima persona la propria ricerca e che fa trapelare la propria passione, aprendosi a un confronto col pubblico, ha più chanche di fare breccia.
  • Alimentare costantemente i propri contatti: sarebbe importante disporre di una buona rete già in partenza ed è per questa ragione che inserirsi nella piattaforma già avviata dell’università rappresenta un vantaggio. Ci sono tuttavia piccole azioni, molto semplici, che possono servire ad allargare il giro dei contatti. Inserire nella propria firma in calce alla mail un riferimento alla campagna è una di queste. Cooptare amici e famigliari è un’altra.

Da tutto ciò discende non solo la necessità di un impegno attivo da parte dei proponenti ma anche quella, da parte dei vertici delle università e degli enti di ricerca, di sintonizzarsi con questa nuova dimensione. Per molti “anziani” docenti o amministratori è difficile comprendere che non si tratta di una digressione che allontana dalla ricerca ma di una condicio sine qua non per il successo del progetto, oltre che di un’operazione non scontata di pedagogia e divulgazione.

Come notavano Andrea Gaggioli e Giuseppe Riva, entrambi ordinari al dipartimento di Psicologia dell’Università cattolica di Milano, in un articolo di qualche anno fa,  «il crowdfunding non è solo una strategia per far fronte alla mancanza di investimenti nella ricerca, ma anche una chiave per aumentare la democratizzazione nelle scienze».

Stefania Ragusa

Giornalista (Africa, migrazioni, intercultura). Docente di comunicazione e di filosofia della comunicazione. Scrittrice