Che cos'è il Web 3.0 e perché se ne parla tanto: storia, limiti e modelli di business - Economyup

LO SCENARIO

Che cos’è il Web 3.0 e perché se ne parla tanto: storia, limiti e modelli di business



Nella visione attuale il web 3.0 è caratterizzato dalla decentralizzazione come filosofia guida e dalla blockchain come tecnologia abilitante. Ecco come ci siamo arrivati, le differenze con il web semantico di Tim Berners Lee e le opportunità di una nuova economia distribuita

di Gabriele Faggioli, Federico della Bella

10 Mar 2022


Photo by Ales Nesetril on Unsplash

Nel corso del 2021 e nei primi mesi del 2022, si è parlato tanto di web 3 o web 3.0 poichè, essendo nella sua declinazione e definizione attuale basato sulla blockchain, è stato trainato dalla crescente diffusione e dal successo di cryptovalute e NFT, entrambi basati proprio sulla blockchain. Una diffusione così rapida che ha spinto diversi analisti, attivisti, imprenditori e investitori a suggerire che la terza generazione del web, proprio basata sulla blockchain appunto, sia già qui.

Che cosa è il web 3.0 e perché se ne parla tanto

In realtà, quello di web 3 o web 3.0 non è un concetto nuovo. Nella visione attuale, il web 3.0 è caratterizzato dalla decentralizzazione come filosofia guida e dalla blockchain come tecnologia abilitante.

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Occorre però fare un po’ di storia, per capire come si arriva a parlare di web 3.0 in questo contesto e per sgombrare il campo da possibili confusioni.

La previsione, l’auspicio e il concreto impegno per la costruzione di una terza versione del web è in realtà vecchia di 20 anni e si deve all’inventore del web, Tim Berners-Lee, da allora impegnato nella realizzazione di un web semantico, in cui le informazioni sono ancora più fortemente strutturate secondo ontologie capaci di essere comprese da programmi senzienti e intelligenti.

Il web semantico, da questo punto di vista, è contemporaneamente già presente oggi e impossibile da realizzarsi appieno; perlomeno, con le attuali tecnologie. Per queste ragioni, la versione attuale del web 3 o web 3.0 di cui si parla si basa su presupposti in parte differenti.

Evoluzione del web: dal web 1.0 al web 3.0

Partiamo dalle origini, ovvero dal web statico diffusosi su larga scala in tutto il mondo nella prima metà degli anni 90 per capire come siamo arrivati al web 3.0.

Web 1.0: un web decentralizzato e statico

Come detto, l’introduzione del web si deve principalmente a una persona, il fisico Tim Berners-Lee all’epoca al CERN di Ginevra, che, agli inizi degli anni 90, introdusse un linguaggio semistrutturato denominato HTML (letteralmente HyperText Markup Language) utilizzato per rendere disponibili contenuti multimediali organizzati in pagine collegare tra loro attraverso “hyperlink”.

Contemporaneamente, si rese necessario creare applicativi (i browser) in grado di visualizzare le pagine e permettere la navigazione tra una e l’altra guidata dagli hyperlink. Un linguaggio semi-strutturato in cui attraverso dei marcatori non visibili all’utente si danno istruzioni al browser rispetto al modo in cui organizzare e presentare i diversi contenuti.

Il world wide web, come venne chiamato, rappresentò nella prima metà degli anni 90 una vera rivoluzione. Per la prima volta era possibile per chiunque collegarsi alla rete internet e visualizzare documenti salvati su server remoti, messi a disposizione degli internet service provider.

L’effetto fu dirompente, portando a una forte decentralizzazione nella diffusione e fruizione delle informazioni. I diversi protocolli consentivano di fare diverse cose. Il protocollo http di fruire e navigare le pagine web, il protocollo ftp di trasferire file da un server a un altro, i protocolli pop3 e smtp di inviare le mail.

La prima pagina web della storia fu pubblicata il 6 agosto 1991 da Tim-Berners-Lee ed è raggiungibile ancora oggi. Il suo aspetto può senza dubbio suggerirci cosa fosse il web in quell’epoca davvero pionieristica.

Graphical user interface, text, application, Teams Description automatically generated

La prima pagina web della storia, pubblicata il 6 agosto 1991

In quella versione del web, i ruoli restavamo rigidamente predefiniti: da una parte chi pubblicava contenuti attraverso le pagine del proprio sito web e dall’altra parte chi li fruiva. Inoltre, le pagine erano statiche, mentre a causa delle limitazioni della banda di trasmissione anche la multimedialità era limitata dalla dimensione dei file da trasferire.

I primi siti erano di diversa natura: c’erano università e centri di ricerca come il CERN, che da tempo utilizzavano la rete per condividere file e informazioni, c’erano siti personali amatoriali, dedicati alle passioni dei propri redattori, c’erano le pagine web dei grandi giornali che, in tempi diversi, crearono i propri, offrendo informazioni e contenuti gratuitamente, forse diseducando il pubblico. E mai scelta fu più rimpianta in futuro.

Funzionalità limitate e passive dunque. Esistevano, anche allora, newsgroup e chat, ma erano tuttavia più eccezioni per nicchie di utenti avanzati: per la maggior parte degli utenti la fruizione era essenzialmente passiva, limitata alla lettura di contenuti creati da altri.

Web 2.0: democratizzazione e accentramento

Nei primi anni Duemila cambia tutto. Nel 2001 nasce Wikipedia, un progetto titanico se ci si pensa oggi, non paragonabile a nulla mai creato prima. Un’enciclopedia aperta, costruita dal basso, in cui convogliare l’intelligenza collettiva. Contemporaneamente, l’evoluzione tecnologica allarga la banda di trasmissione, velocizza la trasmissione di grandi quantità di dati, la stabilizza, diminuendo la latenza e permettendo la diffusione anche di contenuti in streaming.

Già negli anni 90 si diffondono spazi per la condivisione di notizie, opinioni, interessi. È del 1994 il primo proto-blog, Justin’s Links from the Underground, creato dallo studente Justin Hall; di qualche anno successivo e dovuto a Jorn Barger l’invenzione del termine web-log per descrivere il proprio diario digitale. Negli anni, web-log si contrae in blog, mentre si diffondono a tutti i livelli le prime piattaforme con cui chiunque può pubblicare il proprio diario online anche senza avere alcuna nozione di programmazione né conoscenza del linguaggio HTML. In Italia diventano di uso comune piattaforme come Blogger, Altervista, Splinder.

Blog che segnano una vera e propria rivoluzione: chiunque è in grado con sforzi e competenze minime, di pubblicare qualsiasi cosa e di comunicare con audience potenzialmente molto ampie. Nei blog diventa molto semplice e immediata anche l’interazione, attraverso i commenti. Il passo successivo è breve e gigantesco insieme: arriveranno presto i primi social network.

Negli stessi anni, nascono e si diffondono le piattaforme di condivisione peer-to-peer (P2P) di contenuti, in grado, mettendo in rete gli hard-disk di milioni di persone, di creare archivi immensi. Musica, film, riviste, libri, giornali furono diffusi, violando in molti casi la legge a protezione della proprietà intellettuale, da piattaforme come Napster, eMule, Bit Torrent, e molti altri, che conobbero una diffusione e un successo incredibile.

Successivamente, grazie a specifici interventi legislativi, alle preoccupazioni rispetto alla privacy e alla sicurezza e allo sviluppo di soluzioni user-friendly a pagamento ma rispettose della privacy come gli store alla iTunes prima, fino ai servizi di streaming come Spotify e Netflix, la febbre per queste piattaforme P2P è un po’ scemata e ora esistono ma hanno un ruolo meno rilevante proprio nella condivisione di contenuti creativi, che fu il motore della grande diffusione a cavallo del millennio.

Tornando ai social network, il primo nasce addirittura nel 1996, si chiamava Sixdegrees e si basava sulla teoria dei 6 gradi di separazione.

La pagina di accesso a Sixdegress, il primo social network datato 1996

Seguono presto altri progetti. Alcuni generalisti come Friendster, altri collegati a passioni o contesti specifici come MySpace, Last.fm, YouTube, Flickr, Match.com.

Nel 2004 nasce Facebook. Da lì cambia tutto. Il tasso di diffusione è impressionante, raggiungendo miliardi di utenti registrati e attivi.

Anche se oggi considerato in declino – ha ovviamente rallentato la crescita e perso attrattività soprattutto per i giovani – resta il prototipo del social network. Instagram, Twitter, LinkedIn, TikTok, Pinterest, Snapachat, Reddit, Tinder, Twitch, Telegram, solo per citare i più noti e diffuse, costituiscono ormai il contesto in cui ci muoviamo in rete.

Se i social network costituiscono una delle direttrici evolutive del web, dall’altro non si può non vedere il cambiamento radicale che ha portato la diffusione e il dominio di Google come unico motore di ricerca. Google ha rappresentato un salto di qualità nella capacità di organizzare i contenuti, rendendoli facilmente trovabili e organizzandoli in modo da incrociare con una precisione impossibile da ottenere con i primi motori di ricerca. Un cambiamento che ha portato a una rivoluzione nel modo stesso di pensare e scrivere contenuti, ottimizzati proprio secondo i criteri previsti dal motori di ricerca.

Contemporaneamente, si diffondono le web app e i servizi in Saas, fruizione e diffusione in streaming di contenuti. Si estende enormemente lo spettro di attività e servizi a cui gli utenti possono accedere, tra cui i grandi provider di servizi consumer, di cui Amazon costituisce l’archetipo e il principale esponente.

Un’evoluzione del web inattesa alle sue origini ma che ormai ha una duplice direttrice molto chiara: da un lato, un incredibile accentramento, di utenti, di controllo, di potere e di utili, con situazioni estreme come la concentrazione della raccolta pubblicitaria mondiale (Cina esclusa) che è per oltre il 50% nelle mani di 3 aziende: Facebook, Google, Amazon; dall’altro, l’evoluzione verso piattaforme interessate a trattenere al proprio interno gli utenti offrendo un portfolio sempre più ampio di servizi. Si tratta dei walled garden, giardini recintati, chiusi, in cui gli utenti trascorrono gran parte del tempo.

È così che, l’utopia libertaria e decentralizzata delle origini sfocia in un oligopolio su cui è quantomeno legittimo interrogarsi.

Il presente: età dell’oro o età della crisi?

Oggi grazie a internet e al web possiamo fare qualsiasi cosa. La pandemia Covid-19 ha portato all’accelerazione di tutta una serie di fenomeni che stavano da tempo trasformando il lavoro, la scuola, l’università, i servizi, la società tutta e il senso stesso di cittadinanza.

In un clic possiamo acquistare e ricevere in poche ore qualsiasi tipo di prodotto; fruire qualsiasi tipo di contenuto: video, film, serie televisive, libri, spettacoli, conferenze; partecipare senza muoverci da casa a dibattiti e discussioni; condividere e diffondere il proprio pensiero; in molti casi lavorare da qualsiasi luogo del mondo; studiare e specializzarsi in antropologia o in astronomia o in qualsiasi altra materia ci piaccia e ci interessi; accedere a una quantità sempre più ampia di servizi pubblici, fare visite mediche, restare in contatto con amici e parenti; applicativi sempre più intelligenti permettono di trovare qualsiasi tipo di informazione, soddisfare ogni curiosità, realizzare operazioni complesse, far collaborare centinaia o migliaia di persone attraverso piattaforme digitali, ecc. La lista è potenzialmente infinita.

Eppure, rimane un senso di insoddisfazione, alcune cose non sono andate come ci si aspettava. Sui social e in rete dilagano gli hate speech, i discorsi di odio, volti a dividere più che a condividere, oltre alle fake news, la diffusione di notizie false, capaci di condizionare l’opinione pubblica, mettendo in difficoltà il normale funzionamento anche delle democrazie più mature.

La violazione della privacy e i rischi per la sicurezza espongono potenzialmente chiunque a situazioni pericolose e indesiderate. Le grandi piattaforme insieme a innovazioni spettacolari portano a una concentrazione dei mercati che rende impossibile competere per chi non possa sfruttare le incredibili economie di scala, di scopo e di apprendimento.

Il web da mondo aperto e democratico si è trasformato, secondo questa visione radicalmente pessimistica, in un luogo caotico e conflittuale in cui pochi fanno profitti stellari sul lavoro non pagato e inconsapevole (o mal pagato) di milioni di persone.

Una visione senz’altro molto negativa, che porta i suoi sostenitori a chiedere e cercare da tempo di uscire dallo stato attuale della rete, provando a costruirne una nuova.

In questa ricerca di un modello nuovo, che superi i problemi e le inefficienze del web attuale, si è tornati a parlare di web 3.0. Questa volta, nella sua versione più recente, basata sulla blockchain, per certi versi abbandonando la prefigurazione del web semantico perseguita da Tim Berners-Lee.

Web semantico: la prima declinazione del web 3.0

Nella visione di Tim Berners-Lee, il web semantico si propone di far evolvere la rete in un gigantesco database, basato su linguaggi ontologici come OWL che permetta alle macchine di sentire e agire come essere umani, comprendendo il contesto cognitivo in cui si trovano a dover fare analisi, prendere decisioni, svolgere compiti.

Un web organizzato in modo da rendere possibile per le machine navigarlo e usarlo in maniera molto più articolata e completa rispetto ai sistemi basati su parole chiave.

Come corollario, in questa visione del web, un ruolo chiave è giocato dall’intelligenza artificiale, in un contesto in cui realtà aumentata, realtà virtuale, oggetti intelligenti, una connettività sempre più pervasiva e l’ubiquità di applicativi e oggetti senzienti promettono di trasformare lo spazio anche fisico in qualcosa di ibrido e totalmente nuovo.

Le preoccupazioni per accentramento, violazione della privacy, sicurezza, democratizzazione muovono il progetto Solid di Tim Berners Lee, attualmente sviluppato presso il Massachussets Institute of Technology.

Solid, Social Linked Data, persegue la riappropriazione da parte delle persone dei propri dati personali, risolvendo i problemi di privacy, sicurezza e contemporaneamente favorendo uno sfruttamento equo delle risorse e delle informazioni condivise, per la prima volta monetizzate dai legittimi proprietari, in un web decentralizzato in cui il controllo torna alle persone.

Consapevole che sia necessario collegare la tecnologia e la modalità di fruizione con modelli di business sostenibili, proprio Tim Berners-Lee ha fondato Inrupt, che promette di offrire uno sbocco commerciale agli sviluppo del progetto Solid.

Web 2.5: e se il web intelligente fosse già qui?

Secondo diversi analisti, il web semantico pensato originariamente da Tim Berners-Lee è di fatto irrealizzabile. Un web strutturato come un gigantesco database in cui attraverso algoritmi di machine learning e deep learning le macchine sono in grado di ragionare come persone sviluppando soluzioni in cui addestrare e far operare non solo le cosiddette Intelligenze Artificiali Strette (Artificial Narrow Intelligence – ANI) in grado di eseguire compiti specifici in ambiti circoscritti, ma anche le Intelligenze Generali Artificiali, in grado di agire in domini non definiti a priori e con una ampiezza e varietà molto maggiore di compiti e di funzioni, è sostanzialmente impossibile da realizzare per l’enorme mole computazionale a cui sottoporrebbe la rete.

D’altro canto, anche senza una rete strutturata in un enorme database, esistono già diversi applicativi in grado di comprendere il contesto. Lo stesso motore di ricerca di Google va molto oltre la ricerca di specifiche parole chiave, di fatto cogliendo il contesto in cui si trovano i singoli contenuti. Allo stesso modo, Siri, Cortana, Alexa, Google Assistant rappresentano già evoluzioni nel senso dell’intelligenza artificiale. Senza contare che, l’enorme quantità di applicativi, disponibili per i più diversi scopi, rende il web un luogo certo molto diverso e più ricco sia ovviamente dalla semplice fruizione di contenuti statici, tipici del web 1.0, sia dello scambio e dell’interazione basato sulle reti sociali e la condivisione della conoscenza del web 2.0.

Si parla in questo senso di un web 2.5, che sarebbe poi il web che stiamo vivendo oggi tutti quanti.

Il web 3.0 come lo intendiamo oggi si basa sulla blockchain

Da dove nasce il web 3.0? Nella sua versione attuale, il web 3.0 nasce con l’obiettivo di fare un passo in più rispetto al web attuale, di decentralizzare la rete e favorire la riappropriazione da parte dei singoli utenti dei propri dati, permettendo loro anche di monetizzarne il valore.

Un fine in parte utopistico ma che punta a scardinare il modello di business attuale, basato su un’offerta di servizi finanziata dalla pubblicità o da abbonamenti e sottoscrizioni, in cui un ruolo centrale è assunto dalla raccolta, integrazione, analisi e commercializzazione dei dati degli utenti.

Attraverso la blockchain dovrebbe essere possibile, per gli utenti, accedere in maniera paritaria alla rete, venendo ricompensati per la quantità di lavoro o di risorse messe a disposizione (storage, capacità computazionale, mining, ecc.)

Con le criptovalute è infatti possibile effettuare uno scambio di valore decentralizzato, che non passa da banche o altri enti regolatori. Con il meccanismo dei token, su cui sono basati ad esempio gli NFT, che significa proprio Non-Fungible-Token, è possibile inoltre risalire alla proprietà di qualsiasi oggetto digitale. In questo modo, agendo in un contesto in cui tramite criptovalute e token è possibile effettuare scambi decentralizzati e vantare diritti di proprietà su manufatti e opere, si possono creare economie di scambio totalmente decentralizzate e indipendenti da organismi regolatori.

Come è evidente dunque, web 3.0, blockchain e criptovalute diventano inestricabilmente collegate. Secondo alcuni analisti, l’entusiasmo e l’hype intorno al web 3.0 è alimentato proprio dagli interessi dei grandi investitori in blockchain e criptovalute. Tra i principali sostenitori del web 3.0 si trovano infatti fondi di venture capital come Andreessen Horowitz che hanno investito pesantemente proprio in criptovalute e blockchain.

Il web 3.0 è già qui?

Guardandosi intorno, si trovano già diversi esperimenti di successo e, in questo senso, le applicazioni attuali di criptovalute ed NFT costituiscono già anticipazioni del web 3.0, ovvero spazi di web 3.0 in un web per larga parte ancora 2, o 2.5, come vedevamo prima.

Oltre agli NFT, un altro esempio significativo è rappresentato da Filecoin, tramite il quale è possibile per chiunque offrire e monetizzare lo spazio di archiviazione disponibile e collegato in rete tramite la blockchain.

Un altro esempio interessante è rappresentato dalla partnership tra un browser come Opera e Solana, una delle società leader nel mondo degli NFT e delle criptovalute, finalizzata a rendere semplice per gli utenti sfruttare le possibilità offerte proprio dalla blockchain.

Altre applicazioni provengono dalla finanza decentralizzata (DEFI – decentralized finance) o addirittura da organizzazioni decentralizzate (DAO – decentralized autonomous organization).

Insomma, se per web 3 si intendono applicazioni anche circoscritte a specifici ambiti e in community ristrette, allora possiamo parlare di un cambiamento molto concreto e in atto.

I limiti e le criticità di un web 3.0 basato sulla blockchain

In mezzo a tanti sostenitori, sponsor ed entusiasti, sul web 3 si trovano molti voci critiche, scettiche, o che ne limitano portata e innovatività, rispetto a quanto sostenuto dai più entusiasti promotori.

Elon Musk, al solito, non ha usato giri di parole e ha definito il web 3.0 una buzzword del marketing, che indica qualcosa ancora non esistente e difficile da prevedere per il futuro.

Anche il fondatore di Twitter e oggi tra i principali attori del panorama fintech come Jack Dorsey ha segnalato quando sia utopistica la visione rosea di un web decentralizzato e autonomo quando ad auspicarlo e a costruirlo sono soprattutto grandi fondi di venture capital. Perplessità condivise da un sociologo molto critico con la struttura attuale della rete come Evgenij Morozov, convinto che saranno comunque i grandi player a giocare un ruolo decisivo anche nel nuovo contesto tecnologico e di business.

Dalle voci critiche sono nate anche vere e proprie campagne come Keep the web free, say no to web 3.0, in cui sono riportate diverse motivazioni per cui il web 3.0 acuirebbe i difetti e i rischi del web attuale, piuttosto che risolverli.

Altri, come Stephen Diehl, estendono la critica, includendo ragioni tecniche legate a problemi di computazione, trasmissione e archiviazione che renderebbero il web 3.0 per come lo si definisce oggi, del tutto impraticabile e non sostenibili (anche dal punto di vista della sostenibilità ambientale e sociale) su larga scala.

Volendo adottare uno sguardo più di sistema, emergono criticità anche rispetto alla gestione delle interazioni: se anche un web totalmente decentralizzato fosse tecnicamente possibile, sarebbe per questo auspicabile? Chi controllerebbe cosa avviene su piattaforme? Un sogno utopistico e libertario che potrebbe tramutarsi in un incubo distopico.

Domande a cui è molto difficile dare risposte, ma su cui è giusto interrogarsi.

Scenari futuri e modelli di business

Al momento, dunque, un web interamente basato sulla blockchain rappresenta uno scenario lontano, dall’evoluzione ancora nebulosa.

Da un lato, esistono già oggi, come visto sopra, pezzi di web che funzionano secondo quel principio. Difficile però che nelle condizioni attuali la diffusione superi una certa soglia. A meno che, in tempi relativamente brevi, l’accessibilità della blockchain non sia favorita da progetti come Opera-Solana, che la rendano fruibile su larga scala, anche a utenti meno esperti ed entusiasti.

La storia di questi anni insegna che vincono le piattaforme capaci di offrire le esperienze più ingaggianti, coinvolgenti e soprattutto semplici. I tecno-entusiasti e coloro interessati e in grado di dare un contributo operativo e co-creativo, come i Bitcoin miner, saranno comunque sempre una sparuta minoranza.

Anche i modelli di business non sono al momento chiarissimi.

Ammesso che funzioni, l’economia distribuita rappresenta un orizzonte stimolante verso cui tendere

Tuttavia la capacità operativa, il talento, le economie di scala, le basi clienti già esistenti, la presenza di altre killer application nel contesto del web aumentato (si pensi a Facebook con l’evoluzione nel metaverso) rappresentano fattori che rendono la competizione già molto disuguale, prima ancora di partire. Progetti nati per creare un web più democratico, potrebbero dare origine a una maggiore disuguaglianza e concentrazione.

Il web di oggi, con tutte le sue criticità, mette nelle mani di ciascun utente strumenti potentissimi per comunicare, informarsi, lavorare, studiare, risolvere qualsiasi tipo di problema molto facilmente. Esistono problemi come la privacy, la sicurezza, discorsi violenti e concentrazioni monopolistiche, ma non è chiaro, oltre gli slogan si intende, come il web 3.0 potrebbe migliorare nessuno di questi aspetti.

La rapida diffusione – superiore a quella del web delle origini – di blockchain, NFT e criptovalute sembra suggerire ai più entusiasti che il web 3 potrebbe davvero rappresentare presto il futuro della rete. Si dimentica in questo caso di considerare che la maggiore velocità di diffusione è dovuta principalmente al fatto che queste tecnologie sfruttano una infrastruttura già esistente: internet, il web. In pratica, non si possono comparare i tassi di penetrazione di una tecnologia abilitante, di un’infrastruttura che ha creato un mondo che non c’era e di quelle che sono, per il momento almeno, delle applicazioni che su questa infrastruttura su basano.

Il web attraversa dunque una fase di instabilità e di transizione che porterà comunque a un nuovo equilibrio. In quale direzione, è oggi difficile da dirsi. Sarà interessante impegnarsi tutti per rendere il web più giusto e inclusivo, senza perdere le straordinarie funzionalità a cui ci ha oggi abituato, anzi evolvendo ancora nel segno di realtà sempre più ibride e aumentate e di un’intelligenza diffusa in grado di imparare, di capire e di aiutare gli umani a vivere meglio, non certo a sostituirli.

 

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Gabriele Faggioli

Legale e co-CEO del gruppo DIgital360, dal 2014 è Presidente del CLUSIT, l'Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica

Federico della Bella

Associate Partner di P4I, società del Gruppo Digital360. Come advisor, supporta imprese e pubbliche amministrazioni nello sviluppo di strategie digitali, progetti di advanced analytics e data-driven customer experience design. È…