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Innogest: col nuovo fondo guarderemo anche all’estero

24 Set 2015

Dopo la chiusura a 85 milioni di euro di Capital II, il Ceo e fondatore della società di venture capital Claudio Giuliano apre ai mercati internazionali. «Ma selettivamente. Nel nostro business la qualità e tutto». «In Italia il settore è ancora debole ma qualcosa sta cambiando»

Claudio Giuliano, fonder e CEO di Innogest
Un closing da 85 milioni di euro e un futuro che potrebbe portarei, seppur con la tradizionale selettività, verso il mercato internazionale. Innogest SGR, società attiva nel Venture Capital, ha annunciato lunedì 21 settembre la chiusura del secondo fondo Capital II ad una cifra che la posiziona ai vertici del segmento di investitori italiani in questo settore. La raccolta ha visto la partecipazione del Fondo Italiano d’Investimento che ha sottoscritto una quota di 15 milioni. Claudio Giuliano, fondatore e amministratore delegato della SGR, si è dichiarato soddisfatto del risultato conseguito, considerato che l’obiettivo prefissato, di 80 milioni, è stato superato. 

Quali saranno gli obiettivi degli investimenti dopo questa nuova raccolta fondi?
Rafforzare la capacità del fondo di sostenere le migliori imprese nel percorso di crescita internazionale e attrarre capitali e professionisti stranieri con competenze complementari alle nostre.

Che cosa significa per Innogest l’entrata del Fondo Italiano d’Investimento?
Il Fondo Italiano d’Investimento è l’unico gestore specializzato sulla scena italiana. Il suo ingresso è un’ulteriore conferma della qualità del team.

Si apriranno scenari per investimenti internazionali o gli sforzi saranno concentrati ancora sul mercato italiano?
Ci sono alcuni settori a cui prestiamo particolare attenzione e su cui stiamo sviluppando particolari competenze e un network molto specialistico. Su questi settori siamo anche aperti, selettivamente, a proposte internazionali. Penso in particolare a settori quali l’innovazione digitale nel Food&Fashion, e i verticali medicali relativi a cardiovascolare, neurologia, oftalmologia, digital health. Rimaniamo tuttavia fortemente ancorati alle grandi capacità imprenditoriali del nostro Paese su cui si concentrano con decisione i nostri sforzi.

Nel 2014 Innogest ha effettuato soltanto tre investimenti, di cui due coinvestimenti. Il 2015, e il futuro in generale, sarà più fruttuoso da questo punto di vista?
In questo business la qualità è tutto. L’anno scorso abbiamo ricevuto quasi mille proposte e solo tre ci hanno convinto. Quest’anno abbiamo un dealflow altrettanto robusto con forse maggiore qualità. Nel 2015 prevediamo di investire in sei nuove società.  Su quattro abbiamo concluso gli accordi di investimento.

A che punto è il mercato del Venture Capital in Italia?
In Italia, il segmento del venture capital rappresenta l’asset class più debole e arretrata all’interno del comparto del private equity.  Ampiamente sottodimensionato rispetto ai maggiori Paesi europei, quali Inghilterra, Francia, Paesi Scandinavi Germania, addirittura Spagna. In particolare, se ci rapportiamo a Paesi dal PIL simile, siamo a livelli di circa il 10% rispetto alla Francia o alla Gran Bretagna.
Qualcosa sta cambiando. L’attività degli ultimi governi ha introdotto misure normative e fiscali che favoriscono la nascita di startup innovative e l’attività degli investitori di settore. L’intervento del Governo ha mirato a promuovere la crescita sostenibile, lo sviluppo tecnologico, l’occupazione, la creazione di un ecosistema maggiormente orientato all’innovazione, nonché l’attrazione in Italia di talenti (si pensi allo startup VISA) e capitali dall’estero. Il mercato italiano del venture capital sta crescendo a ritmi sostenuti ma necessita della stabile presenza di gestori di comprovata professionalità, di dimensioni sempre maggiori e quindi confrontabili con i fondi di altri Paesi europei, in grado di attirare nuove risorse per le start up e di conquistare quella credibilità necessaria per essere poli di attrazione per gli investitori esteri. (r.eu.)

Redazione

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