Workinvoice, la startup che dà liquidità alle Pmi | Economyup
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Fintech

Workinvoice, la startup che dà liquidità alle Pmi

12 Ago 2015

La piattaforma, che ha appena stretto una partnership con Sace, permette alle aziende di vendere le proprie fatture e agli investitori di acquistarle realizzando rendimenti potenzialmente più elevati rispetto ad altri titoli a breve termine. Il co-fondatore Tarroni: “Fino a ieri nessuno comprava crediti commerciali, anche se si poteva: noi abbiamo introdotto lo strumento per farlo”

Matteo Tarroni, co-fondatore di Workinvoice
Il motto “tra tradizione e innovazione” è diventato ormai debole e ripetitivo. Eppure, in Italia più che altrove, raramente le innovazioni che funzionano meglio nascono in territori totalmente inesplorati.

Spesso vanno bene quelle novità che prendono vita da oggetti e processi già esistenti ma proposti in modo nuovo. A questa famiglia di innovatori che prendono spunto dal passato appartengono anche startup come Workinvoice, una società, fondata nel dicembre 2013, che ha lanciato una piattaforma online per la compravendita di crediti commerciali

Si tratta di un portale su cui le aziende, soprattutto di piccola e media dimensione, possono vendere le proprie fatture prosoluto (ovvero senza dover rispondere delle eventuali inadempienze da parte dei debitori) ricevendo liquidità immediata e gli investitori possono acquistarle mirando a rendimenti potenzialmente più vantaggiosi rispetto a quelli di altri asset a breve termine.

A creare la società sono stati quattro esperti di finanza con esperienze in grandi gruppi bancari e multinazionali: Matteo Tarroni, Fabio Bolognini, Luca Spampinato ed Ettore Decio. “A 47 anni, dopo averne passati venti in colossi come Mediobanca e Merrill Lynch, volevo essere più libero e dedicare più tempo ai miei figli”, racconta il co-fondatore Matteo Tarroni. “Non abbiamo inventato qualcosa di completamente nuovo: lo sconto di fattura esiste da anni. Abbiamo capito che stava arrivando un trend e abbiamo cercato di entrarci: c’erano colleghi, sia in Italia che all’estero, che andavano via dalle banche di investimento per fondare attività in proprio, un po’ perché la finanza alternativa stava iniziando a diffondersi e un po’ perché qualcuno temeva per il proprio posto di lavoro”.

Quindi, anche Tarroni e i suoi soci hanno cavalcato l’ondata del fintech concentrandosi sul settore del trading di crediti peer-to-peer, un comparto che negli ultimi anni ha portato startup come Lending Club (oltre 9 miliardi di dollari di prestiti effettuati sul proprio marketplace) a quotarsi e a diventare già quasi dei giganti.

Anziché puntare sui mercati oltre confine, più sviluppati ma anche con più player, i fondatori di Workinvoice hanno scelto come base di lancio l’Italia, che è sì tra le ultime della fila in Europa per quanto riguarda la finanza alternativa (con un transato complessivo di 8,2 milioni di euro tra crowdfunding, social  lending, compravendita di fatture e altre forme di finanziamento lontane dai canali tradizionali) ma è anche un territorio dove c’è più spazio per far crescere questi business.

Abbiamo fondato la società qui perché le Pmi italiane hanno grande bisogno di credito e di working capital (capitale circolante, ndr) ma anche perché abbiamo fiducia nell’Italia: sentiamo che si risolleverà dal basso. Come dicono gli americani, farà bootstrapping, ovvero si tirerà su dai lacci delle scarpe”, dice Tarroni. “Non a caso, quando abbiamo cercato capitali per finanziarci, siamo riusciti a convincere gli investitori proprio facendo questa domanda: perché qualcosa che è diventata grande negli Usa, nel Regno Unito o in Francia, non si può fare anche in Italia?

La scommessa su cui si è basata la nascita di Workinvoice, che in due anni ha raccolto 1,2 milioni di euro da investitori privati in due round (il primo da 200 mila euro e il secondo, nel 2015, da un milione), è quella di offrire un’alternativa a chi ha bisogno di investire a breve termine con un buon rapporto tra rischio e rendimento.

Fino a ieri – spiega il co-fondatore di Workinvoice – nessuno investiva in crediti commerciali: era legale ma non c’erano mezzi per farlo, a meno di non andare azienda per azienda. In altre parole, è un’asset class che prima non c’era e ora c’è. E i rendimenti, al netto di eventuali default, anche se saldati con ritardo: una fattura ha tassi medi del 7-8%, come e a volte meglio di un bot”.

La piattaforma fa incontrare domanda e offerta e prende una percentuale sia da chi vende le fatture (varia in base alla durata: in media è pari allo 0,5% del valore) che da chi le compra (il 20% del profitto generato). In più, chiede a tutti, compratori (investitori che facciano un investimento minimo di 50 mila euro) e venditori (società di capitali con portafoglio clienti di buona qualità), una fee di ingresso una tantum.

Il meccanismo prevede che chi vende indichi un prezzo minimo a cui venderebbe la fattura, che rappresenta la base d’asta, e un prezzo “preferito”, che determina la chiusura dell’asta nel momento in cui un compratore offre quella cifra.

A oggi, nella nuova impresa, che non è ancora entrata nella lista delle startup innovative “perché non abbiamo avuto tempo, ma lo faremo, i requisiti li abbiamo tutti”, lavorano in tutto 9 persone e sono un centinaio le aziende che hanno aderito alla piattaforma.

A inizio agosto, Workinvoice ha anche chiuso una partnership con Sace, il gruppo pubblico di assicurazione dei crediti. “L’accordo – sottolinea Tarroni – prefigura una collaborazione strategica che permette a Sace di entrare nel business della finanza alternativa e che consente a entrambi di condividere le rispettive clientele, sia italiane che all’estero, e di provare a fare cross selling dei rispettivi prodotti: c’è da aspettarsi che un giorno venderemo quindi crediti assicurati, anche se non c’è ancora un’intesa specifica in questo senso”.

Ma chi garantisce ai compratori che le fatture vengano poi effettivamente saldate?Tutti i crediti che i venditori offrono sulla piattaforma sono valutati dai modelli quantitativi dell’agenzia di rating italiana modeFinance (startup che da poco è entrata nella lista delle Pmi innovative, ndr) e sono sottoposti a un’accurata valutazione qualitativa da parte del nostro team”.

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