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Three-Comma Club

Scienze della vita e brevetti, serve un ufficio unico per aumentare i ricavi (e l’innovazione)

20 Ott 2016

Gli Uffici di Technology Transfer, che decidono se una scoperta scientifica è tale e se si può valorizzarla creando uno spin off, sono 89 in tutta Italia. Troppi. Occorre una razionalizzazione e una politica economica visionaria e di lungo termine

Di recente si è svolto il secondo Technology Forum Life Sciences organizzato da TEH Ambrosetti con Assobiotec, l’associazione che riunisce le imprese biotecnologie italiane. Tra molti stimoli positivi anche un dato, tra altri, fonte di irritazione. Ambrosetti ha mappato, per la prima volta, gli Uffici di Technology Transfer (“TTO”) attivi in Italia nelle Scienze della Vita. Vale a dire, quegli uffici che hanno compito di decidere:

►se una scoperta è tale;

►se questa merita un brevetto;

►se invece è meglio valorizzarla attraverso la costituzione di una impresa “spin-off”;

►oppure se c’è maggior convenienza a licenziarla a imprese esterne, magari multinazionali.

Insomma, i TTO hanno il compito strategico di valorizzare i risultati dei nostri scienziati. Un compito che richiede competenze legali, brevettuali e di business. E una visione a lungo termine.

Se ben organizzati, i TTO possono diventare la miniere d’oro delle università. Gli spin-off diventare imprese di successo, le royalty tali da ripagare la ricerca e creare profitti. Il solo TTO di Stanford nel 2015 ha incassato da licenze su brevetti 94,22 milioni di dollari.

Ebbene, Ambrosetti ha da prima chiesto ai ministeri di avere la lista dei TTO Life Sciences. Ma le potenti tecnostrutture ministeriali non ne avevano idea. Conseguentemente, ha dovuto iniziare la propria ricerca indipendente presso centri di ricerca, Irccs (ospedali che fanno ricerca) e università.

In Italia ci sono 89 TTO dedicati alle scienze della vita, il 48% al Nord. 54 sono universitari. I budget di questi uffici (2013) è pari a complessivi 10 milioni di euro, 324mila euro ad ufficio. Se questi 89 viaggiassero a una media pari a 1/6 – un sesto = 16.67% – di quella di Stanford, dovrebbero incassare a favore delle proprie università, Irccs o centri, oltre 1 miliardo (“a Three-Comma Club return”) per anno. Ogni università italiana, in media (dati Netval 2013) incassa 27mila euro da licenze.  

Non va. Primo, 89 uffici sono un numero spropositato. Secondo, il budget medio copre un affitto e tre addetti, più che altro amministrativi, più le loro spese.

Se è vero che il futuro dell’economia – posti di lavoro qualificati e ben remunerati – passa dall’innovazione, e il biotech è centrale, è il momento di concentrare sforzi e risorse. Tolte alcune esperienze di successo che vanno prese solo ad esempio ma lasciate libere di lavorare – tra altri, TTFactor di Ifom-IEO e Ospedale San Raffaele – è il momento per le tecnostrutture di essere indirizzate dai rispettivi ministri per fare la politica economica.

Proposta dal Forum: provare, innanzitutto, a coordinare gli Irccs pubblici, dove il ministero della Salute ha qualche potere, per dare massa critica a un TTO unico. Insomma, 1. quelli che non ne sono dotati, 2. quelli che non hanno sufficiente massa scientifica, 3. quelli che non sanno cosa sia e 4. quelli che ne hanno uno giusto per statistica, potrebbero essere ordinati.

Magari partendo da quelli di una regione, come la Lombardia che vanta una leadership nella salute, oppure aggregandoli intorno a un tema di ricerca, come ad esempio l’oncologia dove possiamo dire ancora la nostra.

Importante che questo TTO unico abbia il management diretto dei brevetti, abbia competenze adeguate per qualità e quantità.

Cosi forse in 10 anni faremo ritorni a 3 virgole. Il trasferimento ha tutti i suoi tempi naturali, come la ricerca.

Intanto partiamo.

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