Meno regole e più investimenti per favorire l’innovazione

Se è vero che le regole servono a garantire competitività, una sovrargolamentazione, disciplina molto praticata dalle istituzioni europee, uccide la libera iniziativa e punisce severamente gli utenti invece di premiarli. L’innovazione non si fa con le parole ma con i fatti. La retorica burocratica deve lasciare spazio agli investimenti e all’intraprendenza individuale

Pubblicato il 10 Set 2013

Meno regole e più investimenti per favorire l’innovazione
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Pietro Paganini è Professore aggiunto presso il Dipartimento di Business Administration, John Cabot University; Curiosity Chairman Competere.EU

Finalmente a Bruxelles qualcuno si è accorto che l’innovazione non si fa con le parole ma con i fatti. La retorica burocratica deve lasciare spazio agli investimenti, all’intraprendenza individuale. Se è vero che le regole servono a garantire competitività, una sovrargolamentazione, disciplina molto praticata dalle istituzioni europee, uccide la libera iniziativa e punisce severamente gli utenti invece di premiarli. Non dobbiamo confondere gli interventi pubblici volti a stimolare l’innovazione con l’uso – o meglio, l’abuso – di norme e procedure. Possiamo essere o no a favore dell’iniezione di denaro pubblico, soprattutto in settori chiave della ricerca, ma dobbiamo essere unanimi nel condannare l’eccitazione che a Brussels come a Roma i funzionari pubblici, sostenuti mielosamente dalla politica, hanno verso la formulazione di regole e procedure volte a dirigere le iniziative dei cittadini.

Una pubblicazione recente di Marina Mazzuccato, Professore alla Sussex Unviersity, dimostra come l’innovazione, quella rivoluzionaria, come l’iPhone di Steve Jobs, benefici di grossi finanziamenti pubblici. Senza iniezione intelligente di investimenti pubblici non ci sarebbe Internet, così come molte molecole su cui l’industria farmaceutica non ha mai voluto ricercare, per poi invece specularci. Le prove ci sono, ma possiamo anche dimostrare il contrario. Leggetevi questo bel saggio, criticatelo, amatelo, vi aiuterà a riflettere su quali sono le possibili vie da percorrere per rendere migliore questo nostro mondo. Non esiste prova invece che la regolamentazione faciliti l’innovazione e la crescita economica. Al contrario, è dimostrabile l’esatto opposto. Nell’ottimo intervento pubblicato sul Wall Street Journal la settimana scorsa, il politico svedese Gunnar Hoekmark dimostra come l’Europa che della telefonia è stata leader incontrastata per decenni, abbia perso competitività e soprattutto – cosa bel più grave – la capacità di creare e innovare.

Negli anni novanta l’Europa era in testa alla rivoluzione economica generata dallo sviluppo delle reti wireless. Attraverso un programma di liberalizzazioni e lo sviluppo di uno standard GSM comune, il Vecchio Continente aveva fornito la base per un rapido sviluppo industriale. Oggi, vent’anni dopo, la situazione è cambiata. Nonostante una diffusa retorica sull’importanza dell’ecosistema Internet, è concepito come un ambito burocratico che non può che dipendere soltanto da funzionari e esperti. Un approccio top-down, certamente miope, se si considera che la domanda per i servizi di traffico di dati online cresce del 60-100% ogni anno, e che il wireless permea ormai una pluralità di settori diversi come la sanità, l’energia e la logistica, oltre a quello delle telecomunicazioni.

Oggi sono gli Stati Uniti a fornire un esempio di best-practice per le politiche di sviluppo delle reti wireless. Mentre l’Europa deve far fronte ad un mercato delle telecomunicazioni frammentato, con 28 diversi mercati nazionali, i vettori Statunitensi godono di un mercato unico, con 341 milioni di abbonamenti wireless. Gli Stati Uniti stanno già utilizzando la banda 700 MHz per i servizi wireless. Se l’Unione europea facesse lo stesso, come previsto da EU Radio Spectrum Policy Program, la cui scadenza lo scorso Gennaio è stata rispettata solo dalla metà degli Stati Membri, il Vecchio Continente riuscirebbe ad attrarre gli investimenti necessari a creare sviluppo e posti di lavoro.

Dibattiamo con la Mazzuccato ma sosteniamo Hoekmark. E’ tempo di passare dalle parole ai fatti. Esortiamo questi nostri funzionari certamente competenti, a piantarla con regole e cavilli. E’ tempo di lasciare campo a chi vuole investire, rischiare di proprio, e soprattutto, cambiare il mondo.

Pietro Paganini è Professore aggiunto presso il Dipartimento di Business Administration, John Cabot University; Curiosity Chairman Competere.EU

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