L'Italia che c'è (e quella che non c'è) nella exit della piattaforma per podcast Spreaker | Economyup

BUONA VISIONE A TUTTI

L’Italia che c’è (e quella che non c’è) nella exit della piattaforma per podcast Spreaker



Spreaker nasce in Italia nel 2010 a Bologna “per dare voce alle idee”, come spiega il founder Francesco Baschieri. Italiani sono i primi investitori, che ora sono soddisfatti. A comprarla ora è la prima “audio company” degli Usa. Una storia che conferma i limiti del sistema italiano ed europeo dell’innovazione

di Giovanni Iozzia

26 Ott 2020


Photo by Jukka Aalho on Unsplash

Spreaker ha fatto la sua exit: a 10 anni dalla nascita quella che era una startup italiana è stata acquisita al 100% dal gruppo di San Antonio, Texas, iHeartMedia,  prima “audio company” degli Stati Uniti. Chiunque abbia a che fare o abbia mai provato a giocare con i podcast sa che Spreaker è una delle principali piattaforme che permette a chiunque di farsi il suo programma radiofonico sul web. Un’idea che poteva sembrare bizzarra all’inizio del decennio ma che con il tempo ha preso forma e negli ultimi anni è arrivata a maturità.

Molti meno certamente sanno che quell’idea nasce a Bologna, trova investitori italiani, cresce girovagando per il mondo ma poi si ferma a New York fino al punto da passare per americana. Eppure c’è molto di Italia in questa storia di nuovi media che però rivela anche, ancora una volta, quel che manca in Italia (e in Europa) per riuscire a produrre (e mantenere) campioni dell’economia digitale.

Alle origini di Spreaker Radio Alice e gli indiani metropolitani

Alle origini di Spreaker c’è il vissuto di Radio Alice, l’emittente bolognese rimasta nella storia delle radio libere in Italia. Lo racconta il suo founder Francesco Baschieri in questo TedxBologna, evocando il Movimento del 1977, gli indiani metropolitani e un’esperienza che ha segnato la generazione dei baby boomer italiani. Sembrano momenti e mondi lontani dall’era di Internet ma Baschieri spiega bene come e quanto abbiano ispirato Spreaker e la sua idea imprenditoriale: dar voce alle idee. Il nome è, infatti, il risultato di una fusione fra speaker e spread.

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Nulla, quindi, nasce nel vuoto e tutto si inserisce in un percorso storico. Ma ogni cosa ha bisogno di un ambiente favorevole per crescere e svilupparsi. E in questo senso la storia di Spreaker è esemplare dei limiti del sistema italiano, e in generale, europeo.

Gli investitori italiani di Spreaker

Al primo round di Spreaker, ottobre 2010, partecipano i soci di Italian Angels for Growth. La startup cresce, entra nelle liste di scaleup e qui in Italia sembra restare lì. Adesso l’associazione di business angel fa sapere di aver investito in più riprese 675mila euro su Spreaker, che nel frattempo è diventata Voxnest, dopo la fusione con BlogTalkRadio, società di cui Baschieri è CEO.  “Il venture capital è così, sono capitali pazienti, con attese anche molto lunghe, con alti e bassi, tanti cambi di modelli di business, ma poi, quando scommetti sul team giusto, è capace di dare enormi soddisfazioni”, commenta Francesco Marini Clarelli, presidente onorario e co-fondatore di IAG, in un italiano che rivela l’emozione per una delle sue più redditizie exit. Soddisfazione comprensibile per un investitore, come è già accaduto in passato per altre imprese italiane “conquistate” da società americane. Ed è buona educazione da parte di Baschieri ringraziare la “tenacia” degli investitori: “Per creare valore occorre un periodo sufficientemente lungo ed è quindi fondamentale trovare un partner di capitale che capisce queste dinamiche e sia allineato con l’imprenditore. In IAG io e il mio team abbiamo trovato questo partner”.

iHearMedia, il colosso che compra la scaleup

iHeartMedia, la società quotato al Nasdaq che ha rilevato il 100% di Spreaker (Voxnext), è il più grande editore radiofonico degli Stati Uniti (controlla oltre 850 stazioni AM e FM) con un fatturato di oltre 6miliardi di dollari e quasi 19mila dipendenti. Del gruppo fa parte anche Clear Channel Communications (pubblicità radio e outdoor). Voxnest fattura qualche milione di dollari ma per per iHeartMedia è lo strumento per accelerare il cammino verso il programmatic advertising in radio. Perché Spreaker è diventato un sofisticato sistema per monetizzare l’attività di chi da voce alle proprie idee con servizi evoluti per gli inserzionisti. Il CEO di iHeartMedia Bob Pittman e Baschieri sottolineano all’unisono come il mercato dei podcast sia ancora troppo frammentato ed è necessario creare offerte più robuste per le aziende. Insomma, un’operazione di consolidamento in una fase di crescita della domanda.

Quel che ci ricorda la parabola di Spreaker

La storia di Spreaker finisce molto bene per Francesco Baschieri e bene per gli investitori di IAG. Ma conferma alcuni limiti del sistema italiano dell’innovazione, e in genere europeo, e delle imprese. I capitali ci sono ma solo per le prime fasi di vita delle startup, manca ancora il carburante finanziario per scalare. I capitali pazienti sono ammirevoli ma quando sono scarsi non sono più sufficienti. E sono ancora scarsi perché il mercato dell’innovazione resta tutto sommato asfittico. Possibile che nessun gruppo italiano (o europeo) del settore media abbia seguito la crescita e l’evoluzione di Spreaker? Possibile che una Mediaset o una Rai, per restare in Italia, non sentano la necessità di attivare nuove modalità per creare valore con i loro contenuti (in questo caso audio)? Purtroppo, ancora una volta, si rischia di consegnare le risorse locali a operatori globali. Lamentarsene dopo serve a poco.

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.