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La Brexit farà bene alle startup italiane perché sgonfierà la bolla delle valutazioni

04 Ago 2016

Dal giorno del referendum gli investimenti nelle startup hi-tech in UK si sono quasi dimezzati rispetto allo stesso periodo del 2015. Il trend è globale e arriverà presto anche in Italia. Ma il calo delle valutazioni avrà almeno tre effetti positivi…

La Brexit farà bene alle startup italiane. L’ho capito durante un viaggio a Londra a fine luglio: ero a cena con un Venture Capitalist locale e, parlando degli ultimi avvenimenti, lui mi ha fatto notare che, da quando gli inglesi hanno votato l’uscita dall’Unione europea, il numero di operazioni  effettuate dagli operatori di venture capital londinesi si è dimezzato. Poi sono usciti i dati ufficiali, pubblicati sul Financial Times: dal giorno del referendum le startup hi-tech in Gran Bretagna sono state in grado di attrarre 200 milioni di dollari di finanziamenti per un totale di 42 deal. Una cifra pur sempre importante se raffrontata con i numeri dell’Italia, dove non si riesce a raccogliere una somma del genere neppure in un anno. Ma comunque un drastico calo rispetto allo stesso mese di luglio 2015, quando in UK le giovani società erano riuscite a raccogliere 338 milioni di dollari.

Il colloquio con il mio conoscente ha confermato quello che stavo già ipotizzando: a causa del clima di incertezza dovuto alla Brexit le valutazioni stanno scendendo. Un trend – questo del calo delle valutazioni – per la verità già iniziato negli Usa, dove si sta gradualmente tornando ai livelli del 2013.

È la bolla che ha cominciato a sgonfiarsi. Non solo in UK e Usa, ma nel resto del mondo. Stando agli ultimi dati pubblicati da Kpmg International e CB Insights, il secondo trimestre del 2016 è stato il quarto trimestre consecutivo nel quale gli investimenti in venture capital a livello mondiale hanno fatto registrare una flessione, nonostante un ammontare complessivo di 27,4 miliardi di dollari investiti su 1.886 deal. 

Al momento in Italia il fenomeno non si percepisce ancora, ma cominceremo ad avvertirlo a partire dall’autunno. Nel nostro Paese, infatti, secondo un analisi del Club degli Investitori, abbiamo assistito negli ultimi due anni  ad una crescita della valutazioni pre money del 50%. Oltretutto da noi alcuni investitori e startupper fanno confusione tra società scalabili e non scalabili. Per esempio tendono a ritenere scalabili, e quindi a valutarli come tali, progetti imprenditoriali nel B2B o nell’Industria 4.0. che spesso non lo sono.

Questa crescita delle valorizzazioni  ha iniziato a generare qualche effetto secondario. Se infatti nelle fasi seed di un investimento, quelle a cui spesso prendono parte family & friends o singoli investitori, le valutazioni sono troppo elevate, la società fa poi fatica a raccogliere ulteriori finanziamenti in un secondo round da investitori specializzati.

Discutendo recentemente  con uno startupper, mi sono sentito dire che la sua startup valeva una determinata cifra perché altre analoghe in UK o negli Stati Uniti erano state valutate allo stesso modo. Ad argomentazioni del genere sono solito rispondere: non siamo in Usa o a Londra. Da noi il successo di molte  startup passerà probabilmente attraverso il processo di integrazione (Open innovation) con i Corporate Italiani. Questo sarà un bene per lo sviluppo, ma potrà deludere molti investitori. Vi posso garantire, per esperienza diretta, che essi utilizzano nelle valutazioni  i vecchi e sani metodi: i flussi di cassa scontati e/o il moltiplicatore degli utili. In pratica si guardano la capacità di produrre reddito e non i “comparable” della Silicon Valley.

Fra l’altro proprio i Big Player e i VC americani anche nelle transazioni più clamorose adottano tali criteri, ovviamente applicati a proiezioni economiche in mercati differenti. La bolla – ripeto – sta cominciando a sgonfiarsi. Ma questo, a mio parere, avrà effetti positivi. Innanzitutto farà bene agli startupper, perché spesso il miglior investitore non è quello che valuta di più . Può sembrare un paradosso, invece mi sento di affermarlo con cognizione di causa: in genere quelli che offrono le valutazioni più basse sono anche i più disponibili a riconoscere alla società sulla quale investono un premio importante agli imprenditori al momento dell’exit. In ogni caso so per esperienza personale che i migliori non sono quelli che valutano di più. L’altra ricaduta benefica dello sgonfiamento della bolla la sperimenteranno gli investitori che naturalmente, stando così le cose, avranno più interesse a investire. Infine c’è un terzo esito positivo per il mercato: a valutazioni più basse corrisponderà una maggiore circolazione di capitale e un numero maggiore di startup finanziate. E, ne resto convinto, la nascita di nuovi imprenditori è uno dei fattori determinanti per la crescita economica del nostro Paese.

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