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Scenari economici

Errori di Fondo: se il Fmi ammette in 5 punti di aver sbagliato in Grecia

14 Lug 2016

Il Fondo monetario internazionale è stato per decenni il luogo in cui si sono formulate e imposte le politiche “neoliberiste” globali. L’11 luglio l’istituzione guidata da Christine Lagarde ha diramato una nota in cui ha riconosciuto alcuni sbagli fatti durante la crisi di Atene. Ma “in fondo” resta quello che è: l’ortodossia liberista al suo peggio

Christine Lagarde, managing director del Fondo monetario internazionale
Il Fondo monetario internazionale è una di quelle istituzioni cui molti, (non tutti), guardano con grande ammirazione. Infatti è un posto pieno di soldi, come dice il suo stesso nome; tutti vorrebbero lavorarci, perché paga bene assai; ha un ufficio studi prestigioso, nel quale si formulano politiche economiche di grande importanza per i singoli Paesi e per il mondo nel suo complesso; dispensa consigli sul modo migliore di aggiustare i guasti che affliggono le economie nazionali; rimbrotta e corregge i governi nazionali che sbagliano: insomma, è il Fondo.

E il Fondo ha accumulato nei decenni una fama di integrità intellettuale e rigore politico (di politica economica) che ha portato molti a rappresentarselo come l’Infallibile. Per decenni, se il Fondo diceva che un certo Paese in difficoltà con i suoi conti con l’estero doveva tagliare spesa pubblica e salari, o si ubbidiva o aiuti internazionali niente. Pochi realizzavano che la ricetta era sempre quella, quali che fossero le specificità del Paese in difficoltà e quelle della crisi che stava attraversando: tagliare il debito pubblico e i salari, questo l’imperativo sempre e dovunque.

Per parafrasare: questo diceva la legge (del Fondo) e questo dicevano i profeti che manda in giro per il mondo a controllare i libri dei governi (profeti che nei Paesi meno fortunati vengono chiamati ‘the white flies’, vai a capire perché). In linguaggio meno forbito: il Fondo è stato per decenni il luogo principe della formulazione e della imposizione di politiche ‘neoliberiste’, mai uno straccio di dubbio sul fatto che forse Keynes qualcosa da insegnare lo ha avuto, mai. Più mercato e meno Stato, bilancio pubblico in pareggio, tagli consistenti e permanenti al costo del lavoro. Sempre e dovunque. Fino alla crisi che le banche e gli intermediari finanziari hanno portato nei Paesi ad alto reddito pro capite nel 2007, quando il Fondo si schierò con i governi austeri d’Europa che, guarda caso, abituati com’erano a ubbidire alla legge, optarono per bilanci in pareggio. Qualcuno ha bisogno di una rinfrescatina sulle vicende del popolo, e del governo, greci?

Ma fu proprio con riferimento allo scandaloso (ed economicamente errato) trattamento della crisi greca che il Fondo cominciò, a un certo punto, a far trapelare la notizia che forse qualche errore lo aveva commesso. Poi, l’11 luglio 2016, dopo una serie di segnali di pace, il Fondo pubblica una nota il cui senso è racchiuso in poche parole: scusate, abbiamo sbagliato. Sì, certo non lo dice così, preferisce dire “abbiamo imparato”. E che cosa, in particolare, ha imparato? Cinque cose:

  1. Quando il tasso di cambio non è sufficientemente flessibile (letteralmente “available”) come strumento per aiutare l’economia nel processo di aggiustamento che segue uno shock, il programma di aggiustamento avrà durata più lunga e l’ammontare del finanziamento dovrà essere più consistente;
  2. La velocità a cui procede l’aggiustamento fiscale conta, così come conta la composizione della manovra;
  3. Le riforme strutturali sono importanti per la competitività e la crescita;
  4. Per ridurre il rischio, i governi dei Paesi in crisi debbono muoversi in fretta nel definire una strategia di risoluzione del debito e attivare e potenziare supervisione e regolamentazione delle attività bancarie;
  5. Trarremmo beneficio da indicazioni più precise nel caso di collaborazioni future con accordi finanziari regionali.

Bene. Capito qualcosa? Se pensate sia colpa della mia traduzione, andate a leggervi il brodino originale dal titolo Five Lessons from a Review of Recent Crisis Programs, firmato da Vivek Arora. Dopo, credeteci o no, aver cominciato a scrivere questo pezzo, ho visto il pezzo del Financial Times secondo il quale la attuale managing director vuole offrire del Fondo una immagine meno ‘liberista’. Leggetelo, così potrete confrontare la tesi dell’FT e la mia, che è questa: il Fondo è il Fondo, è l’ortodossia liberista al suo peggio, e questo documentino non cambia nulla. Siamo ancora alle riforme strutturali. Non ne posso più.

 

  • romifer

    Grazie infinite di nuovo Fabio.
    Avranno imparato qualcosa? Dalle nostre parti si dice :” Dammene uno che ne son morti due” cioè i guadagni di cazzella. Jn abbraccione Romeo

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