Dar credito alle start up è soprattutto una questione di fiducia | Economyup
Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Modelli

Dar credito alle start up è soprattutto una questione di fiducia

22 Ott 2013

Davanti a tanti giovani intraprendenti mi viene da pensare alla “banca dei poveri” di Yunus o al PlaNet Finance di Attali. Forse il paragone è improprio ma cos’altro fa Telecom Italia con Working Capital? A chi ha una buona idea offre attenzione e fiducia. Un concetto sperimentato ben prima dell’era digitale. Quindi non dovremmo perdere di vista il valore sociale delle start up. Al di là delle questioni contabili

Carlotta Ventura, Group Senior Vicepresident Domestic Media di Telecom Italia
Io lavoro per Telecom Italia. Nella mia Azienda esiste un progetto che si chiama Working Capital (#WCAP in questo periodo a 140 caratteri) di cui seguo la comunicazione, con soddisfazione e un certo compiacimento. Obiettivo di questa iniziativa è dare opportunità a giovani di realizzare i loro piani lavorativi – principalmente digitali – attraverso risorse finanziarie, uffici dove lavorare, tutori e soprattutto persone simili con cui parlare.

Questo manipolo di pionieri si esprime in termini non esattamente di massa, parla di Rainforest, business angels e start up. Ma a parte gli inglesismi obbligatori, non riesco a smettere di pensare che questa storia assomigli ad altre più datate, meno digitali e 2.0, ma molto intense. 

Senza disturbare i mecenati, che comunque operavano su base più ristretta, quando sento parlare di start up e business angels, mi viene in mente un premio Nobel e la sua “banca dei poveri” o meglio “del villaggio”: Muhammad Yunus e la Grameen Bank . E ogni volta che ho occasione di ragionare con qualcuno sul microcredito, mi viene in mente la versione occidentale – per come l’ho letta io – del supporto al talento che vuole emergere, ossia il progetto PlaNet Finance di Jacques Attali.

La faccio molto breve: l’economista indiano Muhammad Yunus nel 1974, dopo una violenta inondazione in Bangladesh, decise di mettere alla prova le teorie economiche che fino allora aveva studiato. Si rese conto che la realtà era ben diversa e che i poveri restavano tali perché nessuno era disposto a far loro credito. Nacque così l’idea del microcredito, di piccoli finanziamenti per aiutare un gruppo di famiglie a fabbricare piccoli oggetti e venderli. Il primo prestito fu di soli 27 dollari americani. Ma fu una piccola rivoluzione perché Yunus dimostrò che anche con piccole cifre si poteva combattere e ridurre anche la povertà più estrema. E che chi aveva poco era un debitore affidabile: il tasso di rimborso dei prestiti della Grameen Bank è stato mediamente superiore al 90%.

Cambio di scena e di orizzonte. Nel 1998 Jacques Attali ha fondato PlaNet Finance, anch’essa una piattaforma di microcredito che, si legge nel sito, è oggi presente in 88 Paesi. Li ho conosciuti in Italia, prima del crollo della Leehman e della crisi di fine 2008. Ma anche allora, prima che arrivasse la valanga dei derivati e mutui subprime, c’era un’esigenza diffusa di supporto finanziario che rispondesse a logiche diverse dal sistema bancario tradizionale.

Ecco, davanti alla straordinaria fioritura di incubatori, acceleratori, start up e restart –  intraprendenti, giovani, un pò goliardi e troppo maschi – mi viene da pensare che alla base di questo sistema ci sia qualcosa di simile alla Grameen Bank di Yunus e al PlaNet Finance di Attali. Forse il paragone è improprio, ma non siamo concettualmente lontani nella proposta: «Hai un idea, nessuno ti prende in considerazione e ti dà la dovuta attenzione? Telecom Italia ti dà un pò di soldi e know how per metterla in pratica e soprattutto fiducia. Tu non tradirla». 

Non entro nel complesso gioco dei distinguo finanziari, economici, organizzativi, culturali che si possono trovare tra la “Banca del Villaggio” e la Silicon Valley, perché non ne ho le competenze e perché sarebbe inevitabile scivolare in distorsioni culturali.  Non voglio nemmeno pensare di paragonare chi, offrendo capitali, ruba le idee o chiude i rubinetti troppo presto ai Lords of Poverty di Graham Hancock, lo scozzese che ha dimostrato come le grandi organizzazioni della cooperazione internazionale siano macchine che bruciano risorse finanziarie più per sopravvivere che per aiutare gli altri.

Non riesco però a distaccarmi dal pensiero che “restart” è concetto sperimentato da tempo, ben prima dell’avvento dell’era digitale. E che, quindi, non dovremmo perdere di vista il senso e il valore sociale che una start up può avere. Con tutto quello che cento, mille, diecimila start up rappresentano, al di là della dimensione economico-finanziaria. Perché il credito non è solo una questione contabile ma uno scambio di fiducia.  Un’attività profondamente umana che, in una stagione in cui sembra ci sia poco in cui credere, può dare alimento alla crescita più importante e necessaria: quella della coesione sociale.

* Carlotta Ventura è Group Senior Viceperesident Domestic Media di Telecom Italia

 

di Carlotta Ventura

  • Andrea Solimene

    Interessante articolo. complimenti. due osservazioni: 1) quando si descrive lo “startupper”, cosa si intende per “Un pò goliardi e troppo maschi”. Curiosa interpretazione e mai sentita prima. 2) purtroppo manca la cultura della fiducia e credo che bisogni lavorare tanto in questa direzione. Sicuramente la “classe imprenditoriale filo-startuppara” sta crescendo con nuovi e sani principi e con maggiori responsabilità e attenzioni nei confronti del cosiddetto ambiente esterno. La strada è lunga ma sicuramente percorribile.