Perché conferire una laurea in Global Entrepreneurship and Management ad Andrea Carcano che, insieme a Moreno Carullo, ha fondato Nozomi Networks?
Perché oggi un laureato STEM con vocazione imprenditoriale, in Italia, deve ancora armarsi e partire per la Silicon Valley per trasformare la propria ricerca in una impresa capace di scalare.
Ma facciamo un passo indietro.
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Ricerca e startup: il fallimento del mercato
«C’è bisogno di deep tech, ma c’è un collo di bottiglia infrastrutturale nel deep tech».
Le parole di Luca De Angelis, CEO di TEF – Tech Europe Foundation, pronunciate a Innovation Weekly (qui il link per chi volesse riascoltare la puntata), colgono il punto essenziale. Non è (più) un problema di idee. Non è un problema di talento. È un problema di infrastruttura.

TEF nasce per affrontare quello che De Angelis definisce senza ambiguità un “fallimento di mercato” dell’ecosistema italiano (ed europeo). Non sul lato della domanda – le idee non mancano – ma sull’offerta: è troppo basso il numero di progetti di ricerca che riescono a trasformarsi in iniziative imprenditoriali commercializzabili e – soprattutto – investibili.
Il deep tech nasce per sua natura vicino a ricercatori, laboratori, università. Ma il venture capital fatica a entrare in “luoghi fragili”, ancora lontani dal mercato. Ed è qui che si crea il collo di bottiglia.
La “fusione” tra PoliHub, il deep tech hub del Politecnico, e Bocconi for Innovation (B4i), – oggi sotto l’ombrello di TEF – rappresenta una scelta coraggiosa nell’Italia dei campanili. Fare economie di scala e mettere insieme competenze tecnologiche e manageriali è un passaggio obbligato se vogliamo costruire un’infrastruttura di sistema capace di accompagnare il trasferimento tecnologico lungo le sue fasi cruciali, che in sostanza si riassumono in quattro domande:
- C’è un’idea?
- È commercializzabile?
- Ha un mercato?
- È investibile?
In attesa del nuovo Campus della Bovisa (“la Goccia”), i numeri dell’ultimo anno raccontano uno sforzo concreto: 85 ricercatori finanziati, 2 progetti di ricerca in fase pre-startup in valutazione, 60 startup supportate.
Ma TEF non vuole solo aiutare i migliori: vuole ampliare la base. In questa direzione va il programma di 7 settimane per giovani aspiranti imprenditori deep tech, che ha raccolto 700 candidature da 57 Paesi e 17 università.
«Temevamo che non ci fosse domanda. Invece la domanda c’è. Non c’è deep tech washing. Il collo di bottiglia esiste, ma non è strutturale».
Quello che serve, secondo De Angelis, è «connettere punti e crederci veramente».
Il nodo, infatti, è la frammentazione. Il tech transfer richiede competenze altissime, continuità, esperienza operativa, contaminazione tra saperi. Senza un’impalcatura che consenta passaggi fluidi tra ricerca, proof of concept, validazione industriale e crescita internazionale, gli spin-off accademici restano troppo spesso esperimenti isolati.
Il caso Nozomi Networks
Ed è qui che entra in gioco la storia di Nozomi Networks.
Carcano e Carullo, partendo dall’Università degli Studi dell’Insubria dove si sono laureati in Informatica, hanno trasformato la loro base di competenze scientifiche in un’azienda globale leader nella cybersecurity per sistemi industriali.
Ma per farlo hanno dovuto attraversare l’oceano. Per trasformare il potenziale della loro ricerca in un unicorno, hanno trovato nella Silicon Valley quell’infrastruttura che in Italia ancora manca: capitale specializzato, mercato pronto ad adottare innovazione profonda, cultura del rischio, network internazionale.
La ricerca c’era. Il talento pure. Mancava l’ecosistema.
Per questo la laurea honoris causa in Global Entrepreneurship, Economics & Management che Carcano ha ricevuto questa settimana dalle mani della Rettrice dell’Università dell’Insubria Maria Cristina Pierro ha un significato che va oltre il riconoscimento personale. È un messaggio al Paese.
È il riconoscimento che l’imprenditorialità deep tech di successo non può essere l’eccezione che conferma la regola. Che la capacità di portare sul mercato tecnologie nate in ambito accademico è parte integrante della missione universitaria. Che STEM e management non sono mondi separati, ma leve complementari.
E, soprattutto, è un invito a costruire qui quell’“impalcatura” che oggi costringe i nostri migliori laureati con vocazione imprenditoriale a partire.
Non possiamo limitarci a celebrare chi ce l’ha fatta altrove (nonostante 120 dei 400 dipendenti – e il 25& di chi fa R&D – di Nozomi siano in Europa, italiani tra Milano e Mendrisio). Dobbiamo creare le condizioni perché il prossimo unicorno deep tech possa nascere e crescere in Italia.
La laurea honoris causa ad Andrea Carcano non è solo un tributo a una storia di successo. È un promemoria: la ricerca c’è. Il talento anche. Ora tocca all’infrastruttura.


















