Lo European Innovation Council (EIC) è oggi uno dei principali strumenti con cui l’Unione Europea sostiene l’innovazione in tecnologie e startup deep-tech. Con un budget annuale di 1,4 miliardi di euro e un portafoglio di centinaia di imprese innovative, l’EIC finanzia progetti ad alto rischio e aiuta le aziende a passare dal laboratorio al mercato.
A guidarlo è Michiel Scheffer, presidente dell’EIC e personalità con un percorso che unisce impresa, ricerca e policy. La sua esperienza gli offre una prospettiva privilegiata sulle difficoltà che le aziende europee incontrano nel crescere, sulla necessità di più capitale paziente (cioè in grado di aspettare anni per avere un ritorno sull’investimento) e sulle scelte strategiche che attendono l’Europa nei prossimi anni.
Con Michiel Scheffer abbiamo parlato di scaleup, autonomia tecnologica e del ruolo che l’EIC può avere per rafforzare la competitività del continente.
Indice degli argomenti
L’EIC sostiene startup dall’early stage allo scaleup. Quali sono le priorità strategiche per i prossimi anni?
Il nostro obiettivo di lungo periodo è aiutare le aziende a superare la famosa “valle della morte”, lo stadio in cui anche un’idea brillante può morire per mancanza di capitali, dati i costi altissimi dello sviluppo di nuove tecnologie (pensiamo per esempio al quantum computing). E lo facciamo perché la nostra prima missione è di garantire il futuro sviluppo dell’economia europea, come definito nel 2017, quando l’EIC è stato concepito.
La novità, emersa negli ultimi anni è il focus sulle nuove tecnologie: da qui la spinta a investire su computer quantici e fotonica.
Questo impulso è diventato ancora più urgente dal 2022, quando è emersa una nuova missione per l’EIC: lavorare per l’autonomia strategica dell’Europa. L’Europa è estremamente dipendente dall’esterno – e quindi vulnerabile – in molti ambiti: semiconduttori, software, AI foundation models, ma anche energia, materie prime, fertilizzanti, tutte aree dove l’innovazione tecnologica può trovare soluzioni.
C’è poi il tema della produttività. Il rapporto Draghi evidenzia che la produttività europea è stagnante da circa dieci anni. La sanità ne è il caso più urgente: serve molta più efficienza e l’AI applicata alla diagnostica può essere uno strumento decisivo.
Il nostro compito, oggi, è affrontare simultaneamente crescita, autonomia, e produttività.
L’EIC ha appena pubblicato il nuovo Work Programme per 2026. Può illustrarci come sarà allocato il budget?
Il budget annuale dell’European Innovation Council è di 1,4 miliardi di euro, articolati su quattro strumenti: Pathfinder con 300 e 400 milioni di euro, dedicati alla ricerca visionaria; Transition con 100 milioni di euro, che offre i primi capitali per portare un risultato scientifico fuori dalla ricerca verso la prototipazione; Accelerator con circa 400 milioni di euro, che combina grant e equity per la fase di scale-up; Super Scaler “STEP” con 300 milioni di euro.
A questi si aggiungono fondi per attività di capacity building dell’ecosistema.
Nel 2026 introdurremo un nuovo strumento, gli Advanced Innovation Challenges, dedicati alle innovazioni ad alto potenziale trasformativo ma alto rischio: un percorso in due tappe, con una prima mini–call da 300.000 euro che permette alle aziende di testare la fattibilità della propria idea; una seconda call fino a 2.5 milioni di euro per sviluppare e testare le soluzioni più promettenti.
Altra novità: snelliremo il processo di candidatura.
Come funziona il processo di candidatura all’EIC Fund?
La procedura di candidatura prevede quattro fasi: si parte con una Short Application, una presentazione in PowerPoint e un video di presentazione, valutati da esperti che assegnano un go/no go. Se l’esito è negativo, si riceve un feedback e le indicazioni per migliorarla.
Se l’esito è positivo, si può presentare la candidatura completa, la Full Application, che consiste in un business plan completo, con roadmap tecnologica e milestones dei prossimi 24 mesi, situazione brevetti, proprietà intellettuale, competenze del team, uso dei fondi.
Se va bene, parte la Due Diligence, che prevede un confronto diretto con gli esperti incaricati della valutazione, che testano l’azienda su punti critici.
Ultima fase è l’intervista finale, un colloquio di 45 minuti, dove si valuta credibilità del team, visione e capacità di esecuzione.
Il processo di candidatura richiede in media quattro mesi tra candidatura completa e decisione finale.
Il tasso di successo complessivo è del 5–6%: riceviamo circa 1.500 candidature l’anno e ne finanziamo 70-80.
Qual è la differenza tra il vostro processo di candidatura e quello dei venture capital privati?
I VC valutano ogni deal singolarmente; l’EIC lavora con un approccio di costruzione di un portafoglio, confrontando le proposte per selezionare le migliori.
Ciò rende il nostro processo di valutazione un po’ più lungo ma molto più approfondito: dietro ogni deal approvato c’è il lavoro di circa 12 persone per vari giorni.
Rispetto ai VC sul mercato, siamo meno selettivi nelle fasi iniziali – ad ogni fase passano circa il 30% – mentre nei VC solitamente l’80% viene scartata già al primo pitch. E, complessivamente, approviamo il 5-6% delle candidature contro un 1-2% dei VC.
Qual è la differenza per quanto riguarda il risk appetite?
Facciamo investimenti in startup deep tech, che in generale sono più rischiosi rispetto ad altre tipologie di startup.
Noi finanziamo i ”fallimenti di mercato” cioè le innovazioni che il libero mercato, lasciato a sé stesso, non è in grado di finanziare (anche se le ritiene importanti per la società).
Noi investiamo in aziende che per i prossimi 3-5 anni saranno in perdita: se sono già sul mercato o in utile, trovano già risorse da altri VC. Come pure non finanziamo la costruzione della seconda fabbrica: per quello ci sono le banche.
Se un founder ci dice: “Saremo profittevoli entro un anno”? Gli stringiamo la mano e rispondiamo: “Benissimo, ma allora non avete bisogno di noi”.
Accettiamo più rischi tecnologici, ma non ci prendiamo rischi stupidi niente CFO? niente funding. Niente brevetti? niente funding. Modello di business naïf? niente funding. Comunque finanziamo aziende che potenzialmente avranno un ritorno economico.
Come si colloca l’EIC rispetto al nuovo ScaleUp Europe Fund?
Il nuovo ScaleUp Fund nasce da un’idea partita proprio dall’EIC. Abbiamo visto aziende che superano la “valle della morte” ma poi bloccano la crescita o si schiantano quando devono raccogliere round da 30, 40 o 50 milioni, perché i nostri ticket da massimo 10 milioni non bastano più.
Il nuovo fondo non è un concorrente: è parte del nostro ecosistema, è il naturale seguito dell’EIC Accelerator. Supporterà aziende con meno rischio tecnologico ma maggiore fabbisogno di capitale. Opererà come comparto del EIC Fund SR, una società registrata in Lussemburgo.
Lo Scaleup Europe Fund (SEF) è istituito sotto l’EIC Fund con una dotazione di un miliardo di euro e sarà gestito da una società di gestione privata.
Come dialoga l’EIC con i sistemi nazionali?
Premesso che ogni azienda può applicare in via indipendente, noi lavoriamo con i vari ecosistemi nazionali su più punti di contatto: innanzitutto i National Contact Points, in Italia APRE (Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea); poi i co-investitori istituzionali, come CDP Venture Capital, fondamentali perché l’EIC è sempre socio di minoranza (tipicamente tra il 20% e il 30%); le agenzie regionali come Sviluppo Toscana, utili per rafforzare l’ecosistema locale.
Abbiamo poi il Plug-in Scheme, che permette alle aziende valutate in programmi nazionali qualificati di avere un fast track per l’applicazione (e saltare la short application). C’è comunque un limite: il totale degli investitori pubblici e di EIC non supera mai il 40–45%.
Come vede l’ecosistema italiano?
L’Italia genera moltissime candidature, ma ha un tasso di successo del 2%, tra i più bassi in Europa, rispetto al 10% di Paesi Bassi e Belgio e a una media europea del 5-6%.
Perché? Innanzitutto ci sono poche candidature in linea con la logica deep-tech dell’EIC: molte sono innovazioni incrementali, con molto software o tecnologie industriali.
Il Paese è a macchie: la Lombardia performa bene, con circa il 75% delle aziende che finanziamo; ci sono regioni economicamente forti ma sotto-performanti: Piemonte (nessuna startup finanziata), Veneto, Emilia-Romagna. Il sud è quasi assente; l’azienda più meridionale finanziata è di Ascoli Piceno, al di sotto di quella linea non abbiamo progetti attivi. C’è un motivo economico: fondi regionali molto generosi, per esempio 500 milioni di euro solo in Puglia, con tassi di successo incredibilmente più alti dell’EIC. Per molte imprese, scegliere l’Europa è semplicemente meno conveniente.
C’è infine una componente culturale: il modello italiano dell’impresa familiare rende meno immediato accettare un investitore pubblico nel capitale.
L’Europa è forte nella ricerca ma fatica a trasformarla in aziende e a scalare. Quanto EIC riesce a mobilitare il capitale privato?
L’EIC è stato creato proprio per risolvere il fatto che abbiamo ottima ricerca, buoni risultati sui brevetti ma scarse performance a scalare. Voglio essere chiaro: l’Europa non ha un problema di startup. Noi riceviamo un numero di richieste 15-20 volte superiore a quelle che possiamo finanziare. Non c’è un problema di mancanza di cultura imprenditoriale. Il problema è che scalare in Europa è molto più difficile perché per molto tempo non c’era un mercato del Venture Capital.
L’EIC ha un po’ cambiato le cose e vediamo un crescente interesse da parte dei capitali privati verso il deep tech: oggi per ogni euro di fondi pubblici EIC, le startup ne raccolgono 3 da privati. In Italia avete fondazioni come Banca Intesa e San Paolo, che riescono ad ingaggiare family office e altri VC.
C’è poi un problema di frammentazione: la maggioranza dei fondi europei sono piccoli, da 50 a 500 milioni, e non possono fare ticket importanti. Oggi però stanno nascendo fondi da 1, 2, 3 miliardi di euro, soprattutto in Francia, che si stanno espandendo all’estero.
Le aziende europee hanno un problema di innovazione e produttività. Le startup possono essere parte della soluzione?
Abbiamo creato il Corporate Partnership Programme, basato su challenge lanciate dalle aziende e “corporate days” dove le nostre 742 aziende in portafoglio presentano le loro soluzioni. Il format funziona, ma spesso non va oltre la fase pilota.
Molte corporate offrono un ambiente di test gratuito; ma danno 10.000 euro, mai 1 milione, perché non le considerano centrali per la loro strategia. Vediamo poi diversi casi di unità di corporate venture capital che vengono addirittura chiuse. Alcuni settori, come la difesa, non sono abituati a lavorare con le startup.
In generale la cultura industriale europea mostra molte barriere verso l’innovazione: una gestione finanziaria di breve periodo e poca propensione verso i rischi deep tech; scarsa propensione all’integrazione verticale (pensiamo ai produttori di auto che non hanno investito in batterie!) e poca propensione al rischio.
C’è anche un problema di scarse competenze manageriali nel lavorare con le startup?
Sì, ma varia molto. A Monaco, Eindhoven, Delft o Milano – zone con forti università tecniche – la distanza è minima. Spesso manager e founder si conoscono dagli studi. Quando poi in azienda hai manager con dottorati, capiscono molto bene le startup deep tech.
Poi vai a Torino e il gap è sorprendente: tanta competenza manifatturiera, meno dimestichezza con le tecnologie emergenti.
La soluzione è una sola: mettere le persone insieme, creare contesti di collaborazione reale e far sì che CEO e CTO mandino un segnale chiaro dall’alto.
Manager ed esperti interessati, possono candidarsi come Valutatori (Evaluators) presso l’EIC.
L’AI Act e altre normative europee impattano sull’innovazione. Come trovare il giusto equilibrio tra regole e disruption?
È complicato: la regolamentazione può essere sia fonte di produttività e competitività sia una barriera. Il problema è il tempismo: spesso si arriva tardi, altre volte troppo presto. L’AI Act è stato un esempio di intervento anticipato.
Ricordiamoci poi che i regolamenti europei nascono sempre da impulso degli Stati.
Va smontata una leggenda urbana: gli USA innovano, l’Europa regola. Gli imprenditori americani si lamentano moltissimo di una burocrazia frammentata in 50 stati, spesso più complessa di quella europea.
In ambito Intelligenza Artificiale gli USA hanno molto meno regole dell’Europa, perché noi consideriamo la comunicazione digitale al pari dell’editoria. Ma francamente, la privacy non è un tema quando usi l’AI sui macchinari industriali.
Mentre in ambito sanitario, ad esempio, i cittadini europei non accetterebbero che un’assicurazione usi un modello predittivo per escluderli da una polizza. E questa tutela è un vantaggio competitivo, non un freno.
Serve una discussione più matura, meno ideologica.
Quale vantaggio competitivo vede nell’ecosistema europeo rispetto a quello americano?
L’Europa ha dei vantaggi rispetto agli USA. Innanzitutto abbiamo una cultura della collaborazione internazionale, da secoli l’Europa è una rete di scambi: italiani, tedeschi, olandesi e francesi lavorano insieme con naturalezza. Negli USA, prima di parlare bisogna firmare un NDA con tutti I costi legali che comporta.
Poi abbiamo una manifattura di altissima qualità. L’Europa è imbattibile nella produzione di piccole e medie serie. Se servono 100 macchine in 20 versioni diverse, la fascia che va da Eindhoven a Piacenza è un unicum mondiale per densità di imprese e competenze industriali. Sono rimasto piuttosto sorpreso: circa sei mesi fa è arrivata in Europa un’intera delegazione di aziende americane e quando ho gli chiesto perché fossero qui, la loro risposta è stata “perché voi avete le competenze manifatturiere”.
Abbiamo una forza lavoro tecnica molto qualificata, l’Europa ha una solida fascia intermedia tra PhD e lavoro non qualificato. Negli USA questa fascia quasi non esiste, e fa la differenza nella capacità di prototipare, adattare e migliorare macchine e processi.
E poi abbiamo clienti esigenti, pronti a pagare per la qualità: pensiamo alla rete di treni ad alta velocità, che in USA non esiste.
Il rovescio della medaglia è la frammentazione: mercati diversi, lingue diverse, normative diverse. Ma è anche ciò che fa dell’Europa un ecosistema unico.
Vuole lasciarci un messaggio finale?
Avendo ricoperto ruoli di professore, imprenditore e ora politico, credo moltissimo sull’importanza di un dialogo costruttivo e sulla cooperazione.
La chiave per il progresso è parlare con gli altri (ricercatori, aziende, politici) invece che degli altri, comprendendo le reciproche motivazioni.
E poi punto cruciale è l’azione diretta. Molte persone nei convegni dicono cosa dovrebbe accadere, ma non si impegnano a farlo. La creazione del fondo di scale-up, ad esempio, non è stata decisa in una sala conferenze, ma attraverso conversazioni private e mirate con gli investitori per assicurarsi l’impegno a investire €250-500 milioni.


















