Venture capital: crescono le operazioni in Italia, ma l'Europa è ancora lontana

L'Aifi presenta i dati sul capitale di rischio nel nostro Paese nel 2015. Salgono raccolta (2,83 miliardi di euro, +92% sul 2014) e investimenti (4,6 miliardi, +31%), ma resta il divario con altri Paesi europei. Il presidente Cipolletta: «Meno prestiti e più venture capital per finanziare le imprese»

Investimenti

di Mattia Celi

Il convegno per i trent’anni di Aifi dove sono stati presentati i dati sul venture capital in ItaliaIl convegno per i trent’anni di Aifi dove sono stati presentati i dati sul venture capital in ItaliaÈ ancora moderato l’ottimismo di fronte al mercato dei capitali in Italia. I numeri presentati ieri 16 marzo al convegno per i trent’anni di Aifi (Associazione Italiana del Private Equity Venture Capital e Private Debt) parlano di un’attività di investimento nel mercato italiano del private equity e venture capital – nel 2015 – che manifesta una crescita significativa, raggiungendo il secondo ammontare più alto di sempre. Segnali positivi provengono anche dalla raccolta, quasi raddoppiata rispetto all’anno precedente, e dai disinvestimenti in aumento per il quarto anno consecutivo. Resta però un divario ancora eccessivo con il resto d'Europa.

«I numeri del Venture Capital stanno crescendo – ha affermato Innocenzo Cipolletta, presidente di Aifi – e siamo molto soddisfatti di questo. Tuttavia gli standard dei maggiori paesi europei sono ancora lontani. In Italia bisogna ragionare di più secondo una logica di sistema, siamo di fronte ad un complesso ancora troppo bancocentrico. L’auspicio è quello che in futuro finanza e imprenditoria possano collaborare per il bene del Paese».

Secondo Cipolletta gli investimenti devono essere effettuati sempre meno tramite prestiti e sempre più tramite capitale di rischio. «Portando i fondi dentro un’azienda – ha aggiunto il presidente di Aifi – oltre al capitale si portano anche governance, competenze e network. Componenti fondamentali per un’azienda che deve crescere.».

Il succo del discorso è: bisogna far capire agli imprenditori che il capitale di rischio è un alleato. Per farlo occorre lo sforzo di tutti. A cominciare dagli investitori – Cipolletta invita tutti a fare un esame di coscienza – per arrivare fino al governo. Per riuscirci, è chiaro, serve il supporto dei numeri. Vediamoli.

Nel 2015 sono stati monitorati 199 operatori. Oltre ai soci Aifi ci sono: componenti aderenti all’associazione che svolgono occasionalmente attività di investimento; alcuni investitori e istituzioni finanziarie italiane che non rientrano in Aifi; operatori internazionali che hanno realizzato operazioni in imprese nel nostro Paese.

RACCOLTA

  • 2.833 mln di euro di risorse complessive raccolte (+92% rispetto a 1.477 mln del 2014)

  • 2.487 mln reperimento capitali sul mercato finanziario italiano e internazionale da parte di operatori indipendenti (+ 85% sul 2014)

  • 16 operatori che hanno effettuato raccolta (contro 15 del 2014)

INVESTIMENTI

  • 342 nuove operazioni distribuite su 272 società, per un controvalore pari a 4.620 mln (+31% sul 2014)

  • 3.255 mln per operazioni di buy out; 894 mln per operazioni di replacement; 333 per operazioni di expansion

  • 122 investimenti in early stage; 101 in buy out; 81 in expansion

DISINVESTIMENTI

  • 2.903 mln di euro ammontare disinvestito (+10% del 2014)

  • 178 exit distribuite su 153 società (+2% sul 2014)

  • 43% dismissioni in operazioni di buy out; 35% expansion; 17% early stage

«In trent’anni – ha concluso Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi – abbiamo raccolto 40 miliardi di euro da operatori italiani, una cifra significativa certo, ma non paragonabile a paesi come Inghilterra, Francia e Germania. Il gap da colmare è ancora tanto, stiamo lavorando per portare il livello dei capitali di rischio al livello che l’Italia merita».

Un dato su tutti fa comprendere bene quanto è lunga la strada da fare: le prime quattro società per capitalizzazione quotate a Wall Street sono società cosiddette venture-backed (Alphabet, Apple, Microsoft, Facebook), la prima venture-backed a Piazza Affari è Prysmian che si trova al 21esimo posto.