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La polemica

Startup, botta e risposta tra Mattina e Carnovale su Roma Capitale

04 Apr 2014

Le considerazioni di Nicola Mattina, founder di Stamplay, sulle differenze tra l’ecosistema romano e quello della City ha suscitato un dibattito sui social network. Per Mattina a Londra le startup possono usufruire di agevolazioni fiscali, contabilità semplificata, meno burocrazia. Ma per Gianmarco Carnovale, Presidente di Roma Startup e mentor dell’acceleratore romano di Working Capital, la Capitale non è da meno

Gianmarco Carnovale
L’intervista rilasciata da Nicola Mattina a EconomyUp.it, ha provocato un dibattito su facebook in relazione all’ecosistema startup romano.

Nicola Mattina, founder di Stamplay, e Gianmarco Carnovale, Presidente di Roma Startup e mentor dell’acceleratore romano di Working Capital hanno discusso sul ruolo di Roma (e dell’Italia) nell’ecosistema startup locale e internazionale, dopo che Mattina aveva messo in luce le differenze tra la capitale italiana e Londra, dove per le startup ci sono agevolazioni fiscali, contabilità semplificata, meno burocrazia.

Roma, insomma, ha le carte in regola per diventare l’hub tecnologico d’Europa assieme a Londra, Berlino e la Finlandia? Lo abbiamo chiesto a Gianmarco Carnovale.

Nicola Mattina nella sua intervista ha descritto con termini pessimistici la scena startupper romana. Pensi davvero che Roma sia ancora immatura a livello internazionale e che dunque l’estero sia un’ottima via di fuga per chi vuole fare impresa?
Innanzitutto sono convinto che è necessario essere riconoscenti al territorio che è riuscito a creare un circolo virtuoso intorno all’ecosistema. Senz’ombra di dubbio in questo momento Roma pecca di poca visibilità internazionale: manca un “VentureVillage” romano e abbiamo bisogno di più mentor con competenze internazionali. Brad Feld sostiene che chiunque può essere mentor, purché abbia avuto esperienza da manager in una Corporate o 10 anni di esperienza da imprenditore: ecco, a Roma queste figure ci sono, bisogna solo aumentarne il numero.

Nicola Mattina, in risposta alle tue obiezioni sulla sua intervista, ha citato Carlos Eduardo Espinal che, in un suo articolo apparso su The Next Web individua alcune componenti essenziali che rendono una città tech. Tra queste, vi sono la presenza di Università tecniche, la presenza di “local heroes” e l’attrazione di capitale umano straniero. Tu pensi che Roma abbia già queste tre caratteristiche?
Roma può contare Università tecniche di ottima qualità, basti pensare all’Università di Tor Vergata piuttosto che Roma3, che nel 2010 ha dato i natali a InnovactionLab che, dalla prima edizione del 2011 ad oggi ha raggiunto importanti traguardi che l’hanno portata a collocarsi nell’Olimpo dei casi di successo mondiale nel campo della formazione imprenditoriale. Vantiamo anche la presenza di “local heroes”, tra i quali vanno citati lo stesso Nicola Mattina, Augusto Coppola, Carlo Alberto Pratesi, Paolo Merialdo (fondatori di Innovaction Lab, ndr), Salvo Mizzi, Alessandro Nasini, Marco Trombetti, Marco Sgroi e Roberto Magnifico di LUISS Enlabs. In futuro vedo come local heroes alcuni startupper già molto visibili come Cosimo Palmisano, Roberto Macina, Monica Archibugi e Lorenzo Di Ciaccio.Per quanto riguarda, infine, l’attrazione di capitale umano proveniente dall’estero, è necessario rendere Roma molto appealing per lo straniero che intende fare impresa. In queste settimane la Segreteria Tecnica del MISE è al lavoro sull’Italia Startup VISA, il visto speciale che consente, appunto, di attrarre capitale umano straniero nel nostro Paese. Sarebbe opportuno capire se questo visto potrà, ad esempio, essere utilizzato anche dai Venture Capital stranieri. A tal proposito, auspico vivamente che almeno 3 o 4 VC internazionali abbiano il proprio headquarter a Roma.

Nelle scorse settimane è stata diffusa la notizia che entro fine anno Roma conterà 12 acceleratori (al momento sono 7) come New York. Secondo te è opportuno che queste strutture adottino una “logica inclusiva”?
Non è importante la collaborazione tra gli acceleratori presenti sul nostro territorio; è necessario, invece, condividere le practices, auspicandosi che siano le stesse a livello internazionale. Ci sono aspetti per i quali si potrebbe pensare ad azioni di sistema, ma sono convinta che ogni struttura debba mantenere e conservare la sua individualità ed unicità.

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