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Paolo Landoni: “Gli acceleratori di startup diminuiscono ma non è crisi, c’è un consolidamento”



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L’analisi del Report 2025 del Social Innovation Monitor evidenzia una riduzione del 15%, accompagnata da una maggiore maturità economica e sociale degli acceleratori di startup in Italia nel 2025. Focus su intelligenza artificiale e parità di genere

Pubblicato il 29 gen 2026



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Paolo Landoni, Direttore scientifico della ricerca del Politecnico di Torino

L’ecosistema dell’innovazione sta attraversando una fase di profonda trasformazione, caratterizzata da un apparente paradosso: mentre il numero complessivo delle strutture di supporto diminuisce, la qualità e la solidità economica delle imprese accompagnate mostrano segnali di crescita robusta.

Questa fotografia emerge con chiarezza dai dati presentati dai responsabili della ricerca del Social Innovation Monitor (SIM) del Politecnico di Torino, Paolo Landoni e Stefano Richeri — rispettivamente Direttore Scientifico e Vice Direttore Scientifico del Social Innovation Monitor — in occasione della presentazione del nuovo rapporto annuale dedicato al settore.

Attraverso un’analisi che incrocia le dinamiche demografiche degli operatori con le performance delle imprese incubate, lo studio delinea un mercato degli acceleratori di startup in Italia che punta sempre più all’efficienza tecnologica e alla sostenibilità finanziaria.

Acceleratori di startup in Italia: i numeri della mappa 2025

Il dato più immediato che emerge dalla ricerca riguarda la contrazione quantitativa del settore. Landoni ha evidenziato come il numero totale di incubatori e acceleratori di startup in Italia sia diminuito, passando dalle 239 unità censite nell’anno precedente alle attuali 203. Questa flessione del 15% non è però interpretabile esclusivamente come un segnale di crisi, quanto piuttosto come un necessario consolidamento del mercato.

Secondo quanto dichiarato da Landoni, la scomparsa di 41 realtà (a fronte di sole 5 nuove aperture) trova spiegazione in diverse dinamiche strategiche. “Ci siamo chiesti il perché di questo calo”, spiega Landoni, attribuendo il 50% delle chiusure a fallimenti dovuti a ragioni economico-manageriali, ma sottolineando come una parte significativa della contrazione derivi da scelte ponderate di mercato. Molte realtà hanno infatti optato per pivot strategici, trasformandosi in modelli alternativi come i Venture Builder o gli Startup Studio, mentre altre hanno concluso programmi legati a iniziative temporanee, come quelli afferenti alla Rete Nazionale Acceleratori di CDP.

La spinta verso le fusioni e il dominio del capitale privato

Un fattore determinante nel ridisegnare la mappa degli acceleratori di startup in Italia è rappresentato dalle operazioni di fusione e integrazione, volte a raggiungere una massa critica superiore per competere a livello internazionale. Landoni cita casi emblematici come la nascita di Zest, frutto dell’unione tra LVenture Group e Digital Magics, o la recente integrazione tra PoliHub (Politecnico di Milano) e B4i – Bocconi for Innovation.

Questo processo di maturazione si accompagna a una natura giuridica ormai consolidata: il 65% degli incubatori operanti in Italia è oggi esclusivamente privato, a testimonianza di un settore che ha trovato una propria sostenibilità commerciale indipendente dai contributi pubblici. La metodologia SIM continua inoltre a distinguere gli operatori in base alla loro missione, identificando i Social Incubator (focalizzati sull’impatto sociale e ambientale), i Mixed Incubator e i Business Incubator.

Performance economiche e nuovi standard di inclusività

Nonostante la riduzione del numero di operatori, l’intensità del lavoro svolto dalle strutture rimaste attive è in aumento. Richeri ha analizzato l’andamento dei servizi e delle richieste, rilevando che, sebbene il fatturato totale stimato del settore sia sceso di circa 13 milioni di euro a causa della chiusura di alcune realtà, la pressione sulle singole strutture è cresciuta.

In media, ogni incubatore o acceleratore riceve oggi oltre 210 richieste annue, un dato in crescita rispetto al passato se rapportato al numero di strutture attive. Di queste, la singola struttura riesce a supportare mediamente 35-36 organizzazioni, includendo sia i nuovi ingressi sia i team che proseguono il percorso iniziato l’anno precedente.

Un traguardo storico per la parità di genere

Uno degli aspetti più significativi evidenziati da Richeri riguarda l’evoluzione della forza lavoro all’interno degli acceleratori di startup in Italia. Per la prima volta nella storia della mappatura, si è raggiunta una parità percentuale perfetta tra dipendenti di genere femminile e maschile. Questo dato segna un punto di svolta per un settore tradizionalmente a trazione maschile, mentre rimangono costanti le quote relative ai dipendenti stranieri (5%) e ai giovani, che rappresentano circa un terzo del totale.

Sul fronte dell’impatto, il 44% degli operatori misura oggi il proprio impatto sociale, anche se la quasi totalità dichiara di utilizzare metodologie sviluppate internamente senza ricorrere a consulenze esterne specializzate.

Finanziamenti e servizi: il valore del supporto manageriale

L’efficacia degli acceleratori di startup in Italia si misura anche attraverso la capacità di attrarre capitali. La stima totale dei finanziamenti raccolti dalle startup del campione analizzato si attesta su circa 73 milioni di euro, il che si traduce in una media di 1,7 milioni di euro raccolti per ogni incubatore.

Per quanto riguarda i modelli di remunerazione, il mercato mostra una spiccata flessibilità. Solo l’8% degli acceleratori richiede sempre una percentuale di equity per l’accesso ai programmi, mentre il 68% dichiara di non richiederla mai. Parallelamente, la fee di partecipazione è richiesta sistematicamente solo dal 19% delle strutture.

I servizi considerati fondamentali dalle startup non riguardano solo il capitale, ma soprattutto le competenze:

  • Accompagnamento manageriale, indicato come il servizio principale per valore aggiunto.
  • Supporto diretto nella ricerca di finanziamenti.
  • Supporto nello sviluppo di relazioni strategiche e networking.

L’indotto degli acceleratori: cosa acquistano le strutture

Per la prima volta, la ricerca SIM ha indagato anche il ruolo degli incubatori come acquirenti di servizi esterni, svelando un indotto che spazia dal facility management (pulizia e gestione rifiuti) al food & catering (vending machine e ristorazione), fino ai servizi professionali come consulenze legali e studi commercialisti. Questo dato sottolinea come l’acceleratore sia esso stesso un’azienda che genera valore economico sul territorio attraverso la propria operatività quotidiana.

Startup 2.0: l’impatto dell’AI sugli organici

L’analisi condotta da Stefano Richeri si è spostata infine sulle startup stesse, monitorando un campione di 685 realtà che ha permesso di stimare una popolazione nazionale di circa 2.600 organizzazioni incubate nel 2024. I dati finanziari sono estremamente positivi: il fatturato medio per startup è passato da 561.000 euro a 714.000 euro, con una mediana in crescita del 30%, attestandosi a 53.000 euro.

Tuttavia, a fronte di ricavi crescenti, si osserva una contrazione drastica del personale impiegato. Il numero di dipendenti medi per startup è sceso da 7 a 4 unità. Questo fenomeno non è interpretato dai ricercatori come un segnale di ridimensionamento, ma come una ricerca di maggiore efficienza. Richeri suggerisce infatti che questa dinamica sia strettamente legata a una maggiore dimestichezza con l’Intelligenza Artificiale (AI).

Secondo il Vice Direttore del SIM, le startup stanno utilizzando l’automazione per rimanere più agili: “Questo suggerisce che le startup cerchino maggiore efficienza e automazione per rimanere agili”. Gli acceleratori di startup in Italia sembrano dunque guidare le imprese verso un modello in cui la tecnologia sostituisce le mansioni ripetitive, permettendo ai piccoli team di scalare il business e aumentare il fatturato senza necessariamente espandere l’organico in modo proporzionale.

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