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INVESTIMENTI

I fondi pensione guardano al venture capital

11 Lug 2014

Per la prima volta pensano di investire risorse verso il mercato dei capitali per le imprese e di rischio. «Non ci sono più ostacoli normativi», dice il direttore generale dell’Aifi Anna Gervasoni. «Ora possono svolgere un ruolo fondamentale per le Pmi italiane»

I fondi pensione italiani sono pronti ad aprirsi al private equity e al venture capital. Per la prima volta stanno valutando la possibilità di investire una parte significativa delle loro risorse verso il mercato dei capitali per le imprese: una strada che, sostengono i suoi promotori, avrà come conseguenza maggiori risorse a disposizione di aziende, Pmi e startup innovative, con ricadute positive per l’intero sistema imprenditoriale italiano.

Se ne è parlato a Roma al convegno dell’Aifi (Associazione italiana del private equity e venture capital) intitolato “Investitori istituzionali e capitali privati: nuovi incontri per un nuovo Paese”. Convegno in cui Giovanni Gorno Tempini, ad di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), ha prospettato una “sintesi” tra Cdp e fondi pensione “attraverso un veicolo nuovo” o altre modalità.

Affermazione che conferma come il mondo dei fondi pensione sia in movimento verso “nuovi incontri”, come da titolo del convegno. I motivi per cui questi nuovi incontri sono opportuni e anzi necessari li ha elencati Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi. Ricordando che in Italia sono 15 i soggetti che fanno venture capital e circa 150 gli operatori di private equity, Gervasoni ha sottolineato come, nell’ultimo triennio, la raccolta di capitali sia stata di conseguenza piuttosto ridotta – circa 600/900 milioni di euro l’anno – e perciò siano state riversate sulle imprese risorse limitate rispetto a quello che avviene in altri Paesi europei.

“Nel dibattito internazionale – ha rimarcato Gervasoni – i grandi temi attuali sono come orientare investimenti e investitori di medio e lungo periodo verso investimenti produttivi. Sotto questo profilo – ha aggiunto – i fondi pensione possono svolgere un ruolo fondamentale”.

Il direttore generale dell’Aifi ha citato il dato relativo all’Unione europea, dove i fondi pensione costituiscono la prima fonte della raccolta del mercato, mentre in Italia il comparto previdenziale rappresenta solo il 10%. Confrontando l’Italia con il resto del mondo, emerge che in altri Paesi nei quali i fondi pensione sono attori primari dei mercati finanziari, i piani pensionistici tendono a privilegiare l’allocazione domestica. Circa il 70% delle risorse dei fondi pensione esteri, infatti, affluisce al mercato dei capitali nazionale, mentre in Italia arriva all’economia domestica solo il 30% delle risorse totali dei fondi. Insomma, se diversamente orientati, i fondi pensione potrebbero fare molto di più per l’economia italiana.

Qui la versione completa della presentazione di Anna Gervasoni

Purtroppo le risorse dedicate dai fondi pensione a strumenti altamente specializzati quali in primis i fondi di private equity e di venture capital e i nascenti fondi di minbond/private debt “sono, di fatto, trascurabili”. Perché?

Non certo e non più per motivi tecnici e normativi, sostiene Gervasoni, che elenca una serie di ostacoli tecnici ma parallelamente indica le soluzioni. “Oggi in Italia – afferma – non sussistono più  paraventi normativi che inducano a dire ‘non si può fare’”.

Anche per Vincenzo Boccia, presidente Comitato tecnico credito e finanza di Confindustria, è l’ora che “le imprese individuino altre fonti di raccolta di capitali”.

“Iniettare liquidità sul mercato fa bene al Paese e al mercato” ha aggiunto Andrea Camporese, presidente Adepp, invitando a “dar vita a un fondo istituzionale con obiettivi chiari, gestito da privati ma sotto il controllo pubblico, che vada sul mercato alla ricerca delle migliori esperienze imprenditoriali esistenti e sia in grado di generarne di nuove”.

“Non esistono più grandi difficoltà da parte dei fondi pensione a investire in strumenti alternativi” ha ribadito Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza.

Se finora i fondi pensione non hanno investito in private equity e venture capital, ha aggiunto Mauro Marè, presidente Mefop, “è per un problema di cultura finanziaria, di incentivi economici e di ostacoli tecnici, ma tutti questi problemi si possono facilmente risolvere”.

Ricordando che sono stati accumulati dai risparmiatori 35 miliardi di euro attraverso i fondi nati dalla contrattazione collettiva, Michele Tronconi ha affermato: “È evidente che dobbiamo passare  dalla prudenza alla crescita, è un segnale che si crede nel nostro Paese. E il risparmio previdenziale può essere utile all’Italia”.

Chiamato in causa più volte dai partecipanti, Gorno Tempini ha prospettato un’alleanza tra Cdp e mercato pensionistico: “Siamo pronti – ha detto – per un obiettivo importante: incrementare la capacità operativa del mondo previdenziale del Paese. Sono fiducioso di riuscire a trovare una sintesi con le esigenze dei fondi pensione o attraverso un veicolo nuovo, o attraverso una sgr già esistente, oppure con strumenti di cassa sia per quanto riguarda le nostre modalità di intervento nel mondo del capitale di rischio ma anche nel capitale di credito. Riteniamo doveroso – ha specificato – mettere al servizio le nostre esperienze quali il fondo strategico di investimento o il fondo di investimento italiano”.

Infine Innocenzo Cipoletta, presidente di Aifi, ha ricordato che “la ripresa deve basarsi sulle nostre forze: dalla finanza pubblica non ci aspettiamo grandi cose – ha detto – ma i Paesi industrializzati devono guardare allo stock di ricchezze e valori che hanno e che, se usati bene, possono generare processi di crescita”.

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