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Mobilità

Flixbus, la startup degli autobus low cost che vuole creare 1.000 posti di lavoro

12 Ago 2015

L’azienda tedesca di bus si lancia in Italia con 5 linee nazionali e 50 città collegate entro il 2015. Il modello di business prevede una partnership con le compagnie locali: la società si occupa di marketing e pianificazione mentre le ditte di trasporti, adeguandosi agli standard (sostenibilità, wifi a bordo…), gestiscono l’operatività su strada

Andrea Incondi, managing director per l'Italia di Flixbus
Mentre molti discutevano di Uber, ride sharing e Google car, in pochi si sono accorti che nel frattempo un altro mezzo di trasporto su gomma era interessato da grandi innovazioni: l’autobus. I cambiamenti, più che nella struttura delle vetture, sono stati nei modelli di business.

Tra le nuove formule che si possono trovare sul mercato c’è quella proposta dalla tedesca Flixbus, che è attiva in quindici Paesi europei (Germania, Paesi Bassi, Belgio, Austria, Francia, Svizzera, Italia, Croazia, Slovenia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Svezia, Danimarca, Lussemburgo) mette a disposizione dei passeggeri oltre 350 destinazioni su media-lunga distanza a tariffe accessibili.

L’alto numero di tratte e le tariffe contenute sono possibili grazie a un sistema in cui la società Flixbus, fondata a Monaco di Baviera nel 2011 dai tre under 35 Jochen Engert, André Schwämmlein e Daniel Krauss, si occupa di pianificazione commerciale, politica dei prezzi, marketing, servizio pre e post vendita, customer service e altre funzioni aziendali, mentre l’operatività su strada è gestita da un network di aziende di autobus locali – al momento 180, con 650 vetture nel complesso – contraddistinte da una serie di standard: bus verdi, sia come tinta che in termini di sostenibilità ambientale, wifi a bordo, toilette, prese di corrente, snack e bevande in vendita (servizio non ancora disponibile in Italia), distanza significativa tra i sedili, due bagagli gratuiti (più quello a mano) e possibilità di prenotare tramite app.

Il lancio di Flixbus in Italia è avvenuto lo scorso 15 luglio. A oggi sono 20 le città collegate in Italia, da nord a sud: Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Brescia, Firenze, Foggia, Genova, Merano, Mestre, Milano, Padova, Pescara, Piacenza, Rimini, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Verona. Entro fine anno, secondo i programmi della società, si arriverà a quota 50.

Oltre ai collegamenti con l’estero, la società sta lanciando varie linee nazionali. Una – Milano-Venezia – è già operativa mentre altre due – Torino-Venezia e Genova-Venezia – faranno servizio dal 17 agosto e ulteriori due – Venezia-Bari diurna e Venezia-Bari notturna – partiranno a settembre.

Per ogni nuova tratta vale l’offerta del viaggio a 1 euro: nelle prime settimane in cui vengono inaugurate nuove linee, i primi che prenotano pagano la corsa quanto un caffè. A offerta esaurita, i prezzi aumentano invece progressivamente con l’avvicinarsi della data del viaggio. Un meccanismo, quello del “prima prenoti, meno paghi”, che accomuna Flixbus con altre startup di autobus che mirano a rivoluzionare questo tipo di trasporti in Europa.

«Unendo le forze con le compagnie locali, con le quali condividiamo i ricavi, in due-tre anni siamo riusciti a crescere velocissimamente», dice il managing director per l’Italia Andrea Incondi, 30 anni. «Da Milano, per esempio, si possono raggiungere circa 80 destinazioni in Europa: circa 25 collegate direttamente e una cinquantina con un solo cambio».

Il modello ideato da Flixbus, che a gennaio 2015 si è fusa con MeinFernBus, un’altra startup che offriva un servizio simile, consente alle compagnie locali di diversificare il proprio business. «Ci sono società – spiega Incondi – che hanno 15-20 autobus e scelgono di mettere a disposizione di Flixbus un paio di mezzi. Per il resto, rimangono liberi di gestire il proprio servizio in totale autonomia».

Ma le compagnie locali riescono ad avere buoni margini se una parte dei ricavi va alla società che coordina le linee? Il modo in cui i ricavi vengono distribuiti tra Flixbus e le aziende di trasporto non è stato reso noto ma – osserva il country manager – «il fatto che il numero dei nostri partner cresca di continuo è la dimostrazione che il modello conviene a entrambi: più il brand diventa sinonimo di viaggio in bus confortevole e a prezzo accessibile, più la probabilità che le compagnie locali riempiano i posti dei bus in ogni corsa aumenta. Viceversa, un singolo, per quanto forte, fa fatica a colmare ogni giorno i suoi autobus».

In Italia, al momento sono tre le aziende partner di Flixbus ma altre, a detta di Incondi, stanno aderendo al progetto. «In Flixbus Italia, per cui al momento lavorano 25 persone, compagnie, autisti e manutenzione saranno sempre italiani al 100%», garantisce il managing director. «Il nostro obiettivo è creare in 2-3 anni circa 1000 nuovi posti di lavoro: un traguardo che riteniamo possibile se pensiamo al fatto che in Germania – dove Flixbus detiene il 75% del mercato dei bus a media-lunga percorrenza – la società dà lavoro a circa 650 persone e che tra autisti, formatori, meccanici, addetti alla pulizia, Flixbus ha fatto nascere un indotto complessivo di circa 3.500 posti di lavoro».

Ed è singolare il modo in cui Flixbus ha creato il primo posto di lavoro in Italia: quello per il suo giovanissimo country manager, laureato in Economia in Bocconi e con esperienze nel settore vendite e marketing in diverse multinazionali tra Germania e Italia.

«Un anno e mezzo fa, lavoravo in Italia», racconta. «La mia fidanzata, ora moglie, viveva e lavorava a Monaco di Baviera. Dovevo scegliere tra amore e carriera e ho deciso di seguire l’amore. Mi trasferii quindi in Germania, cominciai a studiare tedesco e a visitare il Paese. Fu in quel periodo che mi accorsi che moltissimi giovani visitavano le città viaggiando su questi autobus verdi. Un giorno presi un Flixbus da Monaco a Berlino. Per me che venivo dalla provincia di Como, l’autobus era più che altro il mezzo delle gite scolastiche. Invece notai che questi bus erano moderni, connessi, avevano la rete elettrica ed erano convenienti».

In quel momento, Incondi pensa che il modello può funzionare anche in Italia. Così, tornato a casa, comincia a studiare il mercato dei bus nel nostro Paese e quello di Flixbus. A quel punto, tira giù una sorta di business plan da presentare ai fondatori della startup.

«Scrissi una mail ai fondatori, non li conoscevo neanche: “ho fatto questa analisi del mercato italiano, vi interessa?”, chiesi loro. Nel giro di pochi giorni, mi chiamarono per un colloquio. L’incontro durò quasi cinque ore, passammo tutta la sera a discutere di opportunità. Qualche settimana dopo ricevetti una mail: “vogliamo iniziare la nostra attività in italia e vorremmo che ci aiutassi in questa sfida”. Ed eccomi qui».

 

 

 

di Maurizio Di Lucchio

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