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Tecnologia

È in arrivo una startup che “ruberà” luce alle lampadine per alimentare i device

03 Dic 2014

Ricercatori dell’IIT hanno ideato pannelli fotovoltaici sottili e “stampabili” in partnership con Omet (macchinari per stampa). Obiettivo: sfruttare la luce elettrica per l’alimentazione di dispositivi altrimenti funzionanti a batterie. I prototipi già in lavorazione presso aziende italiane dell’Internet of Things

Il team di ricercatori: da sinistra a destra Michele Garbugli, Marco Carvelli, Nicolas Bienville, Mario Caironi, Antonio Iacchetti, Guglielmo Lanzani (direttore del Cnst)
Via batterie, fili e cavi: l’alimentazione di tutta una serie di dispositivi all’interno degli edifici potrà essere ricavata “rubando” la luce alle lampadine elettriche. È l’obiettivo di una tecnologia innovativa sviluppata da un piccolo gruppo di ricercatori del Cnst, costola milanese dell’Iit (Istituto italiano di tecnologia), fondazione per la ricerca scientifica con sede a Genova, in collaborazione con un’azienda di Lecco, la Omet srl, specializzata in macchinari per la stampa.

Del gruppo coordinato da Mario Caironi, ingegnere elettronico, fa parte Marco Carvelli, 31 anni, che, dopo la laurea al Politecnico di Milano e un dottorato di ricerca in Olanda, è tornato in Italia per lavorare appunto all’Iit. Lui però, come dicevamo, è basato al Cnst (Center for Nano Science and Technology), che si occupa di nanotecnologie e lavora in collaborazione con il Polimi. Qui, tra fine 2011 e inizio 2012, ha iniziato a lavorare sul progetto incentrato sull’utilizzo di pannelli fotovoltaici sottili, pieghevoli e letteralmente “stampabili” (come se fossero fogli di giornale) in grado di autoalimentarsi catturando la luce delle lampadine. Ora sta per fondare una startup, Ribes Technologies, ed è caccia di finanziamenti per perfezionare il prototipo e renderlo commercializzabile. Intanto può contare su un iniziale investimento da parte di Omet, del quale però non intende per il momento precisare l’importo.

“Stiamo sostanzialmente cercando di realizzare una via innovativa all’alimentazione dell’Internet of Things” dice Carvelli, che spiega passo passo gli sviluppi del progetto. “L’Iit – puntualizza – ha già al suo interno tutte le competenze per poter sviluppare le celle fotovoltaiche ‘organiche’, cioè di plastica, a base di carbonio e non di silicio, come avviene solitamente. Quello che ha fatto il nostro gruppo è applicare questa tecnologia alle tecniche di stampa. Attualmente, in laboratorio, utilizziamo già inchiostri a base polimerica e li depositiamo su supporti quali il Pet (Polietilene tereftalato), materiale di cui sono composte, per esempio, le bottiglie di plastica. La nostra sperimentazione è consistita nell’uscire dal laboratorio e attuare le stesse procedure ma in combinazione con macchine da stampa industriali”. Qui entra in gioco la ditta Omet, che produce macchinari di questo genere, tra cui per esempio le rotative per giornali.

Il gruppo di ricercatori ha di fatto introdotto nel macchinario una bobina che non è il solito foglio di carta da stampare, ma una bobina di Pet su cui sono depositati inchiostri speciali. Risultato: un pannello fotovoltaico stampabile, esattamente come un giornale o un libro.

“Stiamo lavorando sui primi prototipi – spiega il ricercatore – con sistemi che garantiscano la possibilità di convertire la luce artificiale in luce elettrica. In pratica sensori di antifurto, o per il rilevamento del gas nell’aria o altri piccoli display disseminati all’interno di una casa potrebbero ricavare energia non più da batterie o fili ma dall’energia delle lampadine accese. L’applicazione è utilizzabile soprattutto in ambito industriale: molte aziende sono illuminate 24 ore su 24, e anche diversi uffici tengono le luci accese dalla mattina alla sera. Perché non sfruttare questa illuminazione per alimentare una serie di dispositivi interni?”.

A detta dei ricercatori, in un futuro neanche troppo lontano, smartphone e tablet potrebbero ricaricarsi in modo continuo grazie alle celle fotovoltaiche stampate sulle loro parti plastiche; le abitazioni potrebbero integrare la sostenibilità in design più accattivanti, attraverso l’utilizzo di celle colorate inserite in facciate, vetrate o elementi di arredo; i sistemi di sorveglianza non avrebbero bisogno di cablaggi: lo stesso varrebbe per ogni tipo di sensore. In ambito medico si potrebbe pensare a indumenti in grado di monitorare senza alcun cavo alcuni parametri vitali come il ritmo cardiaco e la pressione. Nell’industria alimentare si potrebbero avere dei packaging dinamici e modificabili in tempo reale o etichette intelligenti controllate a distanza nei supermercati.

Ovviamente sono tutti progetti che devono ancora vedere la luce. Prima c’è da mettere in piedi la società e trovare fondi. Cosa potrebbe convincere i potenziali investitori a credere nel business? “Il fatto che intendiamo fare un passo alla volta – replica Carvelli – e partire dalle applicazioni più ‘vicine’ al mercato: domotica, Internet of Things, applicazione industriale indoor. Alla fine il nostro scopo è proporre una modalità di alimentazione alternativa per l’Internet of Things. Come è noto l’Iot è basato sul ‘dialogo’ tra gli oggetti che, attraverso la tecnologia, diventano ‘intelligenti’ e comunicano tra loro. Per ora tutti questi oggetti sono alimentati a batterie, noi cerchiamo un’altra starada”. Nel frattempo il gruppo sta sviluppando i prototipi con alcune aziende italiane dell’Iot che per il momento preferiscono non essere citate. In attesa, evidentemente, che il business decolli.

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