Direttori stranieri nei musei, sì della startup dell'arte: "L'estero è il nostro Dna" | Economyup
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Il dibattito

Direttori stranieri nei musei, sì della startup dell’arte: “L’estero è il nostro Dna”

di Luciana Maci

20 Ago 2015

Luca Desiata, founder e Ceo di pptArt, realtà italiana che offre una piattaforma di crowdsourcing per collegare clienti e artisti, commenta le nomine di 7 stranieri alla guida delle nostre strutture museali: “Lavoriamo con creativi di 72 Paesi, la cultura non ha confini. Bisogna evitare i provincialismi. E imparare l’inglese”

“L’internazionalità dell’arte è nel nostro Dna di startup: lavoriamo con 2200 artisti da 72 paesi, l’arte è un linguaggio universale che non conosce confini geografici. Non possiamo che vedere positivamente il processo di internazionalizzazione delle nomine dei direttori di musei, anzi introdurre persone di cultura e lingua diverse è una scossa per far uscire questo ambiente da un certo provincialismo”. Così la pensa Luca Desiata, founder e Ceo di pptArt, startup impegnata nel mondo dell’arte attraverso una piattaforma di crowdsourcing di artisti, a proposito delle nomine da parte del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini di 7 stranieri e 13 italiani, di cui quattro rientrati da esperienze all’estero, alla direzione dei 20 musei pubblici più importanti d’Italia. Agli Uffizi, per esempio, è stato designato il tedesco Eike Schmidt, a Brera l’anglo-canadese James Bradburne, a Capodimonte il francese Sylvain Bellenger. Subito l’Italia si è divisa tra coloro che hanno plaudito all’iniziativa e quelli che invece l’hanno criticata, sostenendo che non era necessario ricercare all’estero  competenze già presenti in loco.

“Invece fa parte del naturale scambio di competenze a livello internazionale” è l’opinione di Desiata, alla guida di una società che è in costante contatto con musei italiani ed esteri. pptArt è sostanzialmente il frutto della creatività collettiva dei suoi artisti, perché mette in contatto domanda e offerta attraverso il meccanismo del crowdsourcing: il cliente che desidera un’opera può scegliere tra quelle realizzate ad hoc dagli artisti aderenti alla piattaforma. Da giugno la Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea (Gnam) di Roma ospita una mostra organizzata proprio da questa startup, che si intitola “Corporate Art” e mira a recuperare la tradizione di collaborazione tra il mondo dell’arte e quello dell’impresa. Sono esposte opere di Emilio Tadini, Peter Max, Ugo Nespolo e molti altri.

Che il direttore sia italiano o straniero non conta molto, per pptArt. “Per 7 stranieri che sono arrivati in Italia, ci sono molti più italiani che ricoprono posizioni chiave all’estero” commenta Desiata, che è anche dirigente Enel e docente di Corporate Art al Master of Art della Luiss Business School di Roma. “Il problema semmai – prosegue – è che molti artisti italiani parlano poco le lingue. Io ne parlo cinque, nel mio team sanno tutti l’inglese, ma da noi esiste una difficoltà oggettiva. Solo un esempio: inizialmente abbiamo pubblicato online in inglese il manifesto di pptArt. Consisteva appunto in un testo e in un formulario da riempiere da parte degli artisti per poter aderire alla piattaforma. È stato firmato da americani, inglesi, europei ma da pochissimi italiani. Solo quando lo abbiamo pubblicato in italiano sono arrivate le iscrizioni. Oggi siamo a 500 italiani che hanno aderito. Ma è chiaro che questo è un nostro limite, e non solo nel mondo dell’arte”.

Lavorare con musei italiani o stranieri: c’è differenza? “Stiamo cercando di collaborare con un museo inglese e devo dire che in Uk le strutture museali sono molto più aperte ad accogliere l’innovazione, anzi la cercano. Inoltre all’estero è più facile raggiungere le persone incaricate delle decisioni: vieni valutato per l’idea in sé. Mentre presentare un’idea all’interno del sistema italiano non è così semplice”.

Un’ultima osservazione sulle nomine: “Sono europei, ma io avrei introdotto almeno uno statunitense, perché sono i migliori nel fund raising, riescono cioè a trovare agevolmente gli sponsor per finanziare le iniziative. Invece nei musei italiani il fund raising viene solitamente considerato una pratica poco nobilitante. Di conseguenza anche i sostenitori si rendono conto che hanno scarsa visibilità, perciò sono meno disponibili a elargire fondi. Un serpente che si morde la coda. E una mentalità tutta italiana”.

Luciana Maci

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale

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