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Capitali online

Crowdfunding, svedesi al debutto in Italia ma senza equity: “Sbagliato il regolamento”

19 Feb 2014

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FundedbyMe, piattaforma attiva in 6 Paesi, sceglie solo il modello reward-based (finanziamenti in cambio di ‘premi’). “Da noi le regole non aiutano le start up” dice Vittorio Mauri, country manager ad interim

Gli svedesi si lanciano nel crowfunding italiano ma, per il momento, dicono no all’equity crowdfunding, relativamente “fresco” di regolamento ad hoc sfornato dai nostri legislatori.  FundedbyMe, piattaforma fondata in Svezia e  operativa in 6 Paesi, debutterà a breve nel nostro Paese ma punterà solo sul reward-based crowdfunding, che consente ai finanziatori di un progetto di ricevere in cambio ricompense o premi di vario tipo, ed escluderà l’altra modalità di finanziamento che prevede la vendita di azioni agli investitori. “Il regolamento italiano sull’equity crowdfunding – dice Vittorio Mauri, country manager per l’Italia ad interim di FundedbyMe – presenta alcune criticità, non è semplice a livello organizzativo e non è apprezzato da altri Paesi europei”.

L’evento di lancio di FundedbyMe, che fa il suo ingresso in un mercato in cui è  operativa qualche decina di piattaforme analoghe, si svolgerà il 27 febbraio presso lo spazio di coworking di Tag  Milano. In quell’occasione verranno presentate le prime tre campagne italiane reward-based (NeroNote, GreenTales e Paper Banana, startup accelerata dall’incubatore IStarter) ospitate sulla piattaforma. Ad oggi sono più di 30 le campagne equity- based finanziate attraverso la piattaforma svedese e quasi 2000 le campagne reward-based lanciate.

In quel contesto FundedByMe, che ha già stretto un accordo con U-Start (società specializzata in servizi di scouting ed individuazione di società “in fasce”), coglierà l’occasione per ufficializzare l’ingresso nella joint venture di KeyCapital, investment company per il finanziamento e il supporto di idee imprenditoriali nelle fasi di avvio e primo sviluppo in ambito digital e mobile.

FundedbyMe, che a livello europeo si occupa sia di reward-based sia di equity crowdfunding, è in rapida crescita e ha molte frecce al suo arco. È attualmente presente in sei paesi europei e, dopo il suo lancio in Spagna e Germania a dicembre 2013, ora punta all’Italia grazie al supporto dei già citati partner strategici. Attualmente gli iscritti alla piattaforma sono 27.000 e, con il nuovo lancio e l’ampliamento della partnership, il team di FundedbyMe conta di superare il livello di fondi raccolti, che ammontano attualmente a 4,1 milioni di euro.

Per il momento, però, non ha alcuna intenzione – in Italia – di buttarsi sull’equity crowdfunding. “Vedremo più avanti” dice Vittorio Mauri, che è anche country manager in Italia di U-Start. “Ritengo positivo – aggiunge – che nel nostro Paese sia stato emanato un regolamento in proposito, ma vedo alcune criticità. Per esempio il fatto che sia limitato alle start up innovative iscritte nel registro della Consob: è un elemento che circoscrive molto il campo d’azione. Un altro punto debole, a mio parere, è che le start up devono ottenere almeno il 5% dei propri investimenti da un investitore certificato ancora una volta dalla Consob. Ma può accadere che un team di startupper raccolga 100mila euro di finanziamenti da piccoli investitori e non raggiunga quel tetto del 5% da parte di un singolo. In quel caso che si fa?”.

Secondo Mauri, “non dobbiamo essere particolarmente orgogliosi” del fatto che l’Italia sia stata il primo Paese a emanare un regolamento di questo tipo. “Gli altri Paesi europei hanno aspettato perché ritenevano di non avere ancora gli strumenti necessari. Adesso molti ci stanno lavorando e, a quello che vedo, prendono proprio il regolamento italiano ad esempio di quello a cui ‘non’ ispirarsi se si vuole rendere agevole lo sviluppo della neo-imprenditorialità. Per esempio la Francia ha appena emanato un regolamento che rende molto più agevole l’equity crowdfunding”.

Peraltro Mauri ricorda che sul regolamento italiano sono arrivate critiche anche dall’Unione europea e auspica che in futuro venga modificato e “alleggerito” proprio a seguito delle osservazioni della Ue, rendendo più facile la scommessa degli investitori sulle imprese appena nate.

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