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A.A.A Cercansi imprenditori visionari (che non si preoccupino delle banche…)

di Giovanni Iozzia

21 Ott 2013

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«Non bisogna guardare al domani, ma almeno al dopodomani», dice Massimiliano Benci, Chief Financial Officer del venture incubator Digital Magics. Che racconta il suo percorso alla ricerca di una visione a 360 gradi di quello che succede in azienda

Massimiliano Benci, chief financial officer e partner di Digital Magics
Il mondo delle start up? «Particolarmente complesso. Va affrontato in maniera particolare: per quanto possibile, non bisogna guardare al domani ma almeno al dopodomani». Massimiliano Benci lo frequenta e lo osserva da una posizione speciale: chief financial officer e partner di Digital Magics. La sua ultima “impresa” è stata, lo scorso luglio, il collocamento in Borsa del venture incubator guidato da Enrico Gasperini. Del resto, anche se ha solo 42 anni, l’esperienza non gli manca. Dopo la laurea in Bocconi, entra in Tc sistema, una delle prime società quotate al Nuovo Mercato. Fatto l’ingresso in listino, prende la via delle multinazionali (l’Oreal) ma si rende subito conto che non è il suo mondo: bei report ma lavoro troppo parcellizato. Passa a Eagle Pictures, dai cosmetici ai film, quindi in una società di marketing sportivo del gruppo Lagardere, dopo un veloce intervento in Ovo, ha l’opportunità di entrare in DigitalMagics per occuparsi di finanza e amministrazione per la holding e le società controllate. Prima, però, si ferma un momento per affinare gli strumenti necessari a raggiungere il suo obiettivo professionale: «Avere una visione a 360 gradi di quello che succede in azienda. Nella multinazionale sei focalizzato sul tuo ruolo, una modalità operativa che mi stava stretta. Per questo a un certo punto del mio percorso ho deciso di dedicarmi alla media impresa italiana». La sosta è un master EMBA al Politecnico di Milano. «Rimettersi sui banchi di scuola a quasi 40 anni (era il 2008) apre la mente e permette di raccogliere stimoli e spunti che il mondo del lavoro rischia di spegnere. E’ una sfida contro se stessi che ti dà la soddisfazione di vedere buona parte delle problematiche che si possono incontrare in azienda. Magari dopo non mi è capitato di fare uso dei tanti temi affrontati nel master, visto che il programma del Mip è focalizzato sull’industria e il mio mondo è invece concentrato sui servizi, ma in ogni caso cresce la tua capacità di affrontare i problemi». Che, lavorando con le start up, sono di diverse natura.

«Non ci si può permettere di focalizzarsi sulle problematiche di breve periodo. Soprattutto nel digital: il mercato non è pronto, il digital divide è ancora una realtà con cui fare i conti, i fondi sono risicati». Si sta sempre in bilico fra le questioni quotidiane e la capacità di vedere il futuro. «Servono imprenditori visionari. Ma non ce ne sono molti».

Nel suo ruolo un po’ da old economy anche Benci è sempre sospeso fra il contingente e la prospettiva, nei rapporti con le banche ad esempio: «Quando arrivano richieste di informazioni tendo a scontrarmi con questi di breve periodo per società che andrebbero valutate sul medio e lungo termine».

E i rapporti con le banche per chi fa finanza e amministrazione in una holding di start up sono la croce e delizia. «La banca non è un venture capitalist, d’accordo. Ma sul fatto che il sistema del credito sia completamente scollegato dalla piccola e piccolissima impresa non c’è dubbio. Oggi parliamo di digital, ma anche se vediamo qualsiasi altra realtà da old economy, nelle banche ci si trova di fronte a un sistema di regole interne rigide e restrittive che danno poca autonomia al responsabile di filiale». La realtà schizzata da Benci è chiara: per le start up ci sono i venture capitalist e i business angel, alle banche dovrebbero rivolgersi solo per il conto corrente e qualche minuscolo finanziamento. «Oggi sedersi per incontrare una banca il più delle volte significa raccontare qualcosa che non capiscono e sentirsi dire: che cosa offrite in garanzia? Se vuoi fare una start up, va bene solo se sei ricco di famiglia…».

Ma lei non ha mai avuto la tentazione di diventare imprenditore? Benci ci pensa un momento e risponde:

«Ci sono state un paio di occasioni ma non mi sento ancora pronto, non sono così visionario». Ma qualcosa in mente ha: «È sicuramente una strada che prima o poi intraprenderò, anche se non so quanto manca ancora. In questi anni ho raccolto idee, problematiche, spunti.  Sto facendo training on job».

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Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.

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