Pixel Buds, le cuffie-interpreti di Google rivoluzioneranno commercio, turismo e "mercato delle lingue" | Economyup
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TRASFORMAZIONE DIGITALE

Pixel Buds, le cuffie-interpreti di Google rivoluzioneranno commercio, turismo e “mercato delle lingue”

di Luciana Maci

11 Ott 2017

Gli auricolari con l’intelligenza artificiale dentro traducono automaticamente quel che si dice, permettendo di parlare con persone di qualsiasi nazionalità. Potrebbero aiutare gli imprenditori all’estero e favorire l’industria del travel. Ma potrebbero anche distruggere posti di lavoro e creare qualche problema di privacy

La trasformazione digitale sta travolgendo anche chi ha a che fare con il “mercato delle lingue”: industria del turismo, mondo della formazione, ma anche piccole e medie aziende alle prese con l’internazionalizzazione potrebbero cambiare radicalmente a causa di un semplice paio di cuffie bluetooth chiamate Pixel Buds. Presentate di recente da Google, le Pixel Buds consistono in un auricolare che si infila nell’orecchio, si comanda sfiorando il guscio esterno e, sfruttando l’Intelligenza Artificiale, capisce quello che la persona dice e lo traduce in una lingua a scelta fra le 40 disponibili attualmente (ma ne sono previste altre).

Intelligenza Artificiale, che cos’è e perché trasformerà le aziende

♦ COME FUNZIONA PIXEL BUDS – Un esempio: parlando in italiano, dallo speaker dello smartphone uscirà una voce sintetica che tradurrà quanto detto nell’idioma scelto – poniamo il cinese, o l’arabo, o il portoghese – e viceversa. Le Pixel Buds dovrebbero essere commercializzate a novembre: saranno disponibili sui nuovi iPhone, sui telefoni Pixel di Google e sui dispositivi Samsung di ultima generazione. Per ora funzionano solo sui device Pixel. Un giornalista de La Stampa le ha provate e ha assicurato che funzionano. Si potrebbe argomentare: chissà quanto costano. Ebbene, costano solo 159 dollari. Circa quattro o cinque volte meno dell’ultimo modello di smartphone di fascia alta. Una spesa relativamente bassa per uno strumento destinato a essere disruptive. Come ha titolato una testata internazionale, “le Pixel Buds cambieranno il mondo”. E probabilmente travolgeranno vari settori di mercato, oltre a numerosi posti di lavoro. Così come è probabile che contribuiscano a generarne altri.

DIGITAL DISRUPTION NELLE LINGUE: IL PERCORSO

La trasformazione digitale del business delle lingue è in realtà iniziata da una ventina di anni. Nel 1997 è stato lanciato Altavista’s Babel Fish, che consentiva di tradurre porzioni di testo utilizzando Internet invece di ricorrere a un traduttore o a un madrelingua. Supportava una decina di lingue, ma spesso forniva traduzioni poco comprensibili. Negli anni successivi la tecnologia relativa alle traduzioni è molto migliorata, ma finora non era mai riuscita a competere con i madrelingua o con i traduttori esperti per accuratezza e velocità.

Negli ultimi due anni alcuni dei colossi tecnologici più noti sono entrati nel mondo delle traduzioni. Nel 2015 Skype ha lanciato Live Translation, operativo in quattro lingue per quanto riguarda il parlato e in 50 per le traduzioni scritte. Tuttavia le traduzioni non erano esattamente on time: restava sempre uno spazio temporale tra l’invio del messaggio originale e la sua versione tradotta per l’utente.

All’inizio di quest’anno Microsoft ha debuttato con il suo  PowerPoint “Presentation Translator”. Utilizzando un’applicazione per iOS o Android, il Presentation Translator è in grado di convertire la voce in spagnolo o cinese in tempo reale. Tuttavia il servizio è necessariamente incluso nelle presentazioni in Power Point. E questo lo “lega” al prodotto offerto.

L’anno scorso è apparso su Indiegogo, piattaforma di crowdfunding (raccolta fondi online), il progetto pilota  Waverly Labs, che aveva l’obiettivo di potenziare la “speech recognition, la traduzione meccanica e gli avanzamenti nella tecnologia wearable”. Consisteva in una coppia di auricolari che avrebbero potuto essere condivisi tra due persone che stavano conversando: l’una parla e l’altra avrebbero potuto ottenere la traduzione automatica attraverso l’auricolare. La campagna di raccolta fondi si è chiusa da tempo, le consegne dei dispositivi non sono ancora iniziate, gli ideatori del progetto sostengono che cominceranno questo autunno (stagione che è già iniziata).

Ma ormai tutto questo è superato. Non solo Google ha sconfitto Waverly Labs, ma l’ha schiacciato aggiungendo 25 lingue (il progetto ne prevedeva solo 15, Pixel Buds 40) e offrendolo a un prezzo migliore: 160 dollari, 140 in meno di quanto richiesto da Waverly per il progetto pilota.

RIVOLUZIONE CULTURALE

La rivoluzione che portano le Pixel Buds è certamente innanzitutto di natura culturale. Grazie alle “magiche” cuffie le persone saranno in grado di visitare qualsiasi Paese del mondo e intrattenere conversazioni di qualsiasi tipo con chiunque senza timore di non essere comprese, di essere fraintese o di offendere qualcuno a causa di una cattiva grammatica o pronuncia. Superate le barriere linguistiche, i commerci internazionali e le comunicazioni potrebbero diventare molto più semplici ed efficaci. I rapporti diplomatici tra gli Stati potrebbero essere favoriti da una migliore reciproca comprensione. Certamente le Pixel Buds non saranno la bacchetta magica per incentivare il dialogo internazionale o far crescere i ricavi delle aziende dedite all’export, ma hanno un forte potenziale per fungere da stimolo alla crescita di alcuni settori. D’altra parte viene spontaneo chiedersi quali settori saranno penalizzati dalla disruption e quanti e quali posti di lavoro andranno persi.

L’IMPATTO SULL’INDUSTRIA DEL TURISMO

È difficile dire al momento quale sarà l’impatto delle Pixel Buds sull’industria internazionale del travel, ma alcuni esperti ricordano che i progressi nelle tecnologie consumer hanno sempre contribuito a far crescere il turismo. “Google ha mostrato diverse carenze nel consumer tech – scrive la rivista specializzata Skift – eppure queste nuove cuffiette sembrano molte promettenti”. Le Pixel Buds potrebbero incentivare gli spostamenti di quei viaggiatori che si sentono frenati dagli ostacoli di natura linguistica. E non sono pochi. Per quanto riguarda l’inglese, per esempio, secondo l’EF English Proficiency Index, coloro che parlano meglio questa lingua risiedono nei Paesi del Nord Europa: la Svezia è al primo posto nel mondo, seguita da Olanda, Danimarca e Finlandia. La Germania è 11esima, l’Italia solo 28esima. Scomparse, o perlomeno ridotte in modo significativo, queste barriere sarà più facile prenotare un hotel, ordinare al ristorante, spostarsi sui mezzi pubblici o privati, interloquire con gli abitanti del posto senza necessità di intermediari. Tutto questo, si suppone, a vantaggio delle strutture turistiche locali.

L’IMPATTO SU EXPORT E SCAMBI COMMERCIALI

In un mondo sempre più globalizzato sono numerose le aziende che puntano all’internalizzazione e che perciò sono obbligate a costanti scambi con Paesi esteri. L’inglese è considerato la lingua franca, la seconda lingua più parlata al mondo è il cinese. Su entrambi i fronti pochi, se non pochissimi, sono attrezzati. In Italia, per esempio, solo il 25% dei diplomati dichiara di essere in grado di parlare inglese (uno su 5), il 10% il francese, il 4% il spagnolo e il 3% il tedesco. Il cinese è praticamente sconosciuto (dati Istituto Demopolis, luglio 2016).

Se le grandi aziende possono permettersi di assumere personale con elevate skills linguistiche o di offrire progetti formativi specifici ai propri dipendenti, le piccole e medie imprese (oltre il 95% del tessuto imprenditoriale italiano) incontrano ovviamente molte più difficoltà a reperire dipendenti super-qualificati o a fornire questo tipo di formazione. Formazione che però è utile, se non indispensabile, per permettere alle pmi di uscire dai confini dell’Italia e lavorare con aziende estere. Pixel Buds potrebbe costituire un’importante risorsa per i piccoli imprenditori che puntano ai mercati dove non si parla l’italiano.

L’IMPATTO SUL MERCATO DELLE LINGUE

La maggioranza dei dati sul mercato dell’insegnamento delle lingue straniere nel mondo riguarda la lingua inglese, che attualmente è la più parlata e studiata. Dal 2013 al 2015 il mercato globale relativo al suo apprendimento ha generato 11,21 miliardi di dollari di ricavi (fonte World StudyTravel, 2015). Sono gli Stati Uniti a dominare la classifica dei Paesi che ottengono i ricavi più elevati dall’insegnamento dell’inglese – 4,02 miliardi di dollari nel 2015 – seguiti da UK, Australia, Canada, Irlanda, Nuova Zelanda, Malta e Sudafrica.

Secondo una ricerca di Technavio il mercato dell’insegnamento della lingua inglese attraverso il digitale dovrebbe crescere in modo continuativo fino a raggiungere il + 23% entro il 2021. Ma quanti avranno ancora voglia di imparare una lingua straniera quando, usando i Pixel Buds, non ne avranno più bisogno? E qui si apre anche una questione, diremo, etica.

CRITICITÀ

Uno studio del 2008 elaborato da Gitit Kavè, dello Herczeg Institute on Aging dell’Università di Tel Aviv pubblicato su “Psycology and Aging”, ha rilevato che la conoscenza di due o più lingue contribuisce a prevenire la perdita di capacità cognitive negli anziani con più di 75 anni. Un altro studio più recente su oltre 200 settantenni, realizzato dalla ricercatrice lussemburghese Magali Perquin e presentato al congresso dell’American Academy of Neurology, ha evidenziato che padroneggiare almeno tre lingue avrebbe un effetto protettivo sulla memoria. Ulteriori ricerche effettuate presso la York University di Toronto indicano che parlare più lingue rallenta in modo significativo il deterioramento cognitivo provocato dall’Alzheimer. Non sarebbe solo il bilinguismo vero e proprio a rafforzare le capacità cognitive e a rallentare le malattie degenerative, ma anche il contesto in cui è immerso chi è cresciuto all’estero o in famiglie bilingui. Il nostro cervello, sostengono insomma gli studiosi, può trarre beneficio anche dai corsi di lingue seguiti quando siamo già adulti o persino dopo la pensione. Ma se non ci sarà più bisogno di imparare una lingua straniera, a che pro studiare? Imparare una lingua attraverso lunghi e faticosi corsi online o offline e/o costosi soggiorni all’estero potrebbe diventare un puro divertissement e un’occupazione elitaria come suonare l’arpa. A quel punto le nostre facoltà cognitive non rischieranno di impigrirsi troppo?

LA QUESTIONE PRIVACY

Google ha assicurato che non raccoglierà i dati ricavabili dal tracciamento delle conversazioni su Pixel Buds. Ma c’è da crederci? Quei dati – scrive La Stampa – vengono inviati ai cervelloni di Mountain View, che traducono il testo usando le stesse reti neurali impegnate per Google Translate sul web. Se ne deduce che, attraverso le conversazioni su Pixel Buds, Google sarà in grado di sapere dove e quando quella conversazione si è svolta e probabilmente dal tono della voce potrebbe risalire all’età di una persona e alle sue condizioni di salute, oltre ad avere a disposizione un’infinità di dettagli che potrebbero risultare estremamente utili al settore dell’advertising e del marketing. D’altra parte tutto questo fa pensare che, chi vuole essere certo di non essere “spiato”, dovrà continuare a rivolgersi a interpreti in carne e ossa. Se le Pixel Buds si affermeranno pienamente e diventeranno un prodotto di massa è probabile che il mondo dell’interpretariato subisca un duro colpo e che, nel medio o lungo periodo, questa professione venga quasi totalmente spazzata via dall’Intelligenza Artificiale. Potrebbero però restare operativi quei soggetti in carne e ossa che possono essere impiegati in missioni di intelligence, diplomatiche e, in generale, in tutte quelle occasioni in cui è indispensabile la riservatezza. Sembra paradossale, ma a questo punto un uomo può garantire maggiore riservatezza di un cervello artificiale i cui dati sono  pienamente a disposizione degli umani.

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Luciana Maci
Giornalista

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale

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