Stefano Quintarelli: "È l'epoca della società immateriale, il mercato non sarà più di massa ma su misura" | Economyup
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TECNOLOGIA SOLIDALE

Stefano Quintarelli: “È l’epoca della società immateriale, il mercato non sarà più di massa ma su misura”



Partendo dal presupposto che il virtuale è in realtà immateriale, l’esperto di innovazione Stefano Quintarelli spiega che la domanda di beni immateriali è soddisfatta a costi incrementali trascurabili. Da qui lo strapotere di (pochi) produttori che, grazie anche ai Big Data, arriveranno a soddisfare bisogni individuali

di Antonio Palmieri

29 Nov 2019


Stefano Quintarelli, informatico, esperto di tecnologia, innovatore, ex deputato e autore di "Capitalismo Immateriale"
Stefano Quintarelli, il 26 novembre hai ricevuto il 33simo “Premio di Letteratura Economica e Finanziaria”  del Circolo Canova, assegnato per il tuo ultimo libro “Capitalismo immateriale“.
Sono soddisfazioni…
Sì, inutile dire che sono molto contento. È stata una “bella” serata, con ospiti illustri e interessanti. Una soddisfazione perché in questo libro ho creduto e credo molto. Ho cercato di proporre la corretta interpretazione dei nuovi modi di produrre che si affermano nell’era digitale.
Quello che accade online non ha nulla di virtuale, è immateriale
Purtroppo in gran parte della classe dirigente italiana, politica, imprenditoriale e anche mediatica, ci si ostina a parlare di un mondo virtuale distinto da quello reale…
Purtroppo. In molti ancora non capiscono che ciò che accade online non ha nulla di virtuale ed è anzi molto, molto reale: solo che non è materiale ma è immateriale e questa circostanza confonde le idee a molte persone, anche tra coloro che hanno grandi responsabilità.
Per farci capire da tutti, possiamo dire che la vera distinzione oggi non è tra reale e virtuale ma tra materiale e immateriale?
Questo è il punto. Come scrivo nel libro, “virtuale” spesso viene usato nel linguaggio comune per contraddistinguere ciò che non è materiale. Ma virtuale deriva dal latino medievale virtualis, che significa “ciò che è solo in potenza; potenziale”. È una cosa ben diversa”.
Materiale e immateriale non sono sinonimi di reale e virtuale. 
Esatto. Non è corretto usare il termine “virtuale” per riferirsi alla realtà immateriale. Va bene quando ci si riferisce alle simulazioni informatiche di ambienti che non esistono nella realtà (realtà virtuale) o alla sovrapposizione sulla realtà di componenti che non sono reali (realtà aumentata). Il reale può essere materiale o immateriale.
Infatti ho trovato molto interessante e molto utile i confronti continui che fai tra dimensione materiale e dimensione immateriale. Si è “costretti” a pensare “accidenti, è davvero così!”. Sono elementi evidenti, che hai il merito di mettere in ordine.
Grazie! Il confronto è un meccanismo utile a far capire, per differenza, la divaricazione tra le due economie, materiale e immateriale.
Se dovessi indicare una differenza tra le altre?
Mi metti in difficoltà, perché è la somma delle differenze che fa comprendere fino in fondo quello che sta avvenendo nella nostra società.
Nell’economia immateriale una volta effettuato l’investimento per creare il bene/servizio immateriale, la domanda può essere soddisfatta a costi incrementali trascurabili
Fai uno sforzo. Non per me, ma per chi ci sta leggendo.
Va bene. L’economia immateriale convive con il fatto che una volta effettuato l’investimento per creare il bene/servizio immateriale, potenzialmente tutta la domanda può essere soddisfatta a costi incrementali trascurabili. È un punto fondamentale! Per i capitalisti immateriali, la terra più difficile da coltivare è la prima, ossia convincere i primi clienti; mano a mano che si estende la base degli utenti (il territorio coltivato) si fa sempre meno fatica. Esattamente il contrario di ciò che avviene nella dimensione materiale, dove per produrre ulteriori ortaggi si fatica maggiormente, essendo necessario coltivare terreni sempre meno fertili.
A ciò si unisce il fatto che, una volta che mi faccio “agganciare”, il capitalista immateriale continua ad acquisire sempre più informazioni su di me. Per questo, sin dai tempi in cui abbiamo lavorato insieme come deputati nel comitato che ha redatto “La carta dei diritti e dei doveri di internet” tu insisti sul tema della privacy e del diritto di ciascuno ad autodeterminare le modalità di gestione della propria identità digitale.
Guarda, nessuno ne parla ma il ruolo del riconoscimento dell’identità delle persone e del controllo dei loro diritti di accesso in rete assumerà una rilevanza molto maggiore di quella che vi attribuiamo oggi.
Per esempio?
Cosa definisce con maggiore precisione una persona? Il suo nome, l’età, il sesso, il colore degli occhi oppure l’insieme dei luoghi ove si reca, le sue interazioni e attività, che sono integralmente tracciati e registrati nella dimensione immateriale? Normalmente si considerano “identità” solo gli aspetti anagrafici, ma nella dimensione immateriale gli aspetti più rilevanti sono i secondi, che definiscono con grande accuratezza “chi” sia davvero una persona.”
Il mercato inteso come luogo dove si incontrano domanda e offerta non esisterà più, perché domanda e offerta saranno individuali
Intuisco il punto d’arrivo, ma prosegui…
Tutte le informazioni acquisite sono archiviate con un costo nullo. Con l’elaborazione automatica è possibile scavare nei dati (data mining) alla ricerca della migliore offerta possibile per ogni specifico cliente, da proporre nel momento in cui lo desidera. Quindi il target non è più definito come un gruppo di utenti, ma come un utente specifico, un target di uno. Il mercato inteso come luogo dove si incontrano domanda e offerta non esisterà più, perché domanda e offerta saranno individuali.
I produttori avranno un potere senza precedenti
Passeremo dalla società di massa alla società del “su misura”? Oppure “a ciascuno secondo il suo bisogno e secondo la necessità”. È la vittoria di Karl Marx? 
Stai tranquillo, non diventeremo tutti comunisti. È che la concentrazione di mercato tende a essere molto maggiore di quella che abbiamo conosciuto, con uno o due soggetti per mercato. Di conseguenza i produttori hanno un potere senza precedenti.
Perché?
Perché abbiamo una nuova forma di asimmetria informativa, in cui una parte (l’offerta) arriva a conoscere la domanda meglio di quanto essa stessa si conosca, anticipandone i comportamenti.
Ne deriva che questa enorme conoscenza di ciascun singolo cliente, potrebbe risultare una barriera all’ingresso di nuovi attori che non dispongano di questa conoscenza, in quanto non c’è più un prezzo noto da battere, formato su un mercato pubblico nel quale avvengono transazioni, ma un insieme di prezzi individuali determinati in altrettante transazioni private guidate dall’intelligenza artificiale.
Torniamo al tema della privacy. Tra algoritmi che tracciano e predicono e intelligenza artificiale che apprende da sola e prende decisioni in autonomia, cosa può fare la politica?
Ho toccato con mano quanto sia difficile e complicato fare politica e dunque non voglio dare i soliti giudizi negativi, che alla fine rischiano solo di essere superficiali. Ci sono però alcuni elementi che sono a mio giudizio imprescindibili.
Serviranno nuovi sistemi per la gestione online della propria identità
Quali?
Come è già avvenuto in passato, lo sviluppo tecnologico aprirà nuove possibilità ai legislatori. Il passo fondamentale, perché gli utenti si riapproprino del controllo sui propri dati personali, sarà rappresentato da nuovi sistemi per la gestione online della propria identità. L’effetto sarà anche un riequilibrio del mercato.
In che modo?
La regolamentazione futura impatterà sugli intermediari, preoccupandosi di come gli utenti possono controllare la propria identità (sia i dati personali che quelli delle proprie cose) e spostarsi da un fornitore all’altro senza perdere la possibilità di interagire con altri utenti. Ti faccio un esempio. Adesso Facebook è un sistema chiuso; domani la legge potrebbe obbligarlo all’interoperabilità, per ragioni di antitrust o per tutela dei diritti fondamentali. Affermare il diritto all’autodeterminazione della propria identità implica il diritto di un utente a trasferire il suo profilo su un’altra piattaforma continuando a interagire con tutti i suoi amici di Facebook come ha sempre fatto.”
Mi sembra chiaro, condivisibile, ma complicato.
Mica dico che è facile. Tuttavia la sfida della politica nel XXI secolo è questa: leggere i segnali delle mutazioni dell’oggi e riuscire a individuare rapidamente i punti di equilibrio tra la tensione all’innovazione e l’accettabilità degli impatti sociali. Il rischio è invece quello di imboccare la strada opposta, limitandosi a cercare di tutelare nostalgicamente alcuni settori economici con un insostenibile protezionismo dal digitale.
Rimane il fatto che l’innovazione viaggia alla velocità della luce, mentre la politica, specie nelle democrazie, ha tempi e riti che sono inevitabilmente lenti.
La politica arriva dopo l’innovazione: prima si creano tensioni con l’esistente, si sfruttano possibilità deregolamentate, in cui l’interpretazione della normativa è incerta, e solo dopo la politica cerca di intervenire per regolare il nuovo assetto che si è venuto a determinare. In diversi casi le regole sono state forzate, confidando che nei lunghi tempi della giustizia lo stato delle cose avrà raggiunto una sufficiente massa di consumatori assai soddisfatti che, per quando la politica possa reagire, eserciteranno una notevole pressione. Ciò non toglie che la politica non possa abdicare al proprio compito. Con la associazione che ho fondato assieme ad alcuni amici, “I Copernicani” stiamo cercando di dare un contributo in questa direzione.
Ultima domanda. Tu sei uno dei cinque italiani nominati dalla Commissione europea nel gruppo di 52 esperti chiamati a dare il loro contributo nell’elaborazione della strategia comunitaria sull’intelligenza artificiale. Dobbiamo preoccuparci? Non del tuo ruolo, naturalmente, ma dell’impatto che essa avrà sulle nostre vite?
Occuparsi di intelligenza artificiale è un’operazione doverosa per l’Europa, rientra appunto nella responsabilità della politica. Con il machine learning, grazie al miglioramento della qualità del software, all’aumento delle conoscenze tecnologiche e delle performance dei computer, infatti, stiamo entrando in un ambiente che cessa di essere algoritmicamente deterministico per entrare in una fase probabilistica.
Quindi?
Quindi, il computer accede di fatto a una zona che prima era di competenza esclusiva dell’uomo. Ciò rischia di creare dei problemi, bisogna capire come gestire questo processo al meglio. L’importante ora è riuscire a tracciare delle regole di gestione necessarie per preparare il terreno al futuro. Per arrivare a produrre questi punti cardinali, o proposte di intervento, è stato necessario confrontarsi e stabilire i capisaldi di un approccio da seguire perchè in grado di rendere l’AI degna della fiducia di tutti.
A che punto siete?
Abbiamo proposto 4 principi, 7 requisiti e 131 domande per verificarli. Naturalmente, questo check deve essere effettuato sul campo. Per questo motivo, i quesiti nei prossimi mesi verranno validati e riceveranno risposte da soggetti, aziende ed esperti che dovranno confermare che tutto sia corretto. Inoltre abbiamo formulato alcune proposte di policy ed investimento. Vogliamo tracciare regole di gestione che prepararino il futuro, al fine di favorire lo sviluppo dell’Unione Europea. Per arrivare a produrre queste proposte di intervento, è necessario confrontarsi e stabilire i capisaldi di un approccio da seguire, in grado di rendere l’AI degna della fiducia di tutti.
Grazie. Mi sto sempre più convincendo che questa epoca senza precedenti nella storia dell’umanità ha bisogno di nuovo capitale culturale, capace di diffondere valori e conoscenze.
Occorrono infatti competenze profonde per leggere la contemporaneità e per trovare risposte moderne alle questioni attuali e future. E un impegno non banale per spiegarle. Il mio libro vuole essere un tentativo in questa direzione.
Antonio Palmieri

Antonio Palmieri, milanese, esperto di comunicazione, deputato. Da quando c'è Internet sono curioso della Rete. Dal 2002 cerco di valorizzare le possibilità che il digitale offre per una vita migliore