Riding the Rainbow: così la tecnologia aiuta i rifugiati ucraini - Economyup

TECNOLOGIA SOLIDALE

Riding the Rainbow: così la tecnologia aiuta i rifugiati ucraini



Tutto è cominciato in Lussemburgo, regalando una bici usata a un rifugiato ucraino. Emanuele Santi racconta come è nata Riding The Rainbow e come si sta sviluppando online. “La nostra visione di lungo termine è creare la più grande comunità virtuale della solidarietà mai esistita”

di Antonio Palmieri

28 Ott 2022

“In Lussemburgo sono arrivate migliaia di persone, soprattutto bambini, in fuga dalla guerra in Ucraina. Con la mia famiglia abbiamo regalato una bici usata a un giovane rifugiato e abbiamo visto la gioia negli occhi di quel ragazzo. Allora abbiamo pensato un sogno: regalare una bicicletta a ogni bimbo rifugiato. Così, nel febbraio 2022, è nata Riding the Rainbow.”

Caro Emanuele Santi, lei ha lavorato per trent’anni nei Paesi in via di sviluppo con realtà come la Banca Mondiale e ora è un business angel. Come avete messo a terra il sogno? 

“Abbiamo iniziato con il classico passaparola, chiedendo ad amici e conoscenti di portare biciclette e monopattini che non usavano più. Il garage dell’ufficio è diventato il centro di raccolta e distribuzione.”

Come avete contattato i bambini rifugiati ai quali donare ciò che avevate raccolto?

“Grazie a un post su Facebook è arrivata una prima famiglia con due bambini. Erano ancora traumatizzati dall’evacuazione e tristi per aver lasciato tutto, bici comprese. Avere di nuovo una bicicletta gli offriva un legame con la vita che si erano lasciati alle spalle. In piu il caso ha voluto che fossero di colore giallo e blu, il che ha dato una gioia particolare…”

Il caso non esiste…

“Giusto…Quindi di lì a poco il nostro garage è diventato un punto d’incontro tra residenti in Lussemburgo e famiglie ucraine. In poche settimane, abbiamo regalato più di 200 biciclette, monopattini e skateboard a bambini richiedenti asilo o con lo status di rifugiati in Lussemburgo. Non solo ucraini ma provenienti da Paesi come l’Afghanistan o il Mali.”

Immagino che a un certo punto i velocipedi della sua famiglia e di quelle dei vostri amici saranno finiti…

“Naturalmente sì, ma presto si sono aggiunte spontaneamente altre famiglie, che hanno messo a disposizione i loro garage come centri di raccolta: ora sono cinque in tutto il Paese.”

Fin qui è tutto molto bello e utile, ma analogico. A che punto entra in campo la tecnologia solidale?

“Con la crescente domanda da parte di donatori e rifugiati in tutto il Paese, con la rete di volontari, riunita sotto la ONG Afrilanthropy, abbiamo capito che avere solo uno o pochi punti di raccolta era un limite alla capacità di soddisfare le esigenze di tutti.”

Immagino fosse anche complicato per le persone portare grandi biciclette in auto o fare lunghi viaggi per raggiungere un punto di raccolta…

“È così. Inoltre, spesso le persone che venivano a ritirare le biciclette vivevano vicino ai donatori…”

Per questo avete pensato a creare una app che disintermediasse la donazione, giusto?

“Grazie al sostegno dei volontari di Afrilanthropy e di due fondazioni locali (l’Oeuvre Nationale de Secours Grande-Duchesse Charlotte e la Fondazione André Losch), è stata sviluppata un’applicazione per facilitare lo scambio tra donatori e riceventi che vivono nelle vicinanze. L’abbiamo fatta realizzare da un’azienda ucraina di Lviv.”

Quindi avete anche dato lavoro…

“Sì. Inoltre abbiamo anche assunto due rifugiati per la gestione quotidiana del progetto, che nel frattempo si è ampliato alla donazione di altre attrezzature sportive e di strumenti musicali.”

Fin qui tutto bene. Tuttavia la natura umana ha anche il suo lato oscuro. Come fate a scoraggiare e ad evitare che ci sia chi approfitta della situazione per avere gratuitamente una bici pur non avendone diritto oppure usi la donazione come cavallo di Troia per azioni delittuose?

“I rifugiati devono registrarsi fornendo il nome completo, e-mail o telefono.  Attualmente chiediamo ai rifugiati di dichiarare il proprio status ma stiamo inserendo una nuova modalita per caricare la prova dello status o la domanda di status di rifugiato. Una volta caricate queste informazioni, la persona sarà automaticamente contrassegnata come verificata. Creato il profilo, ora può contattare il donatore della bicicletta e si apre un canale di comunicazione privato tra donatore e ricevente, in modo da poter organizzare il ritiro. In questo modo il donatore può portare avanti la donazione in un luogo a scelta senza necessariamente rivelare il proprio indirizzo privato.”

Che impatto avete avuto? Può dirci qualche numero?

“L’impatto diretto del progetto è significativo: oltre 400 articoli sportivi su 6 paesi hanno ricevuto una nuova vita nelle mani di giovani rifugiati di otto nazionalità. L’app lanciata da meno di un mese è usata già da oltre 200 persone e sta crescendo ogni giorno. Ma abbiamo generato altri tipi di impatto.”

Dica…

“Abbiamo compreso che facilitare l’incontro diretto offre un’opportunità unica di promuovere la solidarietà, perché permette di “toccare il dolore dei rifugiati e di offrire la luce dell’arcobaleno negli occhi dei bambini”, come ci ha detto una madre ucraina. In questo modo diamo anche ai rifugiati l’opportunità di entrare in contatto con la comunità locale, creando legami che hanno portato a fornire ai rifugiati consigli e supporto che andavano oltre la donazione di attrezzature sportive: consigli di lavoro, inserimento dei bambini in squadre di calcio e altro ancora.”

E adesso che progetti avete? Perché lei ora è in Italia?

“Per far conoscere la nostra app, che è operativa in cinque Paesi, e soprattutto per far capire che le attrezzature sportive sono solo un punto di partenza: con la nostra tecnologia si può generare una nuova cultura del dono, perché la donazione di oggetti diventa occasione per creare nuove relazioni, costruire reti di supporto e regalare conforto, oltre ad attivare un circolo virtuoso per l’ambiente, nel caso delle biciclette. Stiamo alla ricerca di partners e sponsors interessati non solo a sostenere l’iniziativa, ma a coinvolgere anche il proprio personale o membri, e stiamo ance lanciando un programma di giovani ambasciatori dell’app, dei volontari che si fanno da promotori sul proprio territorio”

Capisco…e dopo l’Italia, che progetti avete in serbo?

“La nostra visione di lungo termine è quella di creare la piu grande comunità virtuale della solidarietà mai esistita, che metta in relazione migliaia di persone su più Paesi, in una piattaforma dinamica che possa evolvere inserendo servizi alle persone ed estendere i propri benefici ad altri di popolazioni vulnerabili, per esempio le madri single. Questa comunità potrà federare altre organizzazioni del mondo associativo, del privato e anche amministrazioni pubbliche interessate a usare questo strumento per moltiplicare l’impatto delle proprie azioni.”

Un progetto ambizioso ma anche costoso. Come pensate di sostenerlo economicamente? 

“Dopo la prima donazione di alcune fondazioni Lussemburghesi, puntiamo al sostegno di altre fondazioni e di società private in tutto il mondo e miriamo a raggiungere una massa critica di sostenitori tale da poter generare ricavi attraverso donazioni volontarie e messaggi pubblicitari da parte di partners commerciali.”

 

 

Antonio Palmieri

Antonio Palmieri, sposato, due figli, milanese, interista. Dal 1988 si occupa di comunicazione, comunicazione politica, formazione, innovazione digitale e sociale. Già deputato di Forza Italia