Poggiani, l’Agenzia e l’eccellenza veneziana

Si chiude DigitalVenice e Alessandra Poggiani viene nominata alla direzione generale dell’Agenzia Digitale. In questa intervista la manager di Venis racconta quello che è stato fatto in Laguna. E perché potrebbe essere un modello da seguire. Non solo in Italia

Pubblicato il 04 Lug 2014

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Alessandra Poggiani, direttore generale di Venis

Alessandra Poggiani è la candidata più vicina al traguardo della direzione generale dell’Agenzia Digitale. In queste ore c’è stata un’accelerazione e nelle prossime arriverà la conferma ufficiale e il decreto di nomina firmato dal ministro della Semplificazione e della Pubblica Amministrazione Marianna Madia.

Arriva così a conclusione un difficile passaggio di testimone. E si può aprire una nuova fase nella difficile opera di innovazione tecnologica della macchina pubblica.

L’Agenzia Digitale e la mitologia del direttore generale

Abbiamo intervistato Alessandra Poggiani alla vigilia di Digital Venice. E ci ha dato una rappresentazione di quanto fatto a Venezia, e non certo nell’ultima settimana, che può farne un modello a cui guardare nel suo nuovo incarico romano.

«È un’esperienza entusiasmante. Che dimostra come in Italia non manchino le risorse e le competenze. Forse mancano le occasioni». Alessandra Poggiani è stata la “padrona di casa” di Digital Venice, la settimana dedicata all’innovazione tecnologica aperta in Laguna il 7 luglio. È infatti il direttore generale di Venis, la società pubblica che sta governando la macchina organizzativa di un evento cresciuto strada facendo (2000 partecipanti, 35 eventi e tutti “full”). «Ci spiace aver dovuto dire molti no alle tante richieste che ci sono giunte da aziende che avrebbero voluto essere presenti con loro iniziative», dice la Poggiani. Ma di più non si poteva fare, visto che a far marciare le cose sono gli 89 dipendenti della società e un budget davvero parco: 120mila euro, provenienti dal Governo. Il Comune ha messo strutture e personale. Il resto hanno fatto le aziende. Un caso esemplare di collaborazione pubblico-privato in una città-modello per l’applicazione dell’agenda digitale.

Venis, VENezia Informatica e Sistemi Spa, è il braccio tecnologico del Comune di Venezia, dove la Poggiani è approdata a inizio anno dopo un analogo incarico alla Regione Lazio e un’intensa attività tra accademia, aziende e consulenza digitale. Un dato non secondario: non è un’informatica, si è laureata a Londra in Science della Comunicazione e Studi Culturali, ha quindi maturato un approccio globale alle tecnologie e al loro inevitabile impatto sociale. Ed è adesso particolarmente soddisfatta di poter mostrare alla comunità internazionale ma anche all’Italia quel caso di successo digitale che è Venezia.

Poggiani, dove sta l’eccellenza digitale di Venezia?
«Venis ha fatto molte cose e diversamente da altre società informatiche pubbliche è anche un operatore telefonico e gestisce la rete in fibra. I cittadini di Venezia hanno diritto alla cittadinanza digitale e quindi accesso ai servizi Internet: oltre 60mila, un quarto circa della polazione, ad esempio sono registrati al servizio di wifi gratuito. È un dato tecnologico che però ha una valenza sociale visto che fa sentire i suoi effetti sulla partecipazione e sul rapporto con l’Amministrazione. C’è un poi un dato strutturale da non dimenticare…

Quale?
Quello che è stato fatto a livello di infrastrutture negli ultimi 10 anni a Venezia è ancora più significativo se si tiene conto della situazione orografica della città. Diciamo che cablare qui è più complicato che altrove. Per questo credo che l’esperienza fatta qui possa essere di esempio per le grandi città d’arte italiane ed europee. È possibile coniugare la conservazione artistica con gli strumenti tecnologici del XXI secolo. È dura ma è possibile.

Come è stato possibile?
Forse non è popolare farlo ma devo citare Mariana Mazzucato (economista che ritiene che lo Stato debba finanziare l’innovazione, ndr) e ricordare che questi grandi azioni sono possibili solo con l’intervento pubblico. Venezia ha pochi abitanti e sarebbe difficile avere un ritorno dell’investimento. Anche se ritengo questo discorso un po’ miope.

Perché?
Perché si dimenticano i 25 milioni di turisti che ogni anno visitano questa città. E i servizi che la connettività potrebbe abilitare. In ogni caso quel che conta è che questo investimento pubblico è stato sano e ha portato vantaggi diretti e indiretti: il monitoraggio delle maree e del traffico navale, ad esempio, sono migliorati grazie alla fibra. Venezia potrebbe essere un motivo d’orgoglio per l’Italia ma gli italiani la conoscono poco da questo punto di vista. L’immagine da cartolina non aiuta. Tutti dimenticano che fino a 15 anni qui c’era il polo industriale più grande d’Europa, Porto Marghera. È un problema nazionale non essersi occupati della sua riconversione.

Digital Venice è l’occasione per mostrare la Venezia che non t’aspetti?
È certamente un’opportunità. Devo dire che a livello internazionale nel network tecnologico l’evoluzione tecnologica di Venezia è più conosciuta che in Italia. Certamente la città ha capito di aver fatto molte cose importanti ma di non averle ancora raccontate a livello nazionale ed europeo. Anche per questo ci auguriamo che Digital Venice diventi un appuntamento annuale, una sorta di Davos del digitale, dopo la fine del semestre europeo a guida italiana.

Pensa che ci sia spazio per un evento annuale di portata internazionale?
Guardi, la cosa che mi ha colpito in questi ulti frenetici mesi è quanta voglia ci sia, in Italia e in Europa, di parlare di queste cose. Di tecnologia ma calata nella vita delle comunità, delle città. Venis è una piccola società che con poco ha messo in moto una macchina in cui abbiamo dovuto inserire il limitato di velocità solo perché non avevamo le forze per stare dietro a tutte le richieste, le proposte e i progetti.

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