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Perché Google vale più di Apple (ma per Apple potrebbe essere un vantaggio)

02 Feb 2016

Alphabet, la holding cui fa capo BigG, ha raggiunto una capitalizzazione di 568 miliardi di dollari contro i 534 del colosso degli iPhone. Piace a Wall Street per il tasso di crescita e perché gli investitori si fidano. Ma «non sempre grande è bello» avverte Mark Hulbert di “Market Watch”

Alphabet, la holding cui fa capo Google, strappa ad Apple lo scettro di regina del mondo per capitalizzazione di mercato. Ma, secondo alcuni, anziché essere un dato negativo questo potrebbe rivelarsi una benedizione per la società co-fondata da Steve Jobs.

Forte di un bilancio trimestrale superiore alle previsioni, Alphabet ha spedito il titolo in rialzo del 6% nel dopo mercato per una capitalizzazione di mercato (market cap) di 568 miliardi di dollari contro i 534 miliardi del colosso degli iPhone.

► Cosa è la mega-holding Alphabet

Apple difendeva il suo primato da ormai quasi quattro anni, ma il sorpasso ha coronato un incremento del 43% nel valore del titolo sotto il simbolo “Goog”: negli ultimi dodici mesi la società guidata da Tim Cook ha invece ceduto a Wall Street il %. Alphabet nell’insieme ha battuto le previsioni trimestrali con utili per 4,92 miliardi di dollari, pari a 7,06 dollari per azione e a 8,67 dollari una volta esclusi alcuni costi, rispetto ad attese medie di 8,10 dollari. Il giro d’affari è salito del 18% a 21,33 miliardi contro i 20,08 miliardi pronosticati.

Perché Wall Street ha deciso di scommettere su Alphabet? Un articolo sulla testata specializzata Market Watch mette in evidenza tre motivi: il tasso di crescita, il potenziale di crescita e il desiderio di scommettere.

Per quanto riguarda il tasso di crescita, finora Apple ha ottenuto profitti e ricavi fenomenali grazie all’iPhone, ma adesso sembra in fase di transizione, mentre Alphabet sta ancora crescendo a ritmo sostenuto. Per quanto riguarda il potenziale di crescita, l’ottimismo degli investitori è suscitato dalle molte scommesse in gioco per Alphabet: i potenziali business futuri sono un altro grave colpo contro Apple.  Sulla volontà di scommettere, si pensa che gli investitori si fideranno di Larry Page e Sergey Brin perché la loro fiducia è già stata ripagata in passato, in particolar modo al momento dell’acquisizione di Youtube da parte di Google, che ha fruttato buoni dividendi.

Tuttavia non è detto che la bandiera di N.1 appena assegnata ad Alphabet sia qualcosa di totalmente e assolutamente positivo.

“Ironicamente, questo potrebbe rivelarsi una benedizione ‘mascherata’ per Apple e una maledizione per Alphabet, perché, in molti casi, le società in cima alle graduatorie dei valori di mercato continuano a ristagnare e restare indietro rispetto al mercato finanziario nel suo complesso” scrive in questo commento Mark Hulbert, columnist di Market Watch.

In altre parole, spiega Hulbert, più grandi sono le aziende, più possono cadere pesantemente. Non sempre “grande è bello”. Il columnist riporta proprio l’esempio di Apple, il cui valore di mercato lo scorso anno è crollato di oltre 200 miliardi di dollari, una cifra superiore al totale delle più grandi società statunitensi presenti in Borsa.  

Considerando un portafoglio ipotetico che investe ogni primo di gennaio di ogni anno nelle azioni di aziende con la più alta capitalizzazione di mercato, si vede che dall’inizio del 1981, cioè 35 anni fa, questo portafoglio ha prodotto un ritorno totale annualizzato del 4,8%, contro il 10,7% del ritorno totale dato dalle aziende racchiuse nell’indice Wilshire 5000.

Un esito che non dovrebbe stupire i “contrarian investors”, quelli che tendono ad acquistare titoli impopolari (in opposizione ai “momentum investors”, che comprano i titoli di recente popolarità): i contrarians sanno che le società che scalano la classifica della più alta capitalizzazione di mercato sono, per definizione, quelle che vanno per la maggiore tra gli investitori, quindi per definizione l’opposto del tipo di azioni “poco popolari” che interessano i contrarians. (L.M.)

Luciana Maci
Giornalista

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale

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