POLITICA & INNOVAZIONE

Made in Italy 2030: che cosa c’è su digitale e startup nel Libro bianco del MIMIT (e che cosa manca)



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Il fatto positivo: il digitale è considerato una leva trasversale., Il punto critico: resta una cornice vaga. Nel documento presentato dal ministro Urso troppe domande restano senza risposta per poter parlare di una nuova strategia di politica industriale. Eccone alcune

Pubblicato il 30 gen 2026



Adolfo Urso
Adolfo Urso, Ministro delle imprese e del Made in Italy

Il Libro bianco “Made in Italy 2030 – Per una nuova strategia industriale”, presentato il 29 gennaio al CNEL, è secondo il MIMIT la bussola della politica industriale nazionale per i prossimi anni. Abbiamo, finalmente, una politica industriale? Vedremo.
Le “lettura” del documento (oltre 300 pagine) è interessante, per chi segue l’innovazione per un motivo: il digitale non è un capitolo tra gli altri, ma una leva trasversale, capace di incidere sulle scelte di filiera, sui criteri di allocazione degli incentivi e sulla governance del sistema produttivo (qui puoi vedere la versione integrale del libro bianco “Made in Italy 2030”)

Nel Libro bianco,il digitale viene quindi proposto in modo esplicito dentro una cornice più ampia: competitività, reindustrializzazione, transizioni (tecnologica, energetica, demografica, geopolitica), ruolo dello Stato “stratega” e messa a terra tramite filiere e strumenti. Bene? Certo, ma non troppo. Qui sta il primo punto critico: il digitale è descritto come opportunità e come “gap” dell’Italia, tuttavia la strategia rischia di restare una somma di capitoli se non chiarisce tre cose: priorità (cosa viene prima), ritorni (cosa ottieni se digitalizzi davvero) e misurabilità (quali indicatori, aggiornati, useremo per dire che stiamo avanzando).

Digitale e innovazione nel Libro bianco del MIMIT

Nel Libro bianco ci sono alcuni passaggi “core” che riguardano direttamente innovazione e tecnologie digitali.

Competenze digitali e adozione tecnologica: il “ritardo” come problema industriale

Uno dei passaggi più netti è quello che lega la competitività industriale non solo a macchinari e investimenti, ma al livello di competenze e di adozione di tecnologie data-driven. Nel capitolo dedicato al digitale, il documento richiama numeri che fotografano un’Italia ancora distante dagli obiettivi europei: quota di popolazione con competenze digitali di base e, lato imprese, adozione di cloud, big data e AI.

Qui la chiave non è (solo) “digitale come modernizzazione”, ma digitale come fattore abilitante di produttività, che nel Libro bianco torna spesso come variabile decisiva per sostenere salari, margini, export e reshoring.

Il punto critico: se il problema è industriale, la risposta non può essere soltanto “più formazione” o “più incentivi”. Serve una logica di sistema: competenze + processi + dati + interoperabilità. Su questo il documentio mostra consapevolezza, ma diventa meno esplicito quando si arriva alle scelte operative (chi fa cosa, con quali vincoli, in che tempi?).

Digitale e microelettronica: la filiera come terreno geopolitico

Il Libro bianco dedica attenzione alla filiera digitale e microelettronica, incrociando competitività e sicurezza economica: semiconduttori, capacità produttiva, investimenti e attrazione di progetti industriali.
È un punto rilevante perché sposta il digitale dal perimetro “ICT” al perimetro “politica industriale hard”: capacità manifatturiera, catene del valore, autonomia strategica.

Ma quando una strategia industriale mette al centro la filiera, deve anche scegliere quali segmenti presidiare (design? packaging? produzione? materiali? attrezzature?), evitando l’effetto-vetrina. Il Libro bianco segnala la direzione, ma la partita si gioca sulla concretezza dei progetti e sulla capacità di allineare strumenti nazionali ed europei.

Data center e infrastrutture: il “suolo industriale” del cloud e dell’AI

Tra i passaggi più “materiali” del capitolo digitale c’è quello sui data center: il documento li tratta come infrastruttura abilitante per cloud, servizi digitali, AI e sovranità del dato, richiamando anche misure di sostegno (ad esempio, in logica di incentivazione).
In prospettiva, è un tema che lega industria, energia, autorizzazioni, territorio e capacità di attrarre investimenti.

In Italia il nodo dei data center, però, non è soltanto “dare incentivi”, ma governare iter autorizzativi, rete elettrica, costi energetici, localizzazione, vincoli ambientali e connessioni. Se questi elementi non entrano nella “regia” della politica industriale, il digitale resta un capitolo, non una piattaforma.

AI e cybersecurity: non solo opportunità, ma resilienza e compliance

Nel Libro bianco l’AI è evocata come leva competitiva e tecnologica; la cybersecurity come condizione necessaria di continuità operativa e fiducia nei processi digitali.
È un’impostazione coerente con ciò che molte imprese stanno vivendo: senza sicurezza, dati affidabili e processi governati, la trasformazione digitale aumenta i rischi invece di ridurli.

Anche su questo tema manca un livello di dettaglio importante: “dove si mette l’AI” nella politica industriale? Se l’AI è davvero trasversale, la strategia dovrebbe legarla a: procurement pubblico, filiere strategiche, standard, incentivi condizionati, programmi di sperimentazione e scalabilità.

I numeri che non tornano

Il Libro bianco cita alcuni indicatori chiave (e li attribuisce a fonti europee) per descrivere lo stato dell’arte su competenze e adozione tecnologica. Ce ne sono alcuni su cui, però, bisogna mettersi d’accordo. Altrimenti le interpretazioni vagano in libertà.

Vediamo, ad esempio, il capitolo startup. Nel dibattito pubblico, il tema “startup in crescita” viene spesso usato come proxy della vitalità dell’ecosistema. Ma va ricordato che i dati italiani sono sensibili a due fattori: l’andamento reale della nascita nuove imprese e le regole amministrative (definizione di startup innovativa, criteri, cancellazioni, etc) che ne determinano il numero.

Nel 2025 abbiamo avuto un rallentamento notevole nella nscita di nuove imprese, un consolidamento inevitabile e probabilmente positivo che, però, deve far riflettere sul valore attribuito a questo parametro. In parallelo, come abbiamo di recente ricordato su EconomyUp, la stretta regolatoria (fine delle deroghe e cancellazioni d’ufficio per imprese oltre soglia temporale) può cambiare significativamente il perimetro osservato.

Quando il Libro bianco parla di “crescita delle startup”, servirebbe sempre specificare quale perimetro e quale effetto-regola. Altrimenti si rischia un indicatore “politico” più che industriale.

Investimenti: attenzione a non sommare perimetri diversi

Stessa cosa sul fronte investimenti. Il Libro bianco richiama, nel discorso su innovazione e crescita, numeri legati al capitale. Qui la prima cautela necessaria sarebbe è distinguere tra venture capital (startup/scaleup) e private equity. Il documento del Mimit fa riferimento ai dati AIFI-PwC sul private equity & venture capital 2024 che raccontano di una raccolta a 7 miliardi (+77%) e investimenti a 15 miliardi (+83%): è un perimetro complessivo e che rischia di spingere verso facili entusiasmi. 
Se ci si concentra sul venture “puro”, come è corretto quando si parla di startup, le cifre cambiano in maniera importante, come sa chi segue EconomyUp: nel 2025 le diverse fonti mostrano investimenti di venture capital attorno al miliardo e mezzo. 

Una strategia industriale, che considera rilevanti le startup, deve usare questi numeri senza “effetto annuncio”. Se l’obiettivo è far crescere imprese innovative, la domanda vera è: quanti round “late stage” riusciamo a trattenere in Italia, quante scaleup diventano campioni industriali, quanta domanda industriale (corporate) assorbe tecnologi? In sintesi, quante Bending Spoons potrebbe geenrare il nostro sistema economico?

Lo “Stato stratega” va bene, ma con quali leve digitali?

L’idea di uno Stato “stratega” (richiamata anche durante la presentazione del Libro bianco) può essere interessante, tralasciando per un momento le implicazioni sulle dinamiche del mercato, ma solo se si traduce in un set di scelte: priorità, condizionai, e capacità di esecuzione.

Dal punto di vista del digitale, una politica industriale efficace dovrebbe esplicitare almeno quattro leve:

  1. incentivi condizionati alla trasformazione
    Non basta finanziare beni strumentali: servono criteri che “premiano” integrazione dati, cybersecurity, interoperabilità, formazione certificata, misurazione dei risultati.
  2. domanda pubblica come leva di innovazione
    Se la PA compra bene (standard, dati, cloud, sicurezza), crea mercato e spinge filiere. Se compra male, frammenta e rallenta.
  3. infrastrutture abilitanti come politica industriale
    Data center, connettività, cloud, supercalcolo: non sono capitoli tecnologici, ma “suolo industriale” per AI e servizi avanzati.
  4. competenze come infrastruttura soft, ma misurabile
    Non “corsi”, ma percorsi: profili, fabbisogni di filiera, certificazioni, obiettivi di adozione nelle Pmi, misurazione nel tempo (non solo “input”, ma outcome).

Che cosa manca (o resta implicito) nel Libro bianco

Il Libro bianco ha un merito: porta il digitale dentro la politica industriale e non lo tratta come tema laterale.
Ma, proprio per questo, si notano tre rischi:

  • rischio “catalogo”: molte direttrici, ma poche scelte prioritarie leggibili;
  • rischio “numeri-istantanea”: indicatori utili, però da aggiornare e soprattutto da collegare a strumenti concreti;
  • rischio “perimetri mobili” (startup/innovazione): senza una base statistica stabile e condivisa, la strategia può oscillare tra entusiasmo e disillusione.

La notizia, quindi, non è solo che esiste un Libro bianco: è che il MIMIT prova a ricondurre il tema industriale a una regia unica. La partita vera sarà la coerenza tra questa regia e la capacità di far succedere cose misurabili su digitale, dati, AI, infrastrutture e competenze.

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