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Prospettive

Iran, i vantaggi e i rischi per il made in Italy dopo lo stop alle sanzioni

20 Lug 2015

L’accordo sul programma nucleare iraniano apre nuove opportunità per le aziende italiane: secondo Sace, l’export verso la Repubblica Islamica crescerà di 3 miliardi entro il 2018. Petrolio, militare, meccanica strumentale, trasporti, immobiliare e design i settori su cui puntare. Ma attenzione all’instabilità: il rischio Paese resta elevato

L’annuncio dell’intesa tra Teheran e il gruppo dei “5+1” (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia + Germania) sul programma nucleare non è una buona notizia solo a livello politico. L’accordo che prevede il progressivo congelamento delle sanzioni contro l’Iran entro il 2015 può avere effetti positivi anche sull’export italiano, generando una crescita del made in Italy nel regime degli ayatollah per un valore di circa 3 miliardi di euro da qui al 2018.

Le previsioni sono di Sace, il gruppo pubblico che si occupa di assicurare gli investimenti fatti dalle imprese italiane all’estero. In percentuale, rispetto al periodo in cui vigevano le sanzioni, potrebbe esserci un incremento anche superiore a quello registrato tra il 2000 e il 2005, nel periodo in cui le sanzioni non erano ancora attive. 

Non sembra invece possibile recuperare quanto si è perso durante gli anni il cui il regime sanzionatorio era in vigore. Senza sanzioni l’Italia, che resta il nono Paese esportatore nei confronti dell’Iran, avrebbe potuto esportare di più per circa 17 miliardi di euro nel periodo 2006-2018. La prova la dà un numero: nel 2011, l’inasprimento delle sanzioni verso la Repubblica islamica aveva determinato un calo significativo degli scambi commerciali tra i due Paesi: da 7,2 miliardi a 1,6 nel 2014.

Il settore in cui l’Italia fa sentire maggiormente la sua voce a Teheran è la meccanica strumentale: nel 2014 valeva il 58% dell’export. Ma è anche il comparto che ha fatto registrare la maggiore flessione, visto che è passato da circa 1,3 miliardi nel 2010 a meno di 700 milioni di oggi.

Sta di fatto che negli ultimi cinque anni ognuno dei principali settori dell’export ha conosciuto una battuta d’arresto: mezzi di trasporto, prodotti agricoli e metallurgici sono quelli che hanno registrato il calo relativo maggiore. Mentre il food, che aveva conosciuto un trend di forte crescita nel periodo pre-sanzioni, è andato incontro a un brusco rallentamento.

Non si può essere completamente ottimisti sul recupero dell’export made in Italy sul mercato persiano perché nel frattempo vari concorrenti, tra cui i Bric (Brasile, Russia, India e Cina), hanno guadagnato quote di mercato significative avendo subito meno vincoli dalle sanzioni.

Ma la risalita deve pur cominciare. E allora ci si potrebbe chiedere: da dove? Quello del petrolio, naturalmente, è un settore che avrà bisogno di massicci investimenti perché le sanzioni lo hanno pesantemente indebolito. Dal 2011 a oggi l’export di petrolio di Iran si è pressoché dimezzato (da 2,6 milioni a 1,4 milioni b/g).

La possibilità di accedere di nuovo ai mercati internazionali offre opportunità nel medio-lungo periodo alle grandi aziende italiane che lavorano nell’oil&gas, da chi progetta e realizza infrastrutture ad hoc a chi produce valvole, raccordi e strutture per la lavorazione domestica.

Buone prospettive ci sono anche per l’automotive. Basta ricordare che in Iran, paese da circa 80 milioni di abitanti, prima dell’inasprimento delle sanzioni si immatricolavano 1,5 veicoli all’anno. Ora si prevede di superare i 2 milioni di immatricolazioni all’anno.

Altro settore su cui puntare è quello militare, al di là delle restrizioni al commercio di armi e di missili che rimarranno in vigore rispettivamente per cinque e otto anni. L’esercito dispone di armamenti che risalgono ai tempi dell’Unione sovietica e ha bisogno di innovazioni per consolidare il suo ruolo di potenza regionale. Anche in questo caso, però, la concorrenza di Russia e Cina si farà sentire molto.

Infine, i trasporti e l’immobiliare. Da una parte, l’Iran avrà bisogno di acquistare nuovi aerei e nuovi treni, oltre che di rinnovare la rete ferroviaria. Dall’altra, vista la crescita demografica (dai 77 milioni di oggi si potrebbe passare a 100 milioni nel 2050), ci sarà la necessità di costruire nuovi alloggi, alberghi, uffici, e strutture commerciali, soprattutto nelle città emergenti come Isfahan, Shiraz, Mashad, Tabriz, Yazd e Hamadan. E dato che la classe media iraniana si mostra molto sensibile verso il design “occidentale”, ci sarà sicuramente spazio per le aziende italiane che propongono arredamento, accessori per bagno e cucina, rivestimenti, infissi, soluzioni di illuminazione…

Resta però una domanda: ci si può fidare? Fare investimenti in un Paese come l’Iran dà sufficienti garanzie? “All’indomani della firma dell’accordo tra Iran e paesi “5+1” i livelli di rischio Paese sono ancora complessivamente elevati a causa di forti criticità legate in particolare all’impatto delle sanzioni sull’economia iraniana”, dicono dall’ufficio studi Sace a EconomyUp.

I rischi di mancato pagamento – aggiungono – sono elevati sia da parte della controparte sovrana che nel settore privato (banche e corporate). Le restrizioni finanziarie e commerciali previste dal regime sanzionatorio e il calo delle esportazioni petrolifere hanno avuto un impatto negativo sulla solidità dello Stato. L’isolamento dai mercati finanziari globali ha determinato un effetto particolarmente severo sul sistema bancario iraniano, con un effetto evidente in particolare sui livelli di liquidità delle banche iraniane. Le restrizioni commerciali e il generale calo dell’attività economica hanno causato un deterioramento diffuso del settore privato del Paese, con un indebolimento del merito di credito di molte aziende”.

Ai rischi di carattere economico-finanziario si aggiungono quelli di tipo politico. “Restano elevati – affermano gli esperti di Sace – i rischi di esproprio e disordini civili alla luce della forte incertezza del contesto Paese, di un contesto normativo ancora parzialmente opaco e, più in generale, di un’instabilità regionale accentuata”.

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