L’ANALISI

Intelligenza artificiale e politica: la “democrazia profilata” e l’impatto per imprese e innovazione



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L’intelligenza artificiale permette di personalizzare il messaggio politico: ecco la democrazia profilata, che è anche un nuovo mercato a apre nuovi fronti per le imprese: opportunità, rischi e pressione regolatoria

Pubblicato il 2 feb 2026

Lorenzo Salmi

Fondatore di Piave Digital Agency



Intelligenza artificiale e politica: la “democrazia profilata” e l’impatto per imprese e innovazione

Intelligenza artificiale e politica. Tutto è partito da una conversazione durante un panel dell’Ai Fest, davanti a una platea di innovatori, comunicatori e amministratori pubblici. Al centro del dibattito, una domanda tanto semplice quanto decisiva: l’intelligenza artificiale può diventare un attore politico? 

La risposta che si è fatta strada sul palco è stata netta: no. Ma proprio per questo è ancora più interessante. L’IA non è un nuovo soggetto della democrazia, è un moltiplicatore. Moltiplica ciò che trova: competenze, visione, capacità organizzativa, ma anche bias, squilibri e fragilità delle strutture politiche e istituzionali. Non sostituisce la politica, la rende più visibile. E, in questo passaggio, sta trasformando in profondità anche il modo in cui si forma il consenso.

Intelligenza artificiale e politica: dal microtargeting al messaggio personalizzato

Per capire la portata del cambiamento bisogna tornare indietro di qualche anno, nella stagione 2018–2020.

Allora la profilazione politica digitale coincideva, quasi per intero, con la pubblicità sui social. Il paradigma era quello del microtargeting: usare i dati comportamentali e sociali per raggruppare elettori in cluster sempre più precisi e mostrare a ciascuno annunci su misura. Funzionava così: i team delle campagne producevano contenuti “a mano” – video, slogan, grafiche – e li adattavano per target diversi; le piattaforme di advertising decidevano chi raggiungere, quando e con quale frequenza, in base a età, geografia, interessi, storia di navigazione. Il messaggio era relativamente standard, la personalizzazione stava soprattutto nella distribuzione.

Il cuore dell’innovazione era dunque la capacità di comprare attenzione in modo chirurgico, ottimizzando budget e performance. La politica ragionava come un brand che compra spazi media. La profilazione era “tramite ads”: sofisticata, discussa, ma ancora confinata dentro un modello pubblicitario tradizionale, solo molto più efficiente.

Oggi: non cambia solo il target, cambia il messaggio

Con l’arrivo dell’IA generativa e di strumenti sempre più potenti di analisi dei dati, la profilazione non riguarda più solo il chi raggiungo, ma il che cosa dico a ciascuno.

Il contenuto diventa dinamico: testi, immagini, video, script possono essere generati e rigenerati in funzione del profilo del destinatario, del contesto, delle reazioni in tempo reale. Non c’è più “uno spot per tutti” o “un post per target”, ma potenzialmente una miriade di versioni di uno stesso messaggio, modellate su micro-pubblici diversi.

La personalizzazione attraversa tutti i touchpoint: non solo le inserzioni, ma newsletter, chatbot, risposte automatiche, siti istituzionali, campagne one-to-one sui canali di messaggistica. E il ciclo è continuo: ciò che funziona viene amplificato e raffinato, ciò che non funziona viene abbandonato, in una logica di test permanente.

La conseguenza è un salto di qualità: dalla politica che usa ads profilati alla democrazia profilata, in cui ogni cittadino entra in contatto con una versione leggermente diversa dello stesso discorso politico.

Segmentazione del consenso, segmentazione del conflitto

La profilazione non incide solo sul consenso, ma anche sul conflitto. Ogni democrazia vive di contrasti, ma ha bisogno di un terreno comune per discutere. Se la comunicazione si frammenta in narrazioni parallele, anche il conflitto si segmenta. Lo stesso provvedimento può apparire riformista a un segmento, conservatore a un altro, neutro a un terzo, a seconda di come l’IA contribuisce a orchestrare linguaggi ed esempi per ciascuna bolla. Non esiste più un unico spazio pubblico, ma una costellazione di micro-pubblici che vivono versioni diverse della realtà.

Dentro questo ecosistema emergono nuovi intermediari: influencer tematici, content creator politici, micro-leader digitali che strutturano la conversazione su nicchie specifiche. Sono figure che non rientrano nei canoni tradizionali della rappresentanza, ma che incidono sempre di più sulle percezioni e sui comportamenti. Anche su di loro l’IA agisce da moltiplicatore, aiutando a identificare i nodi più rilevanti e a costruire contenuti confezionati per community precise.

Il nuovo spostamento di potere

Il tema più delicato, per chi guarda a questi fenomeni dal punto di vista delle istituzioni, è lo spostamentoprogressivo di potere. Nel decennio scorso il vantaggio competitivo era nelle mani di chi sapeva usare meglio le piattaforme pubblicitarie; oggi si sposta verso chi controlla infrastrutture di dati e sistemi di IA.

Se partiti, amministrazioni e organizzazioni civiche non costruiscono competenze interne e non presidiano governance, il rischio è evidente: le scelte operative – chi raggiungere, con quali messaggi, attraverso quali canali – vengono di fatto determinate dai fornitori tecnologici, dalle piattaforme, dai consulenti che gestiscono algoritmi proprietari.

L’IA, in questo quadro, alza il livello di tecnicismo del sistema, ma non garantisce di per sé migliori decisioni politiche. I dati raccontano come stanno le cose, non cosa sia giusto fare. La politica dovrebbe continuare a decidere sui valori, sulle priorità, sull’idea di società che vuole perseguire. Se questa responsabilità viene delegata “alla macchina”, il problema non è l’IA: è la politica.

La democrazia profilata è anche un nuovo mercato

C’è però un altro pezzo della storia che dal palco dell’Ai Fest interessa in modo particolare al mondo di EconomyUp: l’impatto per le imprese e per il tessuto dell’innovazione.

La “democrazia profilata” non è solo un fenomeno politico, ma anche un nuovo mercato. Negli ultimi anni è esplosa una filiera di aziende che offrono servizi di data management, social listening, sentiment analysis, automazione di campagne, contenuti generati da IA per la comunicazione istituzionale e politica. In parallelo, il marketing delle imprese ha abbracciato l’IA su larga scala: nel 2025 oltre il 70% delle aziende medio-grandi dichiarava di utilizzare tecnologie di intelligenza artificiale nel marketing digitale, e più del 60% dei direttori marketing prevedeva di aumentare il budget dedicato a queste soluzioni.

Il confine tra marketing politico e marketing commerciale si fa sempre più sottile: strumenti, piattaforme, competenze sono spesso gli stessi, adattati a obiettivi diversi. L’IA che oggi serve a incrementare il ROI delle campagne e a personalizzare le esperienze utente è la stessa che può essere utilizzata per modulare promesse politiche, messaggi di policy, campagne di engagement civico.

Tre nuovi fronti per le imprese

Per le imprese questo scenario apre tre fronti:

• Opportunità di business: chi sviluppa tecnologie di analisi dati, orchestrazione di contenuti e automazione omnicanale trova un mercato in espansione, che va oltre il B2C tradizionale e arriva fino a partiti, PA, ONG, think tank.

• Rischi reputazionali: l’uso opaco o aggressivo degli strumenti di profilazione, soprattutto in ambito politico e sensibile, può ricadere sulle aziende che forniscono tecnologia, con impatti su brand e rapporti regolatori.

• Pressione regolatoria: la nuova disciplina europea sulla pubblicità politica e sull’uso dell’IA renderà sempre più stringenti trasparenza, tracciabilità e accountability dei sistemi, alzando l’asticella per chi vuole operare in questo mercato.

La vera sfida: competenze e governance, non solo tecnologia

Il messaggio che arriva dal panel dell’Ai Fest, letto in controluce con i trend di mercato, è che la questione non è più “se” usare l’IA in politica e nella comunicazione pubblica, ma “come” e “a quali condizioni”.

Da un lato, le imprese hanno davanti un campo enorme per sviluppare soluzioni di analisi, automazione e personalizzazione realmente utili, ben oltre l’hype: i dati mostrano che solo una quota minoritaria dei progetti di IA genera oggi valore tangibile, segno che c’è spazio per modelli più maturi e sostenibili.

Dall’altro lato, istituzioni e aziende che lavorano sulla frontiera tra IA, dati e consenso devono accettare che il vantaggio competitivo non può più essere solo tecnologico: passa anche per la capacità di definire regole chiare, investire in competenze e costruire fiducia.

L’IA non salverà la politica, né la distruggerà. Ma sta già ridisegnando il modo in cui si costruisce il consenso – e, con esso, un pezzo importante dell’economia dei dati e dei servizi digitali. Per chi fa impresa, il vero tema non è rincorrere l’ultima buzzword, ma capire come stare in questa trasformazione portando valore misurabile e, allo stesso tempo, contribuendo a una democrazia che resti riconoscibile come tale.

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