Investimenti

Energon raccoglie 8,4 mln. Se fosse una startup grideremmo al miracolo, invece… è un’impresa italiana che ha 4 anni

La società che progetta impianti di cogenerazione ha ricevuto finanziamenti da fondi di investimento e banche. Ha business model efficace ed elementi di innovazione ma per l’ecosistema non è una “startup”. Perché?

Pubblicato il 31 Lug 2014

Energon raccoglie 8,4 mln. Se fosse una startup grideremmo al miracolo, invece… è un’impresa italiana che ha 4 anni
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Se fosse una startup nel senso californiano del termine (impresa neonata, alta innovazione, scalabilità, capitale di debito pressoché assente), staremmo tutti già parlando di un piccolo miracolo. La società energetica Energon Esco, che progetta e realizza impianti di cogenerazione e teleriscaldamento a basso impatto ambientale, ha ricevuto un’iniezione di 8,4 milioni di euro costituita in parte da capitale di terzi per 4,2 milioni (provenienti dal fondo di investimenti Nem sgr, che fa capo alla Banca Popolare di Vicenza), e in parte da finanziamenti “graffetta”, per altri 4,2 milioni, erogati da istituti di credito come Banca Monte dei Paschi di Siena e Banco Popolare.

Energon, che ha sede a Modena e uffici a Roma e Milano, ha poco più di quattro anni di vita in quanto è stata costituita come srl nel 2009 dai tre soci fondatori Gianluca Guaitoli, Vittorio Andreoli e Luca Pedani. Essendo diventata da pochi giorni società per azioni, è anche tecnicamente una startup. E a ben vedere, vanta anche una componente di innovazione, soprattutto riguardo alla struttura organizzativa. Pur essendo responsabile della realizzazione di impianti per la produzione di energia, Energon si basa uno staff “leggero” di sole 13 unità, costituito da tecnici, ingegneri e progettisti. Per contare su così poco personale, la società punta non tanto sulla costruzione diretta degli impianti quanto sulla progettazione e sul coordinamento dei progetti, che poi vengono realizzati concretamente da altre imprese locali.

Una strategia, questa, che consente di risparmiare sui costi. Se ci aggiungiamo anche la competenza ingegneristica del personale, l’intuizione di puntare su una nicchia come la fornitura energetica da impianti di cogenerazione (alimentati da biomassa e da gas metano) in un periodo in cui gli incentivi verso altre rinnovabili come il fotovoltaico sono in calo e l’espansione del portafoglio ordini (il valore dei contratti in essere, moltiplicato per gli anni di validità degli stessi, si aggira a oggi sui 120 milioni di euro), ci rendiamo conto che la società ha potenzialmente le carte in regola per crescere e diventare una realtà imprenditoriale di successo.

Inoltre, con questa operazione, Energon, assistita per l’occasione da Compagnia Finanziaria nella definizione del piano industriale e della strategia finanziaria, può sviluppare investimenti per l’efficientamento energetico nel 2014 e nel 2015 e puntare a un giro d’affari di 10 milioni di euro per l’anno in corso e a a raddoppiarlo per il prossimo triennio.

Eppure, la Energon non è una startup secondo i crismi dell’ecosistema. Anche se riceve capitali e finanziamenti per 8,4 milioni di euro. Quante volte sentiamo parlare, in Italia, di “round” di questa portata? Nell’ecosistema nostrano fanno notizia anche i mini-investimenti da 100 mila euro. Tuttavia non c’è spazio per raccontare finanziamenti come questi, che sarebbero un record nel piccolo pianeta delle startup. Basti dire che solo il 29 luglio una società come MailUp, sbarcando in Borsa, ha chiesto ai mercati 3 milioni di euro, poco più di un terzo di quanto raccolto in un solo colpo da Energon.

Alcune domande, a questo punto, sono d’obbligo: perché in Italia il cosiddetto “ecosistema dell’innovazione” glorifica solo il modello Silicon Valley dimenticando realtà come queste? Perché un sistema “ibrido”, che mette insieme risorse proprie (il capitale sociale della Energon è di 1 milione di euro), capitale di terzi e – perché no? – soldi in prestito è da considerare non consigliabile per chi avvia una nuova impresa? Per diventare startupper bisogna per forza essere in balia di capitali altrui e rischiare poco o nulla di proprio? Senza la trafila anglofona di pitch, contest, incubator, accelerator, business angel, crowdfunding, venture capital e così via (anzi, so on, per restare nel mood inglese), non si può creare un’azienda, e quindi ricchezza, lavoro e sviluppo?

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