PC4U: come rendere concreto il diritto allo studio con le scuole chiuse | Economyup

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PC4U: come rendere concreto il diritto allo studio con le scuole chiuse



“Abbiamo visto attorno a noi che c’era una difficoltà, abbiamo immaginato una via per cercare di dare una mano”. Così Jacopo racconta com’è nato PC4U, il progetto di quattro diciottenni per portare un pc o un tablet a chi non ce l’ha. Fare quel che si può dove si è. È uno dei tanti modi con cui si esprime la sussidiarietà

di Antonio Palmieri

27 Nov 2020


Jacopo Rangone, Matteo Cappellino, Emanuele Sacco e Pietro Mainetti, PC4u.tech

Matteo, Jacopo, Emanuele e Pietro sono quattro ragazzi di 18 anni, studenti a Milano. Quattro amici “che non si arrendono mai”. Non si arrendono alle scuole chiuse o alla didattica a distanza che funziona a macchia di leopardo. Quattro ragazzi che invece di “sgonfiarsi” hanno deciso di mettersi in gioco, con PC4U – connettere chi studia.

“PC4U è una piattaforma che vuole aiutare a rendere concreto il diritto di ogni studente a fruire della didattica digitale”, mi dice Jacopo.

Il tema è centrato. Infatti secondo l’Istat un terzo delle famiglie italiane non ha un pc o un tablet e in questo modo la didattica a distanza diventa una utopia. Da qui l’idea dei quattro amici. Creare una piattaforma che metta in contatto chi ha dispositivi digitali funzionanti che non usa con studenti di Milano e dell’Hinterland che non ne dispongono.

La vostra iniziativa è una risposta all’emergenza Covid?
Nasce da lì ma guarda anche oltre. La scuola sarà sempre più digitale e gli studenti avranno sempre più bisogno di supporti tecnologici per poter studiare. Non tutti li possono avere. Noi vogliamo dare un piccolo contributo a risolvere questo problema.

Bravi! Però Jacopo, tutti voi ragazzi ormai avete uno smartphone connesso alla rete…
Vero. Però è quasi impossibile seguire in continuità le lezioni sul piccolo schermo. C’è bisogno di uno schermo più grande, della tastiera, della possibilità di avere più schermate aperte. Serve un pc o almeno un tablet

Essendo un “lavoratore nomade” in questi anni mi sono abituato a fare tutto da smartphone, però comprendo l’esigenza. In generale, come sta andando la vostra iniziativa?
Sempre più ragazzi e famiglie ci contattano ogni giorno. Ci raccontano le loro storie e ci spiegano quanto abbiano davvero bisogno del nostro aiuto. In quattro mesi abbiamo consegnato più di 100 dispositivi. Non sono pochi, anche perché facciamo tutto noi. Contattiamo i donatori, ritiriamo le macchine, ne verifichiamo il funzionamento, le inizializziamo, le sanifichiamo e infine le consegniamo a chi ne ha bisogno.

Un bell’impegno. Riuscite a conciliarlo con la scuola? Non è che marinate (come si diceva ai miei tempi) la scuola, anche se in nome di un’ottima causa?
Stia tranquillo (ride, ndr.). Non ci pensiamo nemmeno e poi i nostri genitori, che sono i nostri primi supporter, non lo permetterebbero. Usiamo il nostro tempo libero. La difficoltà per noi è semmai proprio quella di tenere insieme tutto: scuola, compiti, PC4U e anche quel minimo di vita sociale che la situazione permette. Però abbiamo altri dodici amici che ci danno una mano. Senza di loro non ce la faremmo a stare dietro a tutto.

Ci guadagnate?
No. La nostra è una attività non profit, da volontari non è per guadagnare soldi.

E i costi, come li coprite?
Il primo finanziatiore è stato uno dei nostri genitori. Ora ci sostengono alcune aziende e associazioni: Informatici Senza Frontiere, For-Te, TIM e Huawei. Meno male, perché le cose da fare continuano ad aumentare, riceviamo moltissime richieste e molte donazioni. Questo produce costi che non avevamo calcolato.

Ce la farete a sostenerli?
Per cercare di farcela abbiamo attivato anche una raccolta fondi in crowdfunding. Siamo a due terzi dell’obiettivo.

Forza! Intanto avete guadagnato anche una mia piccola donazione. In conclusione, pensate di espandervi in tutta Italia?
Non siamo nati per questo. Abbiamo visto attorno a noi che c’era una difficoltà, abbiamo immaginato una via per cercare di dare una mano. Non pretendiamo di risolvere noi il problema. Abbiamo però l’ambizione di fare tutto quello che possiamo fare, nel nostro piccolo.

Fare quel che si può, dove si è. È uno dei tanti modi con cui si esprime la sussidiarietà. Grazie, Jacopo.

Antonio Palmieri

Antonio Palmieri, milanese, esperto di comunicazione, deputato. Da quando c'è Internet sono curioso della Rete. Dal 2002 cerco di valorizzare le possibilità che il digitale offre per una vita migliore.…