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Startupbusiness

In Italia mancano i fondi per la crescita delle startup

13 Nov 2015

Le imprese (e gli imprenditori) in grado di affrontare la competizione europea ci sono, dice il fondatore italiano di un investment bank specializzata in società tecnologiche basata a Londra. Ma non trovano la benzina necessaria per l’accelerazione

Pietro Strada, fondatore di Silverpeak
L’ecosistema delle imprese innovative italiano è ancora lontano dall’essere compiuto sia dal punto di vista strutturale sia da quello delle risorse, soprattutto finanziarie, disponibili. Uno dei problemi è la mancanza di finanziamenti per la fase di crescita successiva allo startup, cioè quando una società con prodotti o servizi e clienti vuole accelerare la crescita ed espandersi globalmente. Questi finanziamenti sono spesso chiamati “B rounds” o “C rounds” o “growth capital” con riferimento alla fase di crescita.

La crescita è ancora troppo piccola, l’ammontare degli investimenti assai insufficiente, la mano istituzionale-legislativa troppo invadente ma ci sono in Italia grandi imprenditori, con buone idee e con, soprattutto, spiccata capacità di tradurre tali idee in imprese di successo. 

Se si guarda l’ecosistema nel suo complesso i numeri e le statistiche non sono incoraggianti (l’ultimo report di CBInsights sull’andamento in Europa l’Italia non la pone nemmeno nella mappa), ma se si guardano le imprese italiane di nuova generazione che sono riuscite a fare uno o più passi oltre la fase di startup possiamo anche permetterci un certo ottimismo.  

Il modo migliore per alzare lo sguardo e posizionare il puntatore su ciò che di buono c’è è quello di guardare il nostro ecosistema con un occhio esterno e soprattutto con un occhio che non solo conosce pregi e difetti di quanto avviene qui ma che ha modo di osservare anche altri ecosistemi europei e che, soprattutto, guarda con attenzione solo verso le direzioni che sono in grado di creare potenziale valore. 

Pietro Strada è il fondatore di Silverpeak, investment bank specializzata in società tecnologiche nella fase di crescita che ha sede a Londra. Pietro conosce bene l’Italia essendo il suo Paese di origine, conosce bene le venture tecnologiche essendo il suo lavoro quello di aiutarle a trovare finanziamenti di portata consistente, conosce bene altri contesti europei perché tra i suoi clienti non ci sono solo aziende italiane ma anche inglesi, francesi, tedesche, svedesi. 

Pietro non fa un’analisi comparativa e non va alla ricerca di dati e statistiche per corroborare tesi ma osserva il mondo che tutti i giorni gli passa davanti e si pone alcune riflessioni. 

Una riflessione è quella che Pietro ha fatto guardando i dati della Spagna: “come noi la Spagna fa parte della cosiddetta periferia dell’impero con anche un maggiore rischio politico e strutturale rispetto all’Italia ma benché abbia vissuto la crisi in modo simile all’Italia e benché a livello internazionale sia percepita in modo simile va rilevato che ci sono molte più società spagnole che hanno raccolto finanziamenti ingenti (growth rounds) da fondi internazionali di primo livello rispetto a quelle italiane, mentre l’Italia non ha nulla da invidiare alla Spagna per quanto riguarda le IPOs o le vendite aziendali. Il problema sembra essere soprattutto il finanziamento nella fase di crescita”.

Questa riflessione, benché non di valore statistico, porta a un’altra considerazione che vede i fondi di investimento basati in Spagna essere più attivi di quelli basati in Italia nell’allacciare partnership internazionali con fondi soprattutto britannici e statunitensi. “Per fortuna – dice Pietro – anche alcuni fondi italiani si stanno dando da fare: storicamente c’è 360 Capital Partners che ha partner francesi ma vedo United Ventures muoversi molto bene e Innogest che sta ingaggiando manager di livello internazionale e con forte reputazione nelle capitali dell’ecosistema startup mondiale”. 

Gli imprenditori italiani sono quindi bravi e hanno ambizioni di conquista dei mercati globali ma serve che essi siano sostenuti da un venture capital forte e solido capace di fornire la benzina per l’accelerazione di queste aziende. Pietro nomina due esempi recenti a dimostrazione che le cosa stanno cambiando: DoveConviene che in ottobre ha chiuso un investimento di 10 milioni di euro con il fondo Highland Capital Partners Europe  e MoneyFarm che proprio in questi giorni ha annunciato un nuovo round da 16 milioni di euro da parte di Cabot Square e United Venture.

Inoltre Pietro cita altre aziende che hanno grande potenzialità come Mosaicoon, Thron, Cloud4Wi, MotorK tutte aziende con bei business e ottimo management: “questi esempi sono importanti perché fino all’anno scorso non c’erano e non si potevano portare, oggi sì e questo è a mio avviso molto significativo”. A queste si potrebbe anche aggiungere il nome di Facility Life, startup di Pavia che mira a crescere in modo esponenziale e che insieme ad altre scale up europee: Rovio, Candy Crush Saga, Spotify e al fondo Atomico ha recentemente dato vita alla European Tech Alliance che si pone l’obiettivo di favorire la crescita di startup europee ad alto potenziale. “Queste aziende – aggiunge Pietro – sono formidabili, hanno piani di sviluppo ambizioni e aggressivi e se la giocano fianco a fianco con imprenditori francesi, inglesi e tedeschi. Io vedo le società e gli imprenditori prima dei dati aggregati degli ecosistemi perché cerco aziende interessanti da aiutare a trovare i fondi per accelerare con il mio ruolo di intermediario qualificato. Questo lavoro si rivolge soprattutto a fondi internazionali, perché in Italia mancano fondi growth che possano sostenere le aziende che hanno già il prodotto, i clienti e il mercato ma che devono crescere sia in termini di management sia di canali di vendita. Per per fare questo servono fondi che hanno 200-300 milioni e che possono investirne almeno 10 su ogni azienda”. 

“In verità – aggiunge il fondatore di Silverpeak – qualche operazione con società tecnologiche growth in Italia c’è stata, mi vengono in mente il fondo White Bridge che ha investito 27 milioni di euro di in Tagetik e le operazioni Facile.it, Opto Telematics, Team System e Eidos Media, ObjectWay ma in alcuni casi ancora casi sono operazioni di maggioranza, più simili a un buy-out. Noi dobbiamo lavorare per prendere le aziende europee e portarle ai migliori fondi del mondo”. Quello delle growth company è un mercato di capitali e quindi è necessario andare a operare nelle grosse piazze finanziarie perché i grandi fondi è lì che si trovano ed è lì che bisogna andare per cercare i finanziatori con le spalle larghe. 

Considerando questo scenario, finché in Italia non ci saranno dei fondi specializzati in investimenti growth,  Pietro Strada riflette sulla opportunità per attori italiani di investire direttamente nei fondi che già operano nelle grandi piazze  e in tal modo beneficiare di parte dei risultati finanziari delle exit :“il tema è allargare la torta e non prendersi la fetta più grande, quindi riconoscere i limiti e andare  da quelli che ne sanno di più per massimizzare il valore delle aziende. In tal modo si riportano i ritorni finanziari verso il punto di origine, per esempio l’Italia, creando valore per investimenti successivi. Il capitale entra come ‘passeggero’ del veicolo azienda e gli imprenditori bravi fanno soldi che poi possono re-investire”.

di Emil Abirascid

  • Francesca

    Complimenti per l’articolo che ho letto tutto d’un fiato. Come sempre Emil Abirascid ci offre una panoramica realistica di quanto accade nel mondo delle startup. Mi piacerebbe che anche gli investitori leggessero, come ho fatto io, e capissero che noi startupper abbiamo reale necessità di chiudere grow rounds per dare la spinta giusta e le basi solide alle nostre aziende.