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BUONA VISIONE A TUTTI

Braccialetti Amazon, Industria4.0, paure e idiozie: un caso di miopia culturale

di Giovanni Iozzia

05 Feb 2018

Le polemiche scoppiate attorno a un brevetto della multinazionale americana rivelano un ritardo del Paese che rischia di compromettere il suo futuro. Alimentare le paure e urlare alla luna non serve a nulla. La tecnologia va capita, governata e regolata. Per non perdere competitività

Che la tecnologia e i suoi sviluppi possano fare paura è normale. Che le paure siano materia di speculazione politica, soprattutto nelle stagioni preelettorali, è ancora più normale, come dimostrano purtroppo le vergognose polemiche sui fatti di Macerata. Ma nella vicenda del cosiddetto braccialetto di Amazon che dovrebbe controllare i lavoratori trasmettendolo loro addirittura impulsi di non meglio specificata natura c’è un virus pericoloso, sviluppato in un ambiente malsano dove allignano ignoranza, malafede e un pizzico di stupidità.

IL TRIONFO DI UNA FAKE NEWS

I fatti sono noti. Anzi i “non fatti”. Dal momento che non esiste ancora nessun braccialetto destinato a controllare da remoto i dipendenti o perlomeno è solo una parte di un sistema per il quale Amazon ha ottenuto il brevetto a fine gennaio. La notizia di questo patent è caduta sull’eccitato mondo politico italiano come un meteorite che ha scosso incrostazioni e voragini culturali sollevando una quantità di polvere che non ha risparmiato nessuno. Molti avrebbero fatto meglio a tacere, viste anche le loro posizioni istituzionali. Ma siamo in campagna elettorale e bisogna inseguire tutti i gatti che corrono. Che cosa ci dice il can can degli ultimi giorni?

I NUOVI APOCALITTICI E INTEGRATI

Il caso del braccialetto probabilmente è destinato a sgonfiarsi non appena politici e amplificatori di questa irrazionale campagna elettorale troveranno altro per urlare sul nulla. Ma resta il sintomo di un tarlo culturale di questo Paese che per non voler capire rischia di pregiudicare il suo futuro.

Nel 1964 Umberto Eco pubblicava un saggio dal titolo “Apocalittici e integrati”. Oggetto la cultura di massa, che allora generava reazioni contrastanti e parallele: c’erano gli intellettuali convinti che la tv, la produzione seriale dei libri, la musica di consumo avrebbero portato al degrado sociale e c’era chi invece esaltava tutto quello che era moderno, contemporaneo e soprattutto apprezzato dal pubblico. Eco, che si muoveva già con disinvoltura tra la filosofia di San Tommaso e i fumetti, nel suo saggio cerca di dimostrare come abbiano entrambi torto, gli apocalittici e gli integrati, perché se viviamo in una società industriale non si può fare a meno dei mezzi di comunicazione di massa. L’industria culturale di per sé non è né buona, né cattiva. Dipende da come viene usata e da quali messaggi veicola.

Perché questa lunga digressione? Perché oggi siamo di fronte a una nuova generazione di apocalittici e integrati. Chi vede in ogni innovazione tecnologica che non conosce e non capisce una minaccia per sé e per gli altri e chi loda acriticamente ogni soluzione innovativa. Sbagliano entrambi ed entrambi ci portano verso il disastro.

VIVREMO IN UN MONDO SEMPRE PIÙ CONNESSO

Torniamo al nostro braccialetto inesistente. I device a controllo remoto saranno sempre di più, anche se continueremo a urlare alla luna. Come ha giustamete ricordato il ministro Carlo Calenda, che per ragioni elettorali ha dovuto dare un colpo al cerchio invocando la dignità del lavoratore e un altro alla botte, il piano Industria4.0 prevede l’uso di dispositivi per permettere agli operai (chiamamoli ancora così solo per consuetudine linguistica) di controllare a distanza il funzionamento delle macchine. E siamo solo all’inizio. Che dire di chips e sim che sempre di più troveremo nelle nostre auto per farle diventare connesse? E dei braccialetti che già usiamo solo per sentirci un po’ più in forma e contare i passi? Non potranno essere più utili se connessi con un centro medico in grado di intervenire se il nostro cuore fa le bizze? E i sensori-antifurto già inseriti in alcune valigie? E le biciclette o le auto perennemente geolocalizzate che condividiamo con altri? Non possiamo pensare di vivere in un mondo sempre più connesso, dove adesso tocca agli oggetti parlarsi, senza essere in qualche modo controllati. Non è certo il Paradiso e non sarà però neanche l’Inferno se con consapevolezza e competenza troveremo nuove regole.

IL RISCHIO DI PERDERE COMPETITIVITÀ

Alimentare le paure, urlare a ogni novità che passa, come fanno i cani con le auto, servirà solo a metterci sempre più nell’angolo: il terreno sarà lasciato libero a chi avrà visione, capitali e intraprendenza (come Amazon) e nell’assenza di regole si divertiranno i più furbi, almeno nel breve periodo. E poi passeremo dalle urla ai lamenti, come capita di sentire ancora quando si ricordano i ritardi dell’Italia e la dominanza di poche multinazionali digitali.

Ad un recente incontro sulle criptovalute Vincenzo De Nicola, ingegnere abruzzese che ha fatto fortuna negli Stati Uniti dove è riuscito a vendere una startup proprio ad Amazon, diceva: non capire oggi quello che potrà succede con bitcoin e le sue sorelle, con la blockchain è una responsabilità enorme per la nostra classe politica. Dire sempre di no, voler comprendere tutto nel quadro delle vecchie regole significa condannare il Paese a restare fuori dal futuro che ci aspetta. Quando sia poi bello o brutto dipende da quello che siamo in grado di fare oggi. Senza inalberarsi per un brevetto americano che neanche si comprende e magari impegnandosi per capire come la tecnologia, se be governata, può migliorare la vita di tutti (e non solo delle imprese).

 

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.

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