TECNOLOGIA SOLIDALE

Donatella Solda: l’EdTech non è solo scuola, è innovazione continua con impatto misurabile



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Dal 20 al 22 febbraio a Modena torna il Learning More Festival: 120 eventi e oltre 150 ospiti per discutere di AI, neuroscienze e formazione. Donatella Solda, spiega perché l’EdTech è innovazione per la personalizzazione dell’apprendimento

Pubblicato il 13 feb 2026

Antonio Palmieri

Fondatore e presidente di Fondazione Pensiero Solido



Donatella Solda
Donatella Solda, direttore del Future Education Modena, primo EdTech hub in Italia. Foto © Serena Campanini e Elisabetta Baracchi

Donatella, non facciamo finta di non conoscerci e parliamo di EdTech. Tu sei stata dirigente del Gabinetto del ministro dell’istruzione per molti anni, tra il 2012 e il 2018, seguendo la digitalizzazione della scuola…

“E tu, Antonio, eri deputato della Commissione Cultura, uno dei pochi attento al digitale. Quindi, non fingiamo di non conoscerci!” 

Learning More Festival, la casa dell’EdTech

Essendo attenti al digitale, siamo per definizione proiettati nel futuro…e il tuo futuro prossimo è la quarta edizione del Learning More Festival a Modena, dal 20 al 22 febbraio. Quali temi affronterete quest’anno?

“Come sempre, avremo al centro l’intelligenza artificiale. In totale saranno 120 eventi, più di 150 gli ospiti attesi, noti a livello nazionale e internazionale. Per esempio, avremo Michael Rich, il ‘Mediatrician’ di Harvard che da vent’anni studia l’effetto dei media sui più giovani, e Serge Tisseron, lo psichiatra francese che ha ideato il metodo 3-6-9-12 per l’educazione digitale in famiglia. Barbara Oakley, autrice del corso online più seguito al mondo sull’apprendimento, ci illustrerà cosa dice la ricerca neuroscientifica sull’uso della tecnologia negli ambienti educativi. E la vera novità di quest’anno è un palinsesto interamente dedicato alle medical humanities.”

Possiamo dire che il Festival è la casa dell’EdTech, delle tecnologie al servizio dell’apprendimento?

“Lo possiamo dire. A patto però di precisare una cosa importante.”

Vale a dire?

“Bisogna aver chiaro che l’EdTech non riguarda solo la scuola. Parliamo di apprendimento durante tutto l’arco della vita: formazione professionale, aggiornamento delle competenze, sviluppo di carriera, perfino edutainment. Noi per esempio lavoriamo con aziende sulla formazione dei dipendenti tanto quanto con le scuole. La ED di EdTech si riferisce all’apprendimento in genere — dalla app che usiamo per prepararci all’esame della patente o per imparare le lingue divertendoci fino al corso digitale per diventare data scientist.”

Come è nato l’EdTech hub Future Education Modena

Giusta e interessante precisazione. È facile cadere nell’equivoco. Ora però facciamo un passo indietro: come sei arrivata da Roma a Modena? Di solito si fa il percorso inverso…

“Dopo l’esperienza al servizio delle istituzioni, insieme a Damien Lanfrey – che è stato Chief Innovation Officer del Ministero, finora primo e unico caso – ci siamo resi conto che l’educazione formale, quindi la scuola, l’università, era in una fase di smarrimento a causa della transizione verso una presenza sempre più forte della tecnologia. Lo smarrimento provoca ansia, disorientamento su cosa scegliere, quale strumento utilizzare, i dubbi sulla sua efficacia. Il decisore pubblico spesso si limita a fornire fondi per comprare strumenti, ma sovente mancano due cose: una visione e un collegamento forte con quello che la ricerca elabora.”

Quindi?

“Per cercare di porre rimedio a questa situazione, nel 2018 abbiamo fondato Wonderful Education e, nel 2019, Future Education Modena. Un progetto che ha incontrato interesse della Fondazione Modena, che l’ha finanziato.”

È stata dunque solo una questione di finanziamenti?

“No! Prima di approdare a Modena sia io che Damien abbiamo sondato diverse possibilità, anche all’estero, dove ci siamo entrambi formati. Ci siamo detti: proviamo in Italia prima di tornare fuori dal paese. Abbiamo guardato in giro: Roma, Milano, Torino, Trento… poi si è aperta l’opzione Modena. Non c’ero mai stata prima, ma si è dimostrata un luogo ideale.”

In che senso?

“È facile lavorare qui: il benessere economico permette di operare in una dimensione utile alla sperimentazione. In più non è dispersiva. Per dire: essere a Milano avrebbe comportato utilizzare le nostre energie anche per sopravvivere, in competizione con altri soggetti.”

Mentre in Emilia è stato tutto rose e fiori?

“Forse all’inizio abbiamo dovuto far comprendere cosa proponevamo, perché si trattava di prospettive totalmente nuove, diverse dall’usuale. Poi il Covid ha dato uno scossone, permettendo di capire quanto potesse essere utile avere un luogo di questo tipo qui. In più, tieni conto che noi produciamo valore, non soltanto visione, contenuto, relazioni. Costruiamo start-up, prodotti. Siamo un team di 60 persone.”

Sessanta persone con quali competenze?

“Siamo organizzati in tre aree — metodologica, umanistica e STEM — e la cosa che ci rende diversi è proprio il fatto che queste aree lavorano insieme. Da un lato neuroscienziati, psicologi cognitivi, pedagogisti; dall’altro sviluppatori, designer, linguisti computazionali, esperti di intelligenza artificiale. È questa combinazione che ci permette di non restare nella teoria: produciamo strumenti, prototipi, soluzioni che si testano sul campo. Oltre ai nostri dipendenti, la rete di collaboratori è molto più ampia.”

Tecnologie a scuole: bisogna essere bi-lfabetizzati

Torniamo alla scuola. Per molti l’educazione andrebbe essere messa al riparo dalla tecnologia. Qual è la tua posizione?

“Noi abbiamo sempre lavorato sull’uso intenzionale delle tecnologie nell’apprendimento. Non è una questione di essere pro o contro: è una questione di sapere quando uno strumento aggiunge qualcosa e quando toglie. Per esempio, leggere in digitale è molto vantaggioso per i ragazzi con dislessia o per lavorare in gruppo, mentre per altri obiettivi è meglio la carta. Il punto è essere bi-alfabetizzati: sapere come comportarsi in ogni ambiente di apprendimento per prendere il meglio da ciascuno. Quello che spingiamo non sono le mode tecnologiche, ma un’innovazione che produce impatto misurabile.”

Quindi il problema non è la tecnologia in sé…

“Troppo spesso – lo dico senza colpevolizzare nessuno – le tecnologie vengono utilizzate in modo molto più “semplice” di quel che potrebbero fare e così non producono gli effetti che potenzialmente potrebbero avere. Per esempio, usare un computer per fare una videochiamata non è EdTech. EdTech è una cosa più sofisticata, sono le piattaforme che consentono la personalizzazione degli apprendimenti, è per esempio Duolingo che ti permette di imparare le lingue passo a passo, correggendoti.”

Le opportunità e i rischi dell’AI nell’apprendimento

È però innegabile che la pervasività dell’intelligenza artificiale generativa, la sua capacità di semplificare le attività rischi di produrre una sorta di impigrimento e quindi una perdita di capacità. Noi esseri umani le abilità che non esercitiamo le perdiamo…

“Certo. L’AI aggiunge abilità, velocizza molte attività, automatizza cose ripetitive. Allo stesso tempo sostituisce alcune delle nostre competenze, quindi il dibattito si sta concentrando sullo studiare cosa significa trasformare queste competenze. Come si dice sempre, ci sono cose positive e cose negative, bisogna imparare a scegliere, ad avere un ruolo attivo. La competenza principale, lo ripeto, è essere protagonisti del processo di apprendimento. Si chiama capacità critica: comprendere dove si è e perché si sta apprendendo qualcosa.”

Quali consigli daresti a chi volesse entrare nel settore dell’educazione usando la tecnologia?

“EdTech è una industry internazionale per sua natura. Il percorso di apprendimento di chi vive in Italia non è molto diverso da quello di qualcuno in Francia, Libano o Indonesia. Quindi innanzitutto pensate a costruire un team che parli l’inglese a un livello che permetta di nascere internazionali, non cercate appoggio solo nel settore pubblico, pensate in grande. Siate pronti a convincere finanziatori con prospettive internazionali e pensate da subito a qualcosa che può aiutare ad apprendere l’essere umano in generale, non solo gli italiani.”

In conclusione, dopo sei anni, la vostra è una scommessa vinta?

“C’è ancora molto da fare per far capire e fare in modo che le tecnologie siano utili, efficaci, che non siano subite. Noi siamo cresciuti bene, siamo un soggetto di ricerca applicata e produzione. Abbiamo rapporti con praticamente tutte le università italiane. La Commissione Europea ci utilizza; siamo centrali a livello italiano ed europeo. Siamo diventati un punto di riferimento per chi lavora sul campo ogni giorno: formatori, professionisti HR, docenti, designer dell’apprendimento. Se penso a come siamo partiti, la strada fatta è enorme. Ma la sfida vera è adesso: far sì che l’innovazione nell’apprendimento non resti un tema da convegno o una fatica da affrontare, ma diventi pratica quotidiana — nelle scuole, nelle aziende, nelle famiglie. È per questo che esiste il Learning More Festival: non per parlare del futuro, ma per costruirlo insieme, con le evidenze in mano“.

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