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Caso Glovo, cosa significa per l’economia digitale italiana: ora le regole contano



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Il caso Glovo, con Foodinho indagata per sfruttamento del lavoro, non riguarda solo una piattaforma di delivery, ma la maturità dell’economia digitale italiana. Perché non contano solo le metriche di crescita, ma diventa centrale l’impatto legale e reputazionale del modello di business

Pubblicato il 11 feb 2026

Marco Maria Sartori

CEO presso KYP & Complegal



Caso Glovo: le regole ora devono contare
Caso Glovo: le regole ora devono contare

Il controllo giudiziario disposto nei confronti di Foodinho (gruppo Glovo) non è solo un episodio di cronaca giudiziaria. È un passaggio simbolico per l’economia digitale italiana, perché segna il punto in cui l’innovazione organizzativa delle piattaforme viene sottoposta a un nuovo livello di scrutinio: non più solo tecnologico o competitivo, ma strutturalmente giuridico.

Cosa è successo con Glovo a Milano

Il 10 febbraio 2026 la Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza su Foodinhola società controllata da Glovo, a sua volta partecipata in maggioranza dal gruppo Delivery Hero, che gestisce Glovo in Italia – nell’ambito di un’indagine per caporalato/sfruttamento del lavoro.
Secondo gli inquirenti il modello organizzativo avrebbe favorito condizioni di lavoro critiche per i rider, con compensi ritenuti troppo bassi rispetto a soglie minime e tutele.
Il provvedimento prevede la nomina di un amministratore giudiziario e dovrà essere valutato da un giudice nei prossimi giorni. L’indagine riguarda l’operatività italiana (con focus anche su Milano) e parla di una platea ampia di lavoratori coinvolti.

Glovo e il modello piattaforma: cosa sta cambiando

Per anni il modello piattaforma è stato letto come una discontinuità rispetto all’impresa tradizionale: asset leggeri, reti distribuite, lavoratori formalmente autonomi, algoritmi di matching e pricing. Un’architettura pensata per scalare rapidamente e ridurre attriti.

Oggi quella stessa architettura viene analizzata per ciò che produce in termini di governo effettivo del lavoro. Il vero tema non è la qualificazione formale dei rapporti, ma la capacità organizzativa di prevenire rischi sistemici.

L’importanza del monitoraggio della catena di fornitura

E qui si apre una questione più ampia che riguarda molte filiere produttive. Negli ultimi mesi le procure stanno indagando su diversi casi di presunto caporalato e irregolarità che coinvolgono settori differenti, dalla logistica alla moda. In tutti questi contesti emerge un elemento ricorrente: la difficoltà – o l’assenza – di un monitoraggio strutturato della catena di fornitura.

Eppure, gli strumenti esistono. Oggi sono disponibili piattaforme di controllo e analisi della supply chain che utilizzano intelligenza artificiale e tecnologia blockchain per tracciare i flussi societari, individuare anomalie, segnalare concentrazioni sospette di subappalti e incoerenze organizzative. KYP, la società di cui sono CEO, opera in questo ambito monitorando le società di capitali lungo la filiera, attraverso modelli di analisi predittiva che consentono alle imprese di intercettare segnali di rischio prima che si traducano in contestazioni giudiziarie o danni reputazionali.

L’esperienza maturata su diversi comparti industriali mi permette di dire che il tema non riguarda un singolo settore, ma la struttura stessa delle filiere complesse: più la catena si frammenta, più diventa essenziale dotarsi di strumenti di controllo proporzionati alla complessità generata.

La tecnologia per governare il rischio

Non si tratta di applicare queste tecnologie retroattivamente ai singoli casi di cronaca, ma di comprendere che la tecnologia può essere utilizzata anche per governare il rischio, non solo per accelerare i processi.

È questo il punto: integrare la gestione dei rischi nel modello operativo fin dall’inizio. Non aggiungere controlli dopo un’ispezione o un’indagine, ma progettare processi e sistemi già capaci di rilevare criticità. La responsabilità non come reazione, ma come parte dell’architettura aziendale.

Il caso Glovo non riguarda solo una piattaforma di delivery. Riguarda la maturità dell’economia digitale italiana.

Per startup e scaleup il messaggio è chiaro: la sostenibilità del modello di business non si misura solo in metriche di crescita o raccolta di capitali, ma nella capacità di sostenere l’impatto giuridico e reputazionale delle proprie scelte organizzative.

L’innovazione che non integra il rischio è destinata a incontrarlo in modo traumatico.

Quella che lo governa, invece, trasforma la compliance da costo a leva strategica e vantaggio competitivo.

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