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Open Innovation nel turismo: strategie per superare l’inverno imprenditoriale italiano



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L’analisi dell’ecosistema delle nuove imprese nel settore del viaggio evidenzia la necessità di un cambio di mentalità: bisogna contrastare il declino del comparto attraverso modelli di collaborazione sistemica e investimenti ad alto valore sociale. Ne parlano Filippo Maria Renga e Stefano Mainetti (Osservatori Digital Innovation)

Pubblicato il 6 feb 2026



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Filippo Maria Renga, Direttore dell’Osservatorio Travel Innovation e Business Travel; Stefano Mainetti, Responsabile Scientifico dell'Osservatorio Startup Thinking

Il legame tra lo sviluppo economico di un territorio e la sua capacità di generare nuove realtà imprenditoriali è diventato un tema centrale per la sopravvivenza del comparto del viaggio. Durante il convegno Travel Innovation Day 2026, organizzato il 29 gennaio dagli Osservatori Travel Innovation e Business Travel presso gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, è emerso con forza come la competenza rappresenti l’unico vero antidoto a una condizione di passività decisionale. Filippo Maria Renga, Direttore dell’Osservatorio, ha evidenziato come l’opposto della competenza sia l’ignoranza, una condizione che conduce inevitabilmente alla sudditanza, sottolineando che i sudditi non sono mai stati né troppo ricchi né felici. In questo scenario, l’innovazione non viene letta esclusivamente come un parametro tecnologico o finanziario, ma come una necessità vitale per garantire la continuità della società attraverso la nascita di nuove imprese.

Il rischio dell’inverno imprenditoriale nel sistema turistico

Il settore del turismo si trova oggi a dover affrontare un fenomeno che Filippo Maria Renga definisce inverno imprenditoriale, un concetto strettamente correlato all’inverno demografico che sta già trasformando la struttura della nostra società. Se in un determinato settore o territorio cessano di nascere nuove imprese, il declino diventa una certezza dimostrata da ricerche consolidate: la mancanza di una dinamica di nascite necessaria alla sopravvivenza porta inevitabilmente alla morte del tessuto economico locale. Il turismo italiano, storicamente composto da una fitta rete di piccole e medie imprese, non può sottrarsi a questa logica.

L’urgenza di promuovere nuova imprenditorialità risiede nella capacità delle startup di agire come catalizzatori di evoluzione. Secondo Renga, il paragone con la demografia non è casuale: le nuove imprese permettono di acquisire ciò che manca a chi è già presente sul mercato, offrendo una via di scampo a un destino di estinzione simile a quello dei dodo o dei dinosauri di fronte ai cambiamenti catastrofici. “Nuova impresa” non significa solo costituire nuove società, ma implica l’adozione di un approccio orientato al rischio anche all’interno delle organizzazioni già consolidate, favorendo l’innovazione e trattenendo le competenze che altrimenti abbandonerebbero il territorio.

La cultura della Open Innovation nel turismo come approccio sistemico

Il superamento della crisi di natalità aziendale richiede un cambiamento radicale nel modo in cui le aziende interagiscono tra loro. Stefano Mainetti, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Startup Thinking, identifica nella Open Innovation nel turismo una via imprescindibile a causa della natura stessa del settore. Il viaggio è, per sua definizione, un ecosistema globale e complesso che coinvolge agenzie, sistemi di trasporto e molteplici attori territoriali; pertanto, l’innovazione può fiorire solo attraverso circuiti virtuosi e collaborazioni sistemiche.

Tuttavia, l’adozione della Open Innovation nel turismo non è priva di insidie. Mainetti avverte che senza un corretto orientamento manageriale, il rischio è di scivolare in comportamenti predatori o in quello che viene definito Innovation Theater, ovvero una messa in scena dell’innovazione priva di sostanza. Spesso le aziende consolidate tendono a guardare alle startup come semplici subfornitori a basso valore aggiunto o, peggio, tentano di copiare le idee digitali ritenendole prive di difese. “Saper costruire innovazione nel nostro sistema e nel nostro ecosistema italiano vuol dire effettivamente saper vivere in un ecosistema che di per sé è globale e costruire relazioni che devono essere giochi a somma positiva”, ha dichiarato Mainetti, sottolineando la necessità di tutelare anche la startup e i suoi investitori per garantire la scalabilità del progetto.

Il divario italiano: tra mentalità e intensità di investimento

I dati presentati durante l’evento delineano un quadro preoccupante per quanto riguarda la posizione dell’Italia nel panorama internazionale. Nonostante l’Europa mostri segnali di resilienza, con investimenti nel Travel Tech che raggiungono cifre significative e un ruolo tutt’altro che irrilevante rispetto ad altre aree geografiche, l’Italia continua a scontare un pesante limite culturale. Renga osserva che, riparametrando i dati sulla popolazione, il tasso di creazione di nuove imprese in Italia è inferiore a quello di paesi molto più piccoli.

A titolo di esempio, nazioni come i Paesi Bassi, che hanno un terzo della popolazione italiana, o la Svezia, la cui popolazione è paragonabile a quella della sola Lombardia, dimostrano una vitalità imprenditoriale superiore. Questo divario non è solo una questione di risorse, ma di mindset: l’innovazione e la creazione d’impresa devono essere coltivate culturalmente, altrimenti il rischio è di alimentare l’inverno imprenditoriale a tempo indeterminato. “In Italia creiamo meno imprese, meno startup, sono meno finanziate e questo non è un bel segnale”, ha ribadito Renga, richiamando l’attenzione sulla necessità di invertire questa tendenza.

Il funnel della selezione: l’esperienza del PoliHub

Per comprendere la complessità della nascita di una nuova impresa, Stefano Mainetti ha condiviso i dati storici relativi al PoliHub, l’incubatore del Politecnico di Milano. I numeri mostrano un processo di selezione estremamente rigoroso che evidenzia la fragilità delle fasi iniziali del fare impresa:

  • Ogni anno venivano analizzati circa 1.400 team aspiranti imprenditori.
  • Soltanto 70 superavano la prima soglia critica, dimostrando di poter raccogliere un capitale iniziale minimo tramite il supporto di “Family & Friends”.
  • Di questi, solo 40 entravano effettivamente nel percorso di incubazione, resistendo ai primi tre mesi di attività.
  • Al termine del processo, il fondo di investimento interveniva mediamente solo su 4 startup all’anno.

Questa estrema selezione dimostra che, sebbene in Europa esistano numerosi incubatori che aiutano le imprese a nascere, il sistema fatica enormemente nelle fasi successive della crescita. L’Italia, in particolare, si trova spesso nella posizione di “ultima della classe” in termini di intensità di investimento per abitante rispetto agli altri ecosistemi europei.

Verso una gestione orchestrata della complessità

Il futuro della Open Innovation nel turismo dipende dalla capacità dei manager di orchestrare la complessità all’interno di un sistema globale. Mainetti chiarisce che la curva dell’innovazione non è lineare, ma segue un andamento a “S” caratterizzato da aree di inefficienza. Non è sufficiente aumentare gli investimenti o raccogliere un numero maggiore di idee per ottenere risultati migliori; è invece necessario un nuovo approccio manageriale che sappia valorizzare le relazioni di sistema.

In un contesto internazionale segnato da forti tensioni geopolitiche e dalla competizione con colossi americani e cinesi, l’Europa deve proteggere e coltivare le proprie “perle” imprenditoriali. Attualmente, i capitali di rischio sono spesso frammentati all’interno delle singole nazioni o tra singoli Business Angel, senza una vera operazione di sistema che consenta investimenti di scala. Per evitare l’inverno imprenditoriale nel turismo, è dunque essenziale superare la frammentazione e adottare modelli che guardino alle caratteristiche specifiche del mercato europeo, dove la diversità dei mercati può trasformarsi in un valore aggiunto se correttamente messa a sistema.

In conclusione, la sfida lanciata dagli esperti del Politecnico di Milano non riguarda solo la disponibilità di capitali, ma la capacità di trasformare la cultura d’impresa. Solo attraverso una collaborazione reale e non predatoria tra aziende consolidate e startup sarà possibile garantire l’evoluzione necessaria a un settore che non può più permettersi di restare in una condizione di sudditanza tecnologica e strategica.

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