Il panorama degli investimenti ad alto rischio sta attraversando una fase di profonda mutazione, segnata da un passaggio di testimone nelle istituzioni storiche e da una ridefinizione radicale delle competenze richieste a chi gestisce i capitali. In un recente confronto ospitato dal podcast This Week in Startups, il conduttore Jason Calacanis ha intervistato Jay Eum di GFT Ventures e Deedy Das di Menlo Ventures su come il venture capital stia abbandonando i modelli puramente finanziari per abbracciare una visione più operativa e settoriale. Questo cambiamento non riguarda solo la gestione interna delle società, ma riflette un mercato dove l’intelligenza artificiale sta polverizzando i record di crescita, costringendo gli investitori a una velocità di esecuzione e a una capacità di analisi tecnica senza precedenti.
Indice degli argomenti
Il ricambio generazionale in Sequoia Capital e la cultura della stewardship
Uno dei segnali più evidenti di questa trasformazione è il recente avvicendamento ai vertici di Sequoia Capital, considerata da molti la società di venture capital più leggendaria della storia. Roelof Botha ha lasciato il ruolo di “steward” principale, passando le redini ad Alfred Lin e Pat Grady. Questo movimento, sebbene improvviso per molti osservatori esterni, risponde a una precisa filosofia aziendale. Come spiegato da Jay Eum, Sequoia ha una lunga tradizione nel passare il testimone alla generazione successiva prima che la leadership diventi «vecchia o incrostata».
Eum ricorda un aneddoto significativo riguardante Jim Goetz, precedente steward della società, il quale cercava deliberatamente di apparire meno in ufficio per assicurarsi che i nuovi leader venissero interpellati per le decisioni cruciali, garantendo così una transizione fluida. Jason Calacanis, amico di lunga data di Botha, ha sottolineato l’impatto straordinario del suo mandato, ricordando che Roelof ha distribuito oltre 50 miliardi di dollari ai Limited Partners (LP). Sotto la sua guida, Sequoia ha gestito investimenti in giganti come YouTube, Instagram, WhatsApp, Square e Nubank, mantenendo una filosofia che ha evitato alla società di trasformarsi in uno dei tanti “mega-fondi” e assicurando che non venisse mai perso un dollaro per gli investitori in tutta la sua storia.
L’ascesa del partner-operatore e il valore del “tessuto cicatriziale”
Oltre ai cambi di leadership, il venture capital sta vivendo un’evoluzione qualitativa nella figura dell’investitore. Si sta passando da professionisti provenienti esclusivamente dal mondo della finanza a figure dotate di quello che Calacanis definisce «tessuto cicatriziale», ovvero persone che sono state “nelle trincee” e hanno gestito aziende in prima persona. Questa tendenza è evidente nella strategia di assunzione di Menlo Ventures, che negli ultimi anni ha integrato nel team profili come Tim Tully (ex CTO di Splunk), Joff Redfern (ex CPO di Atlassian) e lo stesso Deedy Das, proveniente dalla fortunata esperienza nella startup Glean.
Secondo Das, l’obiettivo attuale di una società con cinquant’anni di storia come Menlo non è solo gestire il capitale, ma rinvigorire l’approccio all’investimento sposando le competenze di chi capisce la finanza con la visione a lungo termine di chi ha visto la brutalità necessaria per gestire una società. Questo modello di venture capital “boutique”, più artigianale e vicino ai fondatori, si contrappone alle grandi piattaforme come Andreessen Horowitz che tendono a indicizzare l’industria con miliardi in gestione. Deedy Das sottolinea come, essendo nuovo nel settore, la sua dedizione sia totale: «Io non smetto mai di lavorare. L’unica cosa che posso controllare è la quantità di informazioni che elaboro e la velocità con cui rispondo ai messaggi, anche all’una di notte».
La nuova matematica delle valutazioni e l’impatto dell’intelligenza artificiale
Il settore deve però fare i conti con una realtà macroeconomica complessa. Roelof Botha ha recentemente osservato che iniettare più denaro nella Silicon Valley non produce necessariamente più grandi aziende. Al contrario, Jason Calacanis avverte che in America c’è troppo capitale che insegue poche grandi idee, alzando le valutazioni a livelli che possono compromettere il modello di ritorno economico. Se un investitore entra in un round seed con una valutazione di 40 milioni di dollari, anche se l’azienda diventa un unicorno, il ritorno per il fondo rischia di essere marginale rispetto alle aspettative. In questo scenario, il venture capital viene talvolta descritto come un «rischio senza rendimento» (return-free risk).
Tuttavia, l’esplosione dell’intelligenza artificiale sta creando eccezioni clamorose a questa cautela. Jay Eum evidenzia come alcune aziende stiano raggiungendo traguardi di fatturato in tempi mai visti negli ultimi vent’anni. Un esempio eclatante è Lovable, che ha raggiunto 100 milioni di ARR (Annual Recurring Revenue) in meno di 12 mesi. Un altro caso citato è quello di Hixfield, una piattaforma che vende strumenti di generazione video a creatori come MrBeast: la società è cresciuta di 60 volte in soli sei mesi, passando da 1 milione a oltre 70 milioni di ARR. Questa accelerazione è resa possibile dal fatto che le aziende IA scalano su infrastrutture già esistenti e beneficiano di una nuova disponibilità degli utenti a pagare per l’utilità immediata ricevuta, un’abitudine consolidata dal successo di ChatGPT.
L’asticella si alza: la fine dell’era dello “spray and pray”
In risposta a queste dinamiche, le strategie di investimento si stanno facendo più selettive. Jay Eum spiega che, mentre il boom dell’IA maschera la durezza dell’ambiente per gli altri settori, molti fondi nati nel 2021 stanno scomparendo perché incapaci di raccogliere capitali successivi. Oggi, gli investitori possono permettersi di essere molto esigenti: GFT Ventures ha recentemente investito in una società con un milione di ARR, già profittevole, a una valutazione inferiore ai 20 milioni. La logica è semplice: se è possibile validare il product-market fit attraverso i ricavi già nella fase iniziale, il rischio tecnologico puro diventa meno accettabile.
Questo cambiamento impone ai fondatori un senso di urgenza radicale. Calacanis osserva che non si compete più contro se stessi, ma contro startup capaci di scalare a ritmi vertiginosi in pochi mesi. Parallelamente, il dibattito si sposta sulla natura stessa del lavoro nel venture capital. Sebbene Calacanis ipotizzi che quello dell’investitore sia il mestiere più difficile in termini di probabilità di successo, Deedy Das dissente fermamente, affermando che «il lavoro più difficile è quello del fondatore». Ciò che è certo è che la velocità è diventata il fattore di differenziazione principale: i deal si muovono così rapidamente che spesso la due diligence viene sacrificata sull’altare della rapidità di esecuzione, con il rischio di ripetere errori del passato come il caso FTX.
Oltre la “Scatola Nera”: le nuove frontiere tecnologiche
Guardando al futuro, l’attenzione del venture capital si sta spostando su settori altamente verticali e problemi tecnici complessi. Jay Eum punta su realtà come Abacus, che permette di addestrare modelli di IA sui propri dati in modo sicuro e senza allucinazioni, ideale per settori come la finanza e la sanità dove la privacy è assoluta. Deedy Das segnala invece l’importanza di Goodfire, una società fondata da ex ricercatori di Anthropic e OpenAI che si occupa di «meccanica dell’interpretabilità», cercando di capire cosa succede realmente dentro la “scatola nera” dei modelli IA.
In ambito sanitario, Calacanis cita NextVisit AI, uno strumento specifico per la psichiatria che automatizza le scartoffie cliniche. Il suo consiglio finale per chi vuole costruire in questo nuovo ecosistema è di non disperdere le energie: «siate come un puntatore laser, non come una torcia elettrica». Risolvere una singola questione specifica meglio di chiunque altro al mondo sembra essere l’unico modo per emergere in un mercato del venture capital che, pur essendo diventato estremamente duro e competitivo, continua a premiare l’innovazione capace di generare valore reale e immediato.






