"Qui si cambia o si muore: il digitale è distruttivo"

Marco Camisani Calzolari anticipa a EconomyUp i temi dello speech che terrà a DigitalVenice: «Voglio far venire paura e curiosità. Le aziende buttano soldi perché non toccano il business alla radice, com'è necessario». Le startup? «Sono un teatrino con troppi mangiafuoco. Soprattutto in Italia»

L'intervista

di Giovanni Iozzia

Marco Camisani CalzolariMarco Camisani Calzolari«Voglio fare venire un po’ di paura e po’ di curiosità». A Marco Camisani Calzolari diverte l’idea di fare lo “spaventapasseri” a Digital Venice, la settimana che dall’8 luglio porterà in Laguna governi e imprese d’Europa per interrogarsi sulle strategie per fare dell’innovazione tecnoligca un’opportunità di crescita economica. Martedì  9  terrà uno speech dal titolo inequivocabile: Change or die. Il papillon non tragga in inganno: l’uomo ha una decisa visione contemporanea e digitale. Imprenditore seriale, esperto di comunicazione, autore di libri (l’ultimo si intitola “Il mondo digitale facile per tutti”), Camisani ha un vantaggio: è “scollegato” dall’Italia, vive e opera a Londra da tempo, e guarda al suo Paese con un sano distacco.

Cambiare o morire. Ci anticipa che cosa dirà alla platea istituzionale di Venezia?
In questo Paese c’è un grandissimo bisogno di alfabetizzazione digitale, che non è quella informatica. C’è tanto digitale attorno alla vita anche degli analogici. Ma abbiamo un problema di divario culturale a vari livelli, soprattutto nelle imprese. 

Qual è il ritardo principale nelle aziende?
Non si sono resi conto di quello che sta accadendo, pensano ancora che Internet sia un buon accessorio per promuoversi. Ovviamente nessuno dice che non serve a niente, ma non sanno cosa farsene. Si muovono per prove e tentativi. E così facendo spendono un sacco di soldi, inutilmente.

Cioè, le ritiene che le attività digitali siano soldi buttati?
Per come sono fatte, sì.

E come dovrebbero essere fatte?
Devono essere distruttive. Toccare il proprio business alla radice. Pensiamo all’immobiliare. Oggi i concorrenti di chi affitta casa non sono le altre agenzie ma qualche azienda californiana che mette sul web le case di tutti. Così come sta succedendo ai tassisti… Il cambiamento è alla radice, che tu venda bulloni o servizi. Immagini un padre che aveva un’azienda di auto con conducente e pensava di passarla al figlio. Non gli passa più nulla. Oggi devi far un’app o usarne qualcuna. È come se il know how di una generazione non servisse più.

E lei è convinto che le aziende non ne siano consapevoli?
No, tirano semplicemente avanti. E hanno un potente nemico interno: abbiamo sempre fatto così e quindi facciamo così. Questo è l’approccio del 90% degli imprenditori con cui parlo. Se vanno bene, pensano di poter stare tranquilli. Se le cose gli vanno male, danno la colpa alla crisi. C’è tanto valore in giro ma purtroppo non viene espresso. Non si salveranno certo facendo un nuovo sito o investendo un po’ di soldi su Facebook.

E lei cosa dirà a Venezia per scuotere queste aziende intorpidite?
Quanti di voi qui in sala usano Google Alert? Di solito alza la mano neanche l’1%. Molte cose utili sono a distanza di un click, ma non vengono utilizzate. Non manca chi spiega quanto siano importanti i social media, ma pochi dicono la dura verità: bisogna cambiare dentro, altrimenti si rischia di scomparire. Il problema c’è ovunque, in Itala forse un po’ di più. A Venezia sentiremo tanto parlare di Agenda digitale. I governi possono cambiare regole, creare presupposti favorevoli, dare incentivi, ma quello che deve cambiare è la mentalità di chi governa e di chi fa impresa.

Le startup possono essere uno strumento per questo cambiamento?
Sì, ma dico subito che sono molto critico su questa possibilità. 

Perché?
A me fa molta paura è questa massa di mangiafuoco delle startup che vuole fare adepti nel paese dei balocchi, anche quando non hanno il piglio dell’imprenditore ma almeno si tolgono di dosso la veste del precario.

Mangiafuoco, Paese dei balocchi, manca solo Pinocchio. C’è anche lui nella sua visione?
Io vedo la storia di un ragazzo che, come tanti ragazzi, non trova lavoro, è in difficoltà, gli passa davanti il carro di un mangiafuoco che gli offre 25mila euro per la sua idea wow idea e così, come ha fatto il suo compagno di università, non fa più il disoccupato ma si sente imprenditore. Ma fare l’imprenditore è un’altra cosa, non può essere un’attitudine che si inietta per vena. Hai un’idea, fai un pitch, parli, incontri, trovi qualcuno che ti da un po’ di soldi e apri la tua impresa. Non funziona così, tranne che nel teatrino delle startup. Ormai ci sono corsi per imparare come si fa una presentazione e gli investitori, che a loro volta sono sempre in cerca di soldi, sostanzialmente decidono sulla base della performace oratoria. Neanche i big della Silicon Valley sanno davvero valutare una startup. E comunque la realtà dietro il teatrino è ben altra.

Perché?
Solo un pezzo della sua durezza: dopo pochi mesi scopri che i 25mila euro che tanto ti hanno reso felice possono essere sufficienti o anche tanti per vivere ma non ci paghi neanche un dipendente. In generale che cosa succede nella vita del 90% di startupper che falliscono? Si incasinano la vita. Gli resta da pagare l’Inps, arriva Equitalia che ti spara una cartella per una tassa che non ti aspettavi… Rischio imprenditoriale? No, è circonvenzione di incapace!

Addirittura! Ma le startup mica crescono solo in Italia. Anzi, in altri Paesi sono molto più diffuse e sviluppate…
Certo, il problema non è solo italiano, ma è particolarmente italiano. In Gran Bretagna fare impresa è veramente, strutturalmente più semplice. Non ci sono tasse nascoste, il fisco non è un nemico e, se chiudi, ti basta un francobollo.    

Questi non sono solo problemi delle startup ma di tutte le imprese, in Italia…
Vero, ma il mangiafuoco non glielo spiega ai ragazzi che fanno startup, non dice loro come stanno davvero le cose. L’Italia è un Paese pericoloso per fare impresa. E il problema non è fallire, ma inguaiarsi a vita. Con il fisco, con lo Stato.

 

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