8 marzo di fatto

Piano C, così le mamme portano i figli al lavoro

A Milano uno spazio di coworking e “cobaby” (asilo condiviso) per professioniste che non rinunciano ad avere i figli nella stanza accanto. La founder Riccarda Zezza: “È un modo per cambiare il lavoro e cambiare noi stesse, perché essere madri crea valore”

Pubblicato il 06 Mar 2014

Piano C, così le mamme portano i figli al lavoro

Un lavoro a misura di donna e, più in generale, a misura “di vita”. È l’idea intorno alla quale ruota Piano C https://www.pianoc.it/, piattaforma di coworking e di cobaby (asilo condiviso) che consente alle mamme che lavorano di noleggiare scrivanie e altri servizi professionali mentre i loro figli, nella stanza accanto, giocano sotto la guida delle educatrici. Fondato nel 2012 a Milano, in via Simone d’Orsenigo, da Riccarda Zezza, è un luogo con pareti colorate, arredamento di design e due grandi sale: una per il lavoro in comune e l’altra per i bambini, piena di cuscini colorati e di giochi. Pagando abbonamenti tagliati su misura per varie esigenze (300 euro al mese per ingressi illimitati, 16 euro al giorno per chi è frequentatore occasionale ma anche 2.400 euro per un anno intero di servizi e vita nella community), si può provare ad unire le esigenze professionali con quelle della famiglia. È aperto dalle 9.00 alle 19.00, i bambini dai 3 mesi ai 3 anni hanno una sala dedicata a loro in questo arco di tempo, mentre una seconda sala apre alle 16.00 per intrattenere bambini di età diverse, secondo le esigenze delle coworker. Lo spazio-gioco ospita sia i figli dei coworker, sia i bambini “esterni”.

Un progetto che si è meritato il Premio come “miglior innovazione sociale in Europa” per il 2012 della Bei, Banca Europea degli investimenti, e che, in vista dell’8 marzo, andrà a “raccontarsi” in giro per Milano in occasione di eventi dedicati alla Giornata della Donna.

L’idea è venuta a Zezza dopo una carriera nelle multinazionali: essendo anche giovane madre di due bambini, ha deciso di licenziarsi e lavorare da imprenditrice solo su questa esperienza insieme con il co-fondatore Carlo Mazzola e altri soci.

Come spiega la founder, il progetto è nato perché “il piano A mi è sempre sembrato presuntuoso e sorpassato, e il piano B più simpatico ma carico di rinunce. Perciò ho ritenuto che il 21esimo secolo fosse pronto per un piano C”: ovvero, invece di dedicarsi anima e corpo solo al lavoro, o rinunciarvi per i figli, riuscire – grazie a questa terza via – a combinare le due cose in modo più flessibile.

Ad oggi sono una cinquantina i co-worker che fanno parte della Community: ci sono enti del calibro di Oxfam ma anche singoli professionisti, mamme ma anche qualche papà. E le sale ospitano spesso riunioni ed eventi. Zezza tiene a sottolineare che “Piano C non è solo un coworking speciale: è un modo di fare le cose, un laboratorio di nuovi modelli”.

Per esempio Piano C propone tre programmi di incontro tra donne e lavoro: Bridge to Work per le giovani al primo ingresso, Back to Work per le donne che sono rimaste a casa per qualche tempo e Rework per quelle che vogliono reinventarsi una carriera. Sono basati su tre elementi chiave: l’ingresso in una community, l’aggiornamento professionale e l’assegnazione di un progetto operativo che rimetta in movimento chi è stato fermo per un po’.

Tra i progetti per il futuro c’è quello di innovare i servizi e replicare il modello “fisico” in Italia e nel mondo. Ma anche il lancio di progetti pilota su nuovi modelli organizzativi e nuovi strumenti di produttività. E poi c’è Maternity as a Master, percorso formativo destinato a cambiare il paradigma della maternità sul lavoro, trasformando un momento che oggi sembra essere “costoso e difficile da gestire” in un’esperienza unica di sviluppo della leadership.

La sfida di fondo, spiega la founder, è “cambiare il lavoro e non cambiare noi stesse, in questo rapporto che oggi ha la forma di chi è arrivato al mondo del lavoro molto prima di noi – anzi: chi ha creato il mondo del lavoro così com’è. Non per femminismo, ma perché la diversità crea valore, mentre oggi alle donne che lavorano viene chiesto di uniformarsi e buttarlo via, questo valore”.

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