San Giuseppe è la festa del papà, ma San Giuseppe è anche il patrono dei lavoratori. In queste ultime settimane si sono succedute notizie di lavoratori licenziati per fare posto all’intelligenza artificiale mentre gli ultimi dai Eurostat dicono che nel 2025 il 19,95% delle imprese dell’Unione europea con 10 o più dipendenti e lavoratori autonomi ha utilizzato tecnologie di intelligenza artificiale per svolgere la propria attività. In Italia, i dato dell‘Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano dicono che il 71% delle grandi imprese italiane ha avviato almeno un progetto di IA nel 2025, percentuale che scende all’8% tra le piccole e medie imprese.
“Dobbiamo avere un grande senso di urgenza. Si può generare tantissimo valore, soprattutto nel nostro paese. Ma serve un approccio “people first”, non “AI first”. Dobbiamo pensare da subito, come prima cosa, all’evoluzione delle persone e all’impatto sulle professionalità. La tecnologia viene dopo.”
Indice degli argomenti
Cosa dice Giovanni Miragliotta, direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence
Giovanni Miragliotta – professore ordinario e direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano – già tre anni fa al nostro incontro “Intelligenza artificiale. E noi? Una sfida alla nostra umanità” lei pose questo aspetto tra i temi del suo intervento. Prima vengono gli esseri umani, la tecnologia segue…
“…e tre anni dopo la situazione non è cambiata, anzi! Proprio le sempre maggiori capacità dei chatbot esigono che il primo “acquisto” da fare sia il coinvolgimento di chi lavora con noi.”
Il 5 febbraio, durante il Convegno “Artificial Intelligence: adozione, trasformazione, equilibrio” avete presentato la ricerca “AI e Lavoro, un’indagine sul caso Italia”, che conferma con i dati questa posizione.
“Sì! La ricerca è stata presentata da Mariano Corso, nell’ambito della ricerca Osservatorio HR Innovation in collaborazione con Assochange, e i dati ci dicono che ci sono aziende che hanno affiancato all’introduzione dell’intelligenza artificiale generativa un programma di ingaggio delle persone attraverso un patto chiaro: il dividendo della produttività viene condiviso attraverso settimana corta, smart working, flessibilità oraria…”
Risultato?
“Risultato? Adozione positiva dell’intelligenza artificiale al 100% e +30% di produttività in un anno e mezzo. A conferma del fatto che progetti di trasformazione basati sull’AI non possono partire dalla tecnologia, ma dalle persone. Ribadisco: è un tema di gestione del cambiamento, di comunicazione, di ingaggio delle persone.”
Alla Fondazione Pensiero Solido lo diciamo da tre anni. La vera sfida dell’intelligenza artificiale generativa è alla nostra umanità, perché ci obbliga a ridefinire noi stessi e quindi anche come lavoriamo.
“Esatto! La causa dei fallimenti nella maggior parte dei casi è un carente livello di coinvolgimento delle persone che fanno parte dell’azienda. La ricerca Osservatorio HR Innovation conferma che solo in un’impresa su tre la direzione HR è sistematicamente a bordo sin dall’inizio del processo di adozione dell’intelligenza artificiale.”
AI e lavoro: che fine faranno le nostre professioni?
Chiarissimo. Veniamo alla grande domanda sulla quale ci esercitiamo in tanti da tre anni abbondanti…
“Gliela indovino?”
Prego…
“Il vero elefante nella stanza è: che cosa farà l’AI al lavoro di noi tutti? Che fine faranno i lavori e, di conseguenza, i posti di lavoro…”
Indovinato. Che fine faranno? Che risposta avete dato a questa domanda?
“Guardi, se ne leggono di tutti i tipi: annunci di licenziamenti sempre più spesso attribuiti all’AI, vero o falso che sia. Nel caso dell’Italia, questi timori si combinano con l’evoluzione sfavorevole della nostra demografia. Le dinamiche demografiche sono molto lente e prevedibili. A meno di stravolgimenti, possiamo dire con certezza che la popolazione lavorativa si contrarrà di circa 3 milioni di persone entro il 2033.”
Quali sono le implicazioni concrete?
“Tra pensionamenti e assenza di rimpiazzi, avremo bisogno di creare l’equivalente di 5 milioni e mezzo di posti di lavoro. In altre parole, serve un contributo alla produttività individuale pari a quasi 5 milioni e mezzo di lavoratori che non ci saranno, oppure un aumento della produttività del lavoro per ora lavorata del 25%. La combinazione di questi elementi ci porta all’estrema urgenza di considerare l’introduzione dell’AI non una moda, ma una strutturale e stringente necessità.”
Competenze AI indispensabili per l’aumento della produttività
Di fronte a questa necessità, come si muove il mercato del lavoro. Cosa emerge?
“Abbiamo elaborato circa 17 milioni di annunci di lavoro in Italia dal 2019, di cui 3,2 milioni solo nel 2025, per vedere come sta reagendo il mercato alla domanda di competenze AI. La crescita negli ultimi due anni di queste competenze è un tema essenziale: se non ci sono, non ci sarà l’aumento di produttività di cui abbiamo bisogno. Comunque, quello che emerge è una crescita tumultuosa della domanda di competenze legate alla generative AI.”
Per quanto riguarda i profili manageriali, cosa avete scoperto?
“Abbiamo trovato un dato molto interessante: il 27% degli annunci per Chief Human Resource Officer include tematiche e competenze di intelligenza artificiale. Significa che il tessuto economico si sta realmente riorientando verso quello che diventa il “new black” della nostra economia.”
Giovani e AI negli USA: l’impatto è su entry level e junior
Parliamo dei giovani. Qual è la situazione?
“Uno studio chiamato “Canaries in the Coal Mine”, che analizza il mercato americano con un metodo molto solido, ha testato sei diverse spiegazioni per un fenomeno preoccupante: il tasso di occupazione dei giovani in America sta scendendo. Gli autori concludono che l’unica spiegazione è l’impatto dell’intelligenza artificiale generativa, che si abbatte sugli entry level – persone con zero seniority – oppure junior con due o tre anni di esperienza.”
Quindi oltre all’inverno demografico rischiamo anche un inverno demografico del lavoro? E in Italia? Avete replicato lo studio?
“Abbiamo analizzato quasi 4.600 aziende, osservando dati di occupazione e compensazione di quasi 100.000 dipendenti. Volevamo capire cosa sta succedendo nel mercato italiano rispetto a professioni più o meno esposte all’AI.”
Giovani e AI in Italia: un impatto diverso
Risultati?
“La prima evidenza chiara è che le professioni più esposte all’AI mostrano una curva occupazionale che sta iniziando a decrescere, rispetto a quelle meno esposte che rimangono più stabili. Tuttavia i dati posizionano la dinamica del mercato italiano su una traiettoria differente. Per i giovani italiani l’AI è un acceleratore di impiego, non un freno. Questo è diverso da quanto accade in altri paesi ed è spiegabile con molti fattori, ma non abbiamo ancora una teoria completa. Possiamo pensare che gli Stati Uniti siano semplicemente più avanti, oppure che noi siamo strutturalmente diversi.”
In effetti lo siamo, sotto molti aspetti, come cultura e come assetto produttivo. Veniamo a un altro tema che interessa tutti: come cambierà concretamente il nostro modo di lavorare?
“Abbiamo mescolato conoscenze da diverse fonti per fare un punto della situazione. Prima domanda: come siamo messi per adozione dell’AI rispetto agli altri paesi europei…”
Risposta?
“Intanto è evidente che il mercato del lavoro in Italia si sta trasformando. Come ho già detto, c’è una crescita marcatissima della domanda di competenze AI, e questo è positivo perché senza questo catalizzatore quella crescita di produttività di cui ho detto non l’avremo.
In secondo luogo, l’Italia utilizza l’AI sul posto di lavoro in linea con altri paesi europei. Siamo allineati con Francia e Regno Unito: circa il 50% delle persone la utilizza.”
Quali sono i fattori chiave?
“La formazione è fondamentale: il 96% di chi ha ricevuto formazione utilizza l’AI, dove non c’è formazione diventa quasi randomico. Stesso discorso per le policy aziendali: dove c’è una governance del fenomeno, le persone si sentono sicure nell’utilizzare gli strumenti.”
L’esperimento: chi usa l’AI è più veloce ma non assimila quello che fa
Come abbiamo detto all’inizio: se le persone sono coinvolte e non travolte dall’uso della tecnologia, i risultati arrivano. Avete anche misurato in dettaglio le modalità di utilizzo concreto dell’intelligenza artificiale?
“Sì. Ci siamo dotati di una piattaforma sperimentale con l’aiuto di AIRIC, il laboratorio del Politecnico di Milano. I partecipanti al test vengono divisi in due gruppi: gli uni affrontano compiti aiutati dall’AI, gli altri no. Noi abbiamo misurato oggettivamente il tempo impiegato e la qualità del risultato.”
Questo è molto interessante…
“Prendiamo un’attività di sintesi: analizzare un documento e scrivere cosa c’è da capire. Come dicevo, abbiamo lavorato con due gruppi di persone: uno adoperava l’AI e il gruppo di controllo invece ha fatto tutto senza usarla. Il tempo di completamento e la qualità della sintesi sono stati notevolmente migliori per chi ha utilizzato l’intelligenza artificiale.”
Quindi solo aspetti positivi?
“No, c’è un grande “ma”. Quando abbiamo chiesto alle persone di rispondere a domande su quello che avevano appena fatto, è emerso qualcosa di preoccupante.”
Cosa avete scoperto?
“Le persone che si sono aiutate con la macchina ricordavano molto poco di ciò che avevano fatto. Per rispondere si sono riprese un tempo quasi equivalente a quello del compito originale. In pratica si sono rilette quello che avevano scritto. Chi invece non aveva usato la macchina ha risposto con molta più rapidità e precisione. È come se chi usa l’AI disaccoppiasse due fasi: esegue il compito velocemente e “bene” ma la persona che la usa non lo fa proprio, mentre chi non la usa interiorizza durante l’esecuzione quello che sta facendo e questi gli servirà anche dopo.”
Avete fatto anche test a distanza di tempo?
“Sì, dopo una settimana. I risultati confermano il problema del “disallineamento cognitivo”: l’80% delle persone che si sono aiutate con la macchina non riconoscono neanche quello che hanno scritto. Rischiamo di avere in azienda l’80% di persone che partecipa a un meeting dove, se non ripassa tutto quello che ha generato la settimana prima, non sa neanche di cosa si parli. Questo dimostra che l’adozione dell’AI deve essere fatta con grande prudenza, per evitare la creazione di incompetenza, soprattutto nei compiti più critici. Per correttezza devo dire che si tratta di dati interessanti, ma ancora preliminari. Stiamo approfondendo e ampliando il campione.”
L’intelligenza artificiale che crea incompetenza è un grande tema sul quale riflettere, anche perché noi esseri umani siamo fatti così: le competenze che non usiamo, le perdiamo.
“A questo proposito, le posso confidare un mio piccolo sogno?”
Prego…
“Lo dico tra il serio e il faceto. Non sarebbe bello (e utile) se oltre a MasterChef avessimo in TV qualche sfida a chi fa il sistema di intelligenza artificiale più produttivo?”














