L’innovazione non è ancora parte integrante del nostro mercato automobilistico. Il 57% delle aziende non prevede investimenti in innovazione di prodotto nel prossimo triennio, il 42% non prevede investimenti in innovazione di processo, il 52% della filiera resta su componenti “invarianti”, rinviando scelte strategiche sulla transizione. L’occupazione scenderà del 4,9% nei prossimi tre anni, ma solo dell’1,8% per le imprese che investiranno esclusivamente nell’elettrico. Sono dati che emergono dalla Survey 2025 dell’Osservatorio sulle Trasformazioni dell’Ecosistema Automotive (TEA), guidato dal Center for Automotive & Mobility Innovation della Venice School of Management – Università Ca’ Foscari Venezia, presentata il 28 gennaio 2026 presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit).
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Innovazione di prodotto: il 15,4% lo farà sul full electric
Di fronte allo scenario instabile, le imprese adottano strategie prudenti. Il 52% del campione dichiara di operare prevalentemente su componenti o servizi “invarianti” rispetto al powertrain, ovvero non direttamente legati né al motore termico né a quello elettrico. Il 15,4% delle aziende prevede di fare innovazione di prodotto per i veicoli full electric.
Tiene invece l’innovazione di processo, con una propensione agli investimenti superiore di circa 15 punti percentuali rispetto a quella di prodotto, spinta soprattutto da esigenze di efficientamento e riduzione dei costi in un contesto di competizione globale sempre più serrata.
Occupazione: cala nel complesso, ma l’elettrico crea lavoro
Le previsioni occupazionali riflettono le difficoltà strutturali del settore. Il saldo complessivo atteso nel prossimo triennio è negativo (-4,9%), confermando le preoccupazioni per il futuro dell’occupazione nella filiera automotive.
Emergono però segnali incoraggianti da un segmento ben definito: le aziende che investono esclusivamente nell’elettrico (EV) sono le uniche a prevedere un aumento degli addetti, con un saldo positivo del +1,8%. Proprio queste imprese segnalano una forte carenza di competenze specialistiche, in particolare su elettronica di potenza, software e gestione energetica.
Un’azienda su due non ha un business plan formale
Dal punto di vista finanziario, il settore mostra una forte dipendenza dall’autofinanziamento: quasi il 60% delle imprese utilizza principalmente risorse interne, mentre l’accesso al credito bancario è spesso giudicato costoso e complesso. Un dato particolarmente critico riguarda la pianificazione strategica: circa un’azienda su due non redige un business plan formale.
Il report si chiude con una richiesta chiara al decisore pubblico. Per sostenere la transizione e preservare la competitività della filiera, le imprese indicano come priorità assolute:
- riduzione del costo dell’energia per gli impianti produttivi
- semplificazione burocratica legata agli investimenti
Interventi ritenuti più urgenti ed efficaci rispetto ai soli incentivi alla domanda.
La parola ai protagonisti
“Il rapporto dell’Osservatorio TEA – dice Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy – ci offre una fotografia dettagliata della filiera nazionale dell’automotive e delle criticità che il comparto dovrà affrontare. La Commissione ha accettato di anticipare la revisione del regolamento sulla CO₂, ma non è ancora sufficiente. Occorre agire in modo più radicale, innanzitutto riconoscendo la neutralità tecnologica e sostenendo lo sviluppo dei biocarburanti. Non possiamo perdere altro tempo, perché dall’industria dell’auto dipendono molti altri settori: in ogni automobile ci sono la siderurgia, la chimica e l’intelligenza artificiale”.
’’È in atto una trasformazione profonda del settore automobilistico – afferma Francesco Zirpoli, Direttore Osservatorio TEA – con rilevanti implicazioni economiche e sociali. Nel dicembre 2025 la Commissione europea ha proposto una revisione del regolamento sul phase-out dei motori endotermici che introduce maggiore flessibilità per le case automobilistiche e nuovi meccanismi di compensazione delle emissioni, oltre a incentivi alla produzione europea di piccole auto elettriche. Per l’industria italiana si tratta di un’opportunità, a patto di non considerarla un’inversione di rotta: la transizione resta guidata dagli investimenti in digitalizzazione, automazione ed elettrificazione, già fortemente avanzati soprattutto in Asia e sui quali l’Italia non può restare indietro’’.
“Il quadro che emerge dalle risposte delle imprese italiane – conclude Fabio Pressi, Presidente di Motus-E – indica chiaramente l’urgenza di un cambio di passo nella politica industriale per il settore automotive, in primis a livello europeo, superando un approccio basato esclusivamente sui target e adottando una strategia fondata su meccanismi premiali e schemi di supporto chiari e strutturati, capaci di promuovere una cultura dell’innovazione indispensabile per competere sui mercati globali. Auspicando che il dibattito sul phase-out dei motori termici nel 2035 possa essere definitivamente archiviato è necessario ora concentrarsi su azioni concrete per tutelare industria e occupazione, costruendo in Italia e in Europa un contesto in grado di rilanciare gli investimenti in un settore altamente strategico come l’elettrificazione dei trasporti”.










